Donne e pensioni, il Governo è ‘smemorato’
Innalzamento a 65 anni nel pubblico impiego: non si placa la polemica
Innalzamento dell’età pensionabile a 65 anni per le donne che lavorano nel pubblico impiego già dal 2012: la notizia è di alcuni giorni fa, in seguito alla decisione del governo di non varare alcun regime transitorio per dare seguito alle norme europee in materia.
Va precisato, però, che la vicenda ha radici più antiche. Ha avuto inizio poco meno di dieci anni fa, durante il secondo governo Berlusconi, quando l’Europa chiese ai Paesi membri un intervento a tutela delle condizioni economiche delle donne. Lo spirito della Direttiva andava nella direzione di difendere i diritti di una fascia di popolazione svantaggiata economicamente e che, accedendo in anticipo alla pensione, avrebbe incamerato retribuzioni più basse. Dunque, in virtù della preesistente discriminazione, l’Ue pretese interventi all’insegna dell’uguaglianza. Il “vulnus” tutto italiano ha a che fare con la consueta anomalia-Berlusconi, non sempre ben compresa al di fuori dei confini nazionali. In altri termini, se l’allora Esecutivo avesse precisato – con le dovute forme di natura istituzionale – che il pensionamento delle donne a 60 anni è in Italia facoltativo e non obbligatorio, si sarebbero poste le condizioni – allora, al cospetto dell’imminente Direttiva – per interventi non penalizzanti riguardo agli assetti di welfare e del mercato del lavoro nostrano. Al contrario, non avendo “interpretato” le regole nel rapporto con l’Ue e in vista di indicazioni stringenti della stessa Unione, è partita un’inevitabile procedura sanzionatoria nei confronti della quale i margini di intervento sono effettivamente assai ristretti.
La manovra economica correttiva, comunque sia, già contiene il provvedimento in salsa italiana, che riguarderà molto presto 30mila donne. Le opposizioni parlamentari chiedevano quantomeno di discutere l’attuazione della norma con una certa gradualità , quella prevista dal decreto italiano, e cioè fino al 2018. Peraltro, accelerare sul percorso di omogeneizzazione dell’età pensionabile nella pubblica amministrazione mostra tratti discutibili anche alla luce del recente pronunciamento dell’Ue che ha confermato la solidità del sistema pensionistico italiano, al cospetto degli altri Paesi europei.
Il ministro Sacconi è stato accusato dal centrosinistra di aver utilizzato strumentalmente il richiamo europeo sul tema previdenziale per fare immediatamente “cassa” sulla pelle dei più deboli. “La sentenza – ha replicato seccamente Sacconi – non ci consente alcuno spazio per trattare”. Non è affatto di questo avviso Cesare Damiano, capogruppo Pd in commissione Lavoro: “L’Ue – ha sostenuto – non ci ha chiesto i 65 anni, ma di equiparare le condizioni di lavoro di uomini e donne. Meglio sarebbe una misura di base uguale per tutti, 61 o 62 anni, a partire dalla quale inserire il principio di un’uscita flessibile, fino ai 70 anni, liberamente scelta dai lavoratori”.
E’ più forte la critica del responsabile Welfare dell’Idv, Maurizio Zipponi: “Sacconi e l’Europa – ha sostenuto – stanno operando contro gli interessi delle lavoratrici italiane. Il governo dovrebbe piuttosto mettere le donne che lavorano, a partire dagli asili nido fino alla assistenza agli anziani, alla pari di quelle europee ed equiparare il salario per uomini e donne”.
Precisa ulteriormente il concetto, con maggiore polemica, il responsabile Lavoro del Pdci-Federazione della sinistra, Gianni Pagliarini (che nella scorsa legislatura è stato tra l’altro Presidente della Commissione Lavoro della Camera): “Quella di Berlusconi è una mascalzonata – ha tagliato corto Pagliarini – lui sa benissimo che la questione affonda negli anni e che se si è giunti a questo punto la colpa è sua e della non-volontà di agire presso l’Ue per interpretare la Direttiva nello spirito di favorire la parità tra i generi e non, piuttosto, per alimentare un’ingiusta discriminazione. Non si tratta ora di intervenire sulla gradualità dell’applicazione del provvedimento – ha attaccato Pagliarini – si tratta piuttosto di pretendere che il governo ponga rimedio, se ne ha il coraggio, aprendo un confronto serrato con l’Europa e impegnandosi a far rispettare la filosofia della Direttiva. In modo da ristabilire – ha concluso – le condizioni di parità economica e sociale tra uomo e donna”.
Duro anche il sindacato del pubblico impiego Cgil. “E’ inaccettabile che la parità passi solo per le penalizzazioni – ha osservato Rossana Dettori, segretaria generale della Fp - mai che si parli di retribuzioni, eppure per le donne sono inferiori del 30% rispetto agli uomini. O del lavoro di cura che devono fare, delle loro carriere discontinue. Del fatto che abbiamo il più alto numero di lavoratrici precarie d’Europa”. Come immaginare, ha proseguito, “un’infermiera o una maestra d’asilo o una vigile del fuoco restare lavoro fino a 65 anni? Ed è verosimile che presto toccherà al lavoro privato”.
La stessa Dettori è tornata infine sulla “storia” della Direttiva, rimossa in questi giorni: “Il problema sta a monte, fin dall’inizio di questa vicenda, il governo italiano si è mosso male, non ha difeso a sufficienza il sistema previdenziale italiano che non è fatto di casse professionali. Quella di questi giorni è la chicca finale. E pensare che con le quote latte siamo stati bravissimi, abbiamo tenuto testa all’Europa più di dieci anni”.
Paolo Repetto


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