Ebrei e arabi, prove di dialogo. Sul web
Fitto carteggio tra giornalisti e altri fruitori dei social network. Per uscire dagli schemi del conflitto mediorientaleÂ
Il circo barnum del social network Facebook è un contenitore che talvolta assomiglia ad una cloaca, mentre in altre circostanze dà voce e mette in circuito pensieri importanti.
I recenti fatti mediorientali, con l’assalto dei soldati israeliani alla “Freedom Flotilla” hanno originato la condivisione di messaggi, testi, immagini improntati spesso all’insulto, all’intolleranza, alla più becera semplificazione dei tragici fatti di cronaca.
Qualche giorno fa Marina Morpurgo, una giornalista milanese, ha deciso di dire “basta”. E da cronista “di sinistra” ha messo a nudo in una nota – diffusa presso amici ebrei e non – i sentimenti di chi non si sente rappresentato dalle contrapposizioni ideologiche e frontali e di chi ritiene che non costituiscano affatto il primo passo, anzi, per eventualmente risolvere un nodo geopolitico ultracinquantennale.
“Di una cosa sono abbastanza sicura – ha scritto Morpurgo – ovvero che non è il momento di fomentare la creazione di due campi ostili (pro-Israele contro-Israele), in modo magari da concentrarsi su un lato più inquietante della vicenda – ovvero il rinascere di sentimenti antiebraici in settori ampi della popolazione mondiale, e non più in frange isolate. Mi sembra piuttosto il momento di fare appello alla ragione, invece di continuare ad addossare agli ‘altri’ difetti, torti, crimini, colpe. Questo genere di dialogo va avanti dal 1948, e si sono visti gli effetti che ha prodotto: un conflitto di estensione e durata eccezionale, mentre altrove situazioni altrettanto drammatiche sono state pacificate. Quello che ho visto su Facebook in questi giorni – ha aggiunto – mi ha gettato in una profonda costernazione”.
Sulle schermate degli iscritti sono effettivamente comparse ignobili fesserie. “Il continuo ricorso a terminologie legate allo sterminio e al nazismo: chi è a favore di Israele è un nazista, chi è contro Israele è un nazista. Mezzo mondo – quello che non la pensa come noi – rischia di essere tacciato di nazismo. Ho visto un paio di amici equiparare (tra plausi) Forza Nuova e Rifondazione. Ho visto un clima da stadio. Ho visto l’esposizione di bandiere (una o l’altra). Ho visto usare come avatar, esibiti con orgoglio, gli stemmi di Tsahal: e a me, che pure ho i nipoti e i cugini e amici e figli di amici che sono in quell’esercito, è parsa un’esibizione inopportuna, in questo momento. Ho letto il post di una persona che con orgoglio dichiarava ‘Israele sì che ha le palle’. Bene, chiediamolo all’amica Manuela Dviri, se è tanto orgogliosa di quelle palle, di quel machismo che ha mandato suo figlio Yoni a crepare in Libano. Chiediamolo al mio amico Dario, che al pari di tanti ha perso un figlio soldato. Forse avrebbero preferito un Paese con meno palle e più cervello. E stiamo parlando, anche qui, di una persona civile e illuminata. Fosse per me, sarebbe il momento di esibire un’unica bandiera: quella bianca”.
Morpurgo ritiene si sia smarrito il senso critico: “Ho visto gente che approvava entusiasticamente qualunque cosa venisse da Israele. Gente che diceva che Grossman era meraviglioso e anche Oz era meraviglioso e che anche la Fiamma Nirenstein è meravigliosa e ha ragione, e che anche i notiziari dell’esercito israeliano hanno ragione e sono meravigliosi. Il bollino made in Israel non rende tutto kosher. Se dai ragione a Grossman e ti pare stupendo, la Fiamma Nirenstein a rigor di logica dovrebbe avere torto: non ti puoi entusiasmare per la Rossanda e per Feltri”.
La conclusione della giornalista è stata una richiesta, rivolta al lettore-utente interessato al tema, all’insegna della ragionevolezza: “Se è pro-palestinese andrà a fare le pulci ai palestinesi e al mondo arabo (il materiale non manca). Se è pro-Israele e anti-islamico andrà a vedere i fanatismi di casa sua – che non mancano. Dell’altro cercherà di vedere se c’è del buono (qualcosa c’è). L’esercizio potrebbe risultarci utile, male non farà , probabilmente impareremo cose nuove, anche se sarà più doloroso per le nostre coscienze”.
Ne è scaturito un dibattito interessante. Chawki Cenouci, altro giornalista milanese, ha così replicato: “A scuola algerina e la stampa di regime, l’unica ai miei tempi, avevano cercato di inculcarmi il mito della Palestina. Non ci sono riusciti. Tutta colpa di mia madre che mi raccontava della sua vicina più cara, madame Benjelloun e del medico che curava i miei fratelli senza farsi pagare, Docteur Kamoun… Erano i tempi della guerra contro i francesi, mio padre era in carcere e mio fratello aspettava la sua ora nel braccio della morte. La mamma aveva trovato in loro due la salvezza. Qualche anno fa – ha proseguito Cenouci – ho saputo che da piccola mia zia paterna fu adottata, con l’approvazione dei genitori, da una vicina benestante, Madame Dreyfus, vedova e senza figli. Un giorno la signora fu convocata dalla polizia di Vichy ad Algeri, mia zia tornò a casa dai genitori “orfana” e ricchissima. Aveva allora 12 anni. Sul suo letto di morte a Casablanca mia zia si confessò per la prima volta con la figlia. L’anno scorso mia cugina è riuscita a ricostruire un pezzo della storia e ha rintracciato Madame Dreyfus a Yad Vashem. Per quanto mi riguarda, una mattina ho bussato alla porta di madame Dayan per la mia lezione di pianoforte. Un signore mi disse che madame Dayan ‘non tornerà mai più’. Non capivo. Cosi all’improvviso e senza avvertire. Era il maggio 1967, qualche giorno prima della ‘guerra dei sei giorni’”.
Toccante e lucida la successiva testimonianza, di Yasmina Melaouah: “Sono mezza araba (da padre), ma con un sangue talmente misto da non avere per mia fortuna alcuna appartenenza. Mi stanno a cuore gli uomini, mi sta a cuore la pace, amo Israele (dove sono finalmente riuscita ad andare quest’anno, dopo anni passati a schivare intifade varie, attentati) e amo i Paesi arabi, e mi rifiuto di appendere una qualche bandiera al balcone. Se più spesso mi arrabbio con Israele è perché paradossalmente lo sento più vicino, sono certa di avere più cose in comune con i ragazzi soldati che sgranocchiavano i loro panini e i loro falafel vicino al Muro che con tanti arabi vittime di una secolare assenza di democrazia, del peso ingombrante e spesso ottuso della religione. E si è più severi con chi ci è più vicino, anche solo culturalmente. Per questo ho sentito toccanti le tue parole e non posso che sottoscriverle dalla prima all’ultima. Ho trovato, in questi giorni, insopportabili tanti partiti presi – ha continuato Yasmina – posizioni spaventosamente aprioristiche (con link a sostegno….), ma non da ieri faccio il prezioso esercizio delle pulci a destra e a manca. Se ascolto Radio Popolare, divento più estremista di Fiamma Nirenstein (beh, si fa per dire, ce ne vuole…) e spesso ho spedito mail di fuoco per stigmatizzare persino la subdola sintassi con cui distorcono le notizie da Israele, se ascolto alcuni amici ebrei per i quali ogni arabo è un membro di al Quaeda mi sento sprofondare in uno sconforto che sfiora l’insofferenza. Trovo ambigue le posizioni di molta ultrasinistra e disgustoso che l’Italia si opponga a una inchiesta dell’Onu”.
Qualche altra considerazione può aiutare a “chiudere il cerchio”. Dovunque, in Palestina, ci si imbatte in macerie, povertà , bambini intristiti e donne in coda ai valichi in attesa di recarsi al lavoro in territorio israeliano. Davanti allo sguardo feroce ed impassibile dei soldati. La repressione si è fatta via via più violenta, di pari passo con l’aumento delle fortissime tensioni sociali e militari. Fino all’assedio di Gaza e ai fatti più recenti.
Ma quanto è accaduto non giustifica in alcun modo l’utilizzo di categorie semplicemente intollerabili. Sui social network è stata talvolta presentata la gravissima offensiva dei soldati israeliani come “aggressione nazista”, mentre sono state condivise immagini agghiaccianti, con stelle di David sovrapposte a svastiche affiancate a slogan farneticanti. Si dice spesso che “per capire” quanto di terribile è accaduto tra il 1940 e il 1945 sarebbe necessario recarsi a visitare Auschwitz. O quantomeno, occorrerebbe confrontarsi in carne ed ossa con chi ha vissuto, con chi sa e vuole raccontare, con chi porta sulla pelle i segni del rastrellamento e del successivo tentativo di genocidio di una “razza” in quanto tale.
E’ persino inutile ricordare, tornando all’attualità , che l’estensione del campionario di ideologismi più radicali non aiuta affatto la causa politica di quei microcosmi israelo-palestinesi alla ricerca del dialogo, della costruzione di “ponti” e dell’abbattimento dei muri.
E qui si pone una questione dirimente per la sinistra che non intenda cedere a tentazioni semplificatorie e schematiche: vorrà provare a cimentarsi con un’analisi della realtà che sappia mettere in relazione le forti ingiustizie mediorientali al grande tema della “questione ebraica” che vive e si alimenta, con grandi contraddizioni in Israele e in tutto il mondo? Quale contributo autentico potrà fornire la sinistra per uscire dalle scorciatoie, offrendo una sponda a tutti i soggetti che si battono davvero per costruire la pace?
Domande difficili, che richiedono però risposte serie e urgenti.
Paolo Repetto


Lascia un commento