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Chiesa, quanta paura nella fortezza

Autore: . Data: venerdì, 4 giugno 2010Commenti (0)

Pedofilia, celibato, bioetica. Le riflessioni di don Barbero, prete di base

E’ già scomparsa dalle prime pagine dei giornali la notizia delle indagini da parte della procura di Friburgo a carico del presidente della Conferenza episcopale tedesca, Robert Zollitsch, per presunta complicità in casi di abusi sessuali su minori. Il capo dei vescovi tedeschi, secondo l’accusa, avrebbe coperto le molestie di un sacerdote ai danni di un minore negli Anni Sessanta.

In realtà non deve stupire il calo di interesse dei lettori in merito di alcuni fatti di cronaca che vedono protagonisti porporati e sacerdoti di vari Paesi europei: lo scoop è tale se riguarda un fatto inedito o emotivamente coinvolgente, mentre le repliche in rapida successione di uno stesso “filone” di notizie suscitano progressivamente sempre meno interesse scandalistico, perciò perdono peso.

Alle cronache andrebbero dunque affiancate riflessioni di un certo respiro, per provare a capire certi fenomeni al di là dell’emozione di breve periodo. Ci ha provato, dalle colonne di Adista (storica e acuta agenzia di vicende cattoliche), don Franco Barbero, animatore della Comunità di base di Pinerolo, nel torinese.

“Mentre si cerca di ristabilire verità e giustizia – ha spiegato – molti membri della gerarchia si sono posti in un atteggiamento difensivo che potrebbe nascondere la volontà di minimizzare quanto è accaduto. E’ una ‘liturgia’ consunta prendersela con la liberazione sessuale, tirare in ballo una presunta campagna diffamatoria, una strategia pianificata ai danni della Chiesa cattolica, cercare le trame oscure del complotto”.

Strategie difensive che prefigurano un rafforzamento delle tendenze preconciliari che hanno caratterizzato lo scorso e l’attuale pontificato. “Non mancano, in verità – ha osservato Barbero – gesti e voci che nel popolo di Dio invitano a cambiare strada dimostrando di aver capito che il bene delle persone è più importante della reputazione dell’istituzione ecclesiastica. E’ chiaro però che la regola romana della segretezza, confermata da papa Ratzinger per molti anni, ha favorito l’irresponsabilità e la copertura di questi abusi”.

Don Barbero ha poi dato voce esplicitamente ad una paura: “Temo che le gerarchie cattoliche vogliano ‘fare pulizia’ e ‘passare ad altro’, cioè chiudere il più presto possibile ‘l’incidente’ con qualche documento e qualche provvedimento d’urgenza”. il sacerdote non nega “la necessità e l’utilità di alcune dichiarazioni e di provvedimenti immediati, ma si può rischiare di perdere in tal modo un’altra occasione per un ripensamento ben più ampio e radicale”.

Il radicalismo attiene alla volontà (o meno) di voler aprire finalmente un capitolo, dentro la Chiesa, che ha molto a che fare con certi fatti di cronaca, “il capitolo – ha aggiunto don Barbero – della sessualità, dei sentimenti, della corporeità, del celibato obbligatorio dei preti, del posto della donna nella Chiesa e della bioetica, che va ripensato. Senza questo coraggio di guardarsi dentro, violentati i minori e abbandonati i ‘mostri’ alla loro disperazione e alla loro malattia, l’istituzione Chiesa potrebbe solo presumere di presentarsi come pulita e sana. Ma sarebbe illusorio, ipocrita e devastante, perché non farebbe che fotografare una realtà ecclesiale incapace di rigenerarsi. E’ la percezione di questo stile ecclesiastico che lascia insoddisfatti quanti esigono dalle gerarchie cattoliche una piena ammissione delle loro connivenze e delle loro complicità”.

Il ritardo o la reticenza nel voler affrontare taluni problemi ha indotto don Barbero a definire la Chiesa “come una casa chiusa, sempre più chiusa. Manca l’aria e il clima diventa irrespirabile. Avverto – ha denunciato – la pesantezza dell’ambiente e la rarefazione dell’ossigeno, tipica dei luoghi chiusi: mancano i raggi di sole, le finestre aperte, il rumore della strada, i passi e le voci che rallegrano una casa e la rendono abitata da cuori palpitanti e da teste pensanti”.

Una fortezza, insomma, “in un palazzo nel quale si predica molto la ‘santità’ e si cura poco la ‘sanità’”. Nel palazzo “ogni cosa deve fare bella mostra di sé, deve stare al suo posto. Ogni ‘spostamento’ viene guardato con sospetto, come un attentato all’ordine stabilito, la libertà di parola e l’esercizio del pensiero critico sono bollati come corrosivi perché sollevano domande inquietanti e vanno a rovistare negli angoli bui. Quando, anziché essere se stessi, si deve recitare una parte, allora compaiono i trucchi, i nascondimenti, le ipocrisie, le perversioni, le violenze… Il guaio è che la pastorale cattolica ha dislocato un po’ in tutto il mondo il palazzo vaticano in miniatura esportando così un modello di Chiesa patogeno”.

Da don Barbero è giunto comunque un messaggio di speranza, legato alle “Chiese locali, alle comunità parrocchiali, ai centri di spiritualità e alle varie realtà comunitarie che debbono evitare di riprodurre il ‘palazzo’ per diventare, invece, case vive, chiassose, ribelli, disobbedienti, accoglienti, creative… Case sulla strada, con molta attenzione e simpatia per tutti i viandanti”. Con il Vangelo a portata di mano “e soprattutto nel cuore”.

Paolo Repetto

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