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Un incubo chiamato Agile

Autore: . Data: martedì, 18 maggio 2010Commenti (0)

La testimonianza di un lavoratore ex Eutelia, in un articolo per ‘Tu Inviato’

La mia vita lavorativa è iniziata in maniera molto facile. Mai un giorno di disoccupazione: lavoravo già prima della laurea e, in attesa di espletare gli obblighi militari, tentai varie esperienze, tutte gratificanti sia sotto l’aspetto economico che professionale. Mi addormentai una notte sognando Olivetti; un traguardo raggiunto con poco sforzo, quando ancora gli informatici erano merce appetibile.

Mi svegliai qualche anno dopo scoprendo che il mio sogno si era tragicamente trasformato in un incubo che neppure la luce del giorno riusciva a dissolvere. Eutelia, e poi Agile, di lì a poco, avrebbero cancellato speranze e aspettative, in una lenta agonia fatta di attese, mortificazioni, umiliazioni di ogni genere. Una strada a ritroso, una discesa in retromarcia senza freno a mano, senza neppure la possibilità di guardare il punto di impatto, troppo distante e orribile.

Un tessuto realizzato ad arte, dove trama e ordito si sono intrecciati magnificamente per nascondere nefandezze e malefatte agli occhi del pubblico e della legge; ogni punto intrecciato con gli altri in un ricamo di indicibile nequizia.

E oggi, senza stipendio da mesi, arranco e le mie giornate si svolgono al capezzale di una professionalità ormai moribonda. Quello che un tempo era uno spettro che si aggirava nella notte e fingevo di non vedere oggi è una bella donna vestita di luce, lontana e irraggiungibile. Mi guarda, ma le sue labbra sono strette in un sorriso malvagio, ridanciano.

“Mi vuoi? Sarò tua, ma in cambio della mia bellezza ti tarperò le ali”,  sembra dirmi. Perché questa signora, che dovrebbe aiutarmi a sopravvivere allontanando un po’ l’ombra incombente della miseria, mi annienterà.

Non posso lavorare, signori miei, perché gli ammortizzatori sociali non lo consentono. Se guadagnerò 100 euro con un’attività ufficiale, avrò 100 euro in meno sull’assegno dell’Inps, e dovrò sopravvivere con una paghetta da fame, pagare il mutuo e le bollette, e perfino comprarmi da mangiare. Questa è la legge.

Qualcuno compra case senza neppure sapere chi gliele paga, qualcun altro riceve un assegno di mantenimento da 300mila euro mensili, ed  io che voglio pagare le tasse, lavorare onestamente, integrare con le mie forze quello che ho perso, sarò costretto a cercare un’attività in nero, ad aggirare la legge con ogni mezzo, magari dedicarmi anche a piccoli furti al supermercato.

Eh, sì, signori miei, la legge italiana non tutela gli onesti. Fatemi una cortesia, non spegnete il fuoco, quando lo vedrete ardere. Lasciatemi almeno riscaldare.

Luigi Civita

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