Morire senza senso nel labirinto afghano
Due militari italiani uccisi ieri, continua la carneficina senza via d’uscita.
Un giornalista, Edwin Mora, di CNSNews.com, una rete informativa americana del tutto indipendente, ha descritto in poche parole il 31 marzo scorso la situazione: “Nel primo trimestre del 2010 le perdite statunitensi in Afghanistan sono state più del doppio di quelle del 2009″. Il reporter ha quindi spiegato: “Le 81 vittime Usa in Afghanistan cadute durante il primo trimestre di quest’anno hanno più che raddoppiato le 38 dello stesso periodo nel 2009, che era già stato comunque il più letale in otto anni di guerra in quel Paese”.
Ieri è stata la volta di due militari del nostro Paese, vittime di una esplosione nella zona di Herat, nel nord-est del Paese. Sono stati uccisi il sergente Massimiliano Ramadù, 33 anni, di Velletri e il caporalmaggiore Luigi Pascazio, 25 anni, della provincia di Bari. Feriti Gianfranco Scirè, di 28 anni, siciliano e Cristina Buonacucina, di Foligno. Ora sono 28 i soldati italiani morti nella missione.
Per tutta la giornata si sono susseguiti i messaggi di cordoglio: partiti, sindacati, ministri, Presidente della Repubblica, Presidenti delle Camere, associazioni. Come sempre si è scatenata la ‘Sagra del coccodrillo’.
Sono tutti “profondamente colpiti” per un evento tuttavia largamente prevedibile, perchè laggiù da anni non si intravede neppure la più vaga via di uscita da un conflitto che dal 2001 ha causato la morte di oltre 1745 militari delle truppe Nato e di alcune migliaia di civili inermi. I feriti si contano, poi, a decine di migliaia in un Paese che ha circa 31 milioni di abitanti.
La missione italiana, secondo alcuni calcoli, costerebbe circa due milioni di euro al giorno, mentre l’80 per cento del territorio afgano è senza controllo o in mano alle truppe talebane.
Con la demagogia che gli è propria, dal coro di ‘affranti’ si è levata la voce del leghista Calderoli (subito sgridato anche da Bossi), che ha dichiarato: “Al di là delle vite umane che fanno spaccare il cuore, bisogna verificare se questi sacrifici servono o meno a qualcosa”.
Tuttavia i celtico-padani sanno molto bene che l’opinione pubblica è sempre meno convinta della missione e mostrano i propri dubbi, ma nello stesso tempo da anni sostengono la guerra.
Preoccupanti, come sempre, le posizioni dell’opposizione parlamentare. Il leader del Pd, Pier Luigi Bersani, non ha perso l’occasione per rilasciare l’ennesimo commento titubante e compromissorio.
Ha detto il segretario del principale partito del centro sinistra: “Certamente noi non possiamo consentire che i talebani sconfiggano l’intera comunità internazionale. Bisogna però che riflettiamo sull’evoluzione di quella missione così peraltro come sta facendo il presidente Obama che ha espresso l’esigenza di un atto di responsabilità del governo afgano, un coinvolgimento più diretto e impegnativo per le potenze confinanti. Quindi con la possibilità di una evoluzione rapida di quella missione che oltre a fronteggiare i talebani dovrebbe dare appoggio al governo afgano e via via garantire elementi ordinari di sicurezza”. «Di questo – ha concluso – bisogna discutere in Parlamento”.
Bersani ritiene che un così tenue ‘dissenso’ debba essere ‘coperto’ dalle parole del presidente americano, ma non ritiene indispensabile raccontare una verità nota alla maggior parte dei cittadini di questo Paese, che hanno ben compreso come la via del conflitto è un vicolo cieco.
La realtà è che in quel Paese non esiste alcun governo centrale, il presidente Karzai è screditato e sospettato anche di aver ‘truccato’ le elezioni, il territorio è in mano a signori della guerra disposti a cambiare schieramento a seconda delle opportunità , mentre il presunto esercito nazionale afgano è destinato a crollare non appena le truppe della Nato dovessero ritirarsi.
La necessità di definire una volta per tutte l’inutilità di questo intervento militare (voluto da un presidente Usa, George W. Bush, considerato oggi il peggiore nella storia degli States) e proporre la immediata decisione di cominciare e dirottare le enormi spese per la guerra verso un sistema trasparente di cooperazione civile in grado di fornire alla popolazione afgana i mezzi materiali e culturali per isolare le frange integraliste non sembra neppure venire in mente al nostro rappresentante dell’opposizione.
Eppure non c’è altra scelta possibile per avviare un pur difficilissimo processo politico di pacificazione, l’unico strumento per sperare in una conclusione di questo spaventoso sterminio senza senso.
D’altra parte anche un ritiro, che alcuni vorrebbero subito, senza una strategia di uscita intelligente produrrebbe altri ed altrettanto gravi problemi per la popolazione civile, lasciando il Paese in mano ai signori della guerra ed ai regolamento dei conti tra le diverse fazioni e producendo un situazione potenzialmente simile a quella che da decenni sta affliggendo la Somalia.
I due militari caduti ieri hanno dato la vita e sarebbe corretto restituire a loro ed alle loro famiglie la verità su una guerra insensata.


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