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Dell’Utri condannato perchè complice della mafia

Autore: . Data: mercoledì, 30 giugno 2010Commenti (1)

Ma Tg1 e Pdl fanno finta che sia stato assolto.

Il senatore Marcello Dell’Utri è stato condannato a sette anni di reclusione dai giudici della seconda sezione della Corte d’Appello di Palermo, per concorso esterno in associazione mafiosa.

In primo grado al parlamentare del Pdl erano stati inflitti nove anni di reclusione. La corte, riformando la sentenza di primo grado, ha invece assolto Dell’Utri limitatamente alle condotte contestate come commesse in epoca successiva al 1992 perchè “il fatto non sussiste”, ma ha riconosciuto il reato per il periodo antecedente.

La Corte d’Appello di Palermo ha anche condannato il senatore al pagamento delle spese sostenute dal Comune e dalla Provincia di Palermo che “si liquidano per ciascuna di esse in complessivi sette mila euro”.

Questo il testo integrale del dispositivo della sentenza: “Visti gli articoli 150 cp, 530, 531 e 605 ccp; in riforma della sentenza del tribunale di Palermo dell’11 dicembre 2004 appellata da Cinà Gaetano e Dell’Utri Marcello ed incidentalmente dal procuratore della Repubblica di Palermo si dichiara di non doversi procedere nei confronti di Cinà Gaetano, in ordine ai reati ascrittigli perchè estinti per morte del reo. Assorbita l’imputazione ascritta al capo A della rubrica di quella in cui al capo B, assolve Dell’Utri Marcello, dal reato ascrittogli, limitatamente alle condotte contestate come commesse in epoche successiva al 1992, perchè il fatto non sussiste e per l’effetto riduce la pena allo stesso inflitta ad anni sette di reclusione. Conferma nel resto l’appellata sentenza. Condanna Dell’Utri Marcello alla refusione delle spese sostenute dalle parti civili costituite Provincia regionale di Palermo e Comune di Palermo che si liquidano per ciascuna di esse in complessivi euro 7.000 oltre spese generali, Iva e Cpa come per legge. Indica in giorni 90 il termine per il deposito della motivazione”.

La storia del processo è antica. Era marzo 1994 quando Dell’Utri, all’epoca amministratore delegato di Publitalia, la concessionaria pubblicitaria di Mediaset, fu collegato con ambienti mafiosi.

A parlarne coi magistrati di Caltanissetta era stato il collaboratore di giustizia Salvatore Cancemi. Intanto da poche settimane il grande amico di Dell’Utri, Silvio Berlusconi, aveva annunciato la fondazione di Forza Italia.

Dopo oltre due anni di indagini, il 26 giugno 1996, Dell’Utri venne sentito per oltre 11 ore. Contro di lui c’erano le testimonianze di ben 35 collaboratori di giustizia.

Per Dell’Utri il rinvio a giudizio arrivò l’anno successivo, il 19 maggio 1997 con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Con lui fu rinviato a giudizio anche Gaetano Cinà, che intanto era stato arrestato.

Il processo di primo grado si aprì il 5 novembre 1997. L’otto giugno 2004 i pm Antonio Ingroia e Domenico Gozzo chiesero 11 anni per Dell’Utri e 7 per Cinà a sette. Dopo 12 giorni di camera di consiglio, il tribunale lo condanno a nove anni al senatore e a sette Cinà.

Per entrambi fu imposta anche l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e due anni di libertà vigilata.

Il processo d’appello cominciò il 30 giugno 2006, ma Dell’Utri era rimasto l’unico imputato, perchè Gaetano Cinà, l’uomo che lo avrebbe messo in contatto con Vittorio Mangano, il mafioso assunto da Berlusconi per la sua villa di Arcore, era morto il 28 febbraio 2006 all’età di 72 anni.

Il dibattimento era ormai avviato verso la conclusione quando il 17 settembre 2009 il pg Antonio Gatto chiese di far deporre Massimo Ciancimino, figlio di Vito, sindaco mafioso di Paleremo, che aveva cominciato a fare dichiarazioni sui rapporti tra mafia e politica.

La corte non accolse la richiesta dell’accusa definendo l’uomo come teste “contraddittorio”. Al dibattimento, però, fu ammesso Gaspare Spatuzza che nell’udienza del 4 dicembre 2009 parlò di Dell’Utri e Berlusconi.

Spatuzza, riferendo confidenze dei boss di Brancaccio mai pentiti, Giuseppe e Filippo Graviano.

L’11 dicembre 2009 Giuseppe Graviano si rifiutò di rispondere e Filippo smentì Spatuzza. Il 16 aprile scorso, poi, l’accusa concluse la sua requisitoria chiedendo per lo strettissimo collaboratore di Berlusconi 11 anni di reclusione.

La Corte, a quanto pare, non ha preso in considerazione le dichiarazioni di Spatuzza, ritenendo Dell’Utri non coinvolto in fatti criminosi successivi al 1992, ma colpevole per i suoi rapporti con la mafia negli anni precedenti.

Subito dopo la lettura della sentenza il procuratore generale Antonino Gatto e i difensori del condannato hanno paventato la possibilità che la condanna possa cadere in prescrizione. I giudici della seconda sezione della Corte d’appello di Palermo hanno infatti condannato il senatore del Pdl limitatamente alle contestazioni precedenti al 1992. I calcoli relativi alla prescrizione sono estremamente complessi e vanno rapportati ai singoli episodi. La Corte avrebbe potuto applicarla d’ufficio, cosa che però non è avvenuta. I legali di Dell’Utri hanno già annunciato che prima di valutare i termini di un’eventuale prescrizione faranno ricorso in Cassazione, mentre il Pg Antonino Gatto ha detto che per il momento non ci vuol pensare, ammettendo implicitamente che il rischio prescrizione esiste.

Dell’Utri, dopo la sentenza, ha detto: “Posso dichiarare soddisfazione e il mio stupore. Il verdetto è pilatesco. Ha dato un contentino alla procura palermitana ma anche una grossa soddisfazione all’imputato perchè ha escluso tutto ciò che riguarda le ipotesi dal ’92 in poi”.

Facendo finta di non sapere che per la seconda volta è stato ritenuto colpevole di aver avuto rapporti col crimine organizzato ha aggiunto: “Finalmente la smettiamo con questo discorso della mafia, delle stragi, della politica. Andassero a cercare se veramente ci sono, e probabilmente ci sono, i responsabili di quel periodo tremendo della storia del nostro Paese che ancora stiamo vivendo. Aver dato una spazzata a quella macchinazione preparata artatamente è importante”.

Poi Dell’Utri ha affermato: “Io non ho capito quali sono i reati che avrei commesso prima del ’92. I fatti riguardano la preistoria, le antenne, la Standa, che non hanno con me nessun riferimento. Io mi occupavo solo di televisione in termini commerciali, una vita di lavoro a fare questo, vicino a Berlusconi”.

Infine il senatore della Repubblica ha definito il suo amico Vittorio Mangano un “eroe”. L’esponente mafioso fu indicato da Tommaso Buscetta e Totò Contorno, durante il maxiprocesso di Palermo (1986-1987), come “uomo d’onore” appartenente a Cosa Nostra, nella “famiglia” di Pippo Calò, il capo della “famiglia” di Porta Nuova (della quale aveva fatto parte lo stesso Buscetta).

Come è noto, nel 1973 Marcello Dell’Utri lo fece assumere come stalliere, con funzioni di amministratore, nella villa di Arcore di Silvio Berlusconi, nella quale visse e lavorò fino al 1975.

Paolo Borsellino, in una intervista rilasciata il 19 maggio 1992, ovvero due mesi prima di essere ucciso nell’attentato di via d’Amelio, affermò che Mangano era “uno di quei personaggi che ecco erano i ponti, le teste di ponte dell’organizzazione mafiosa nel Nord Italia”. Il 19 luglio 2000 lo ‘stalliere’ fu condannato all’ergastolo per il duplice omicidio di Giuseppe Pecoraro e Giovambattista Romano, quest’ultimo vittima della “lupara bianca” nel gennaio del 1995. Di questo secondo omicidio Mangano sarebbe stato l’esecutore materiale.

Ad ognuno, quindi, i propri “eroi”.

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Commenti (1) »

  • Gabbianonero ha detto:

    Da Andreotti in poi, non s’è avuta più una sentenza di Giustizia, i Giudici si son amalgamati nella melma della politica tant’è che non esiste più lo Stato di Diritto essendo stato violato l’art. 3 della Costituzione della Repubblica Italiana.

    Domanda : A cosa servono i pentiti se poi nonostante gli accertamenti effettuati e verificati , non si tiene conto delle Loro dichiarazioni ?

    Risposta che qualcuno dovrebbe dare alle persone per bene.

    Questi Giudici farebbero bene a dimettersi per il fallimento del Proprio Ufficio e delle Loro responsabiità della disapplicazione dell’Art. 3.

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