L’Italietta dei salottini
Un illuminante articolo di Barbara Palombelli svela i motivi per i quali il nostro Paese è in agonia.
La giornalista ‘progressista’ e girovaga (da La Repubblica a La7, dalla Rai a Mediaset, da Il Corriere della Sera al Foglio e a Panorama) ha scritto per il quotidiano (per pochi intimi) diretto da Giuliano Ferrara (anche lui un esperto in circonvoluzioni: da comunista a craxiano e poi berlusconiano, da laico a super nemico dell’interruzione di gravidanza) uno di quegli articoli che riescono a descrivere in modo mirabile l’abisso culturale nel quale è precipitata l’Italia.
Naturalmente Palombelli non lo ha fatto con consapevolmente, ma poco importa.
Ha rievocato la narratrice a proposito della sua adolescenza, intorno al 1966: “Questa è una storia che inizia un po’ prima del Sessantotto, nella sala A di via Asiago, Roma. Lì la radio pubblica registrava, nel primissimo pomeriggio, un programma che andava in onda di sabato. Si chiamava “Bandiera Gialla”. Un complesso musicale suonava dal vivo, il dj metteva dischi “arrivati dall’America” e noi ragazzini (che avevamo scritto alla mitica Rai per chiedere e ottenere i biglietti) ballavamo felici. Animatore di un simile circo era il grande domatore Gianni Boncompagni (che poi autografava le bandierine di plastica con cui noi votavamo la preferita della settimana, un format essenziale). Avevo tredici, quattordici anni, sgambettavo ammirando i più grandi: Alfredo Cerruti, Alberto Dentice, Paolo Giaccio e Roberto D’Agostino…”.
In quegli anni l’Italia era un posto nel quale se un ragazzino del liceo si baciava in pubblico con la sua fidanzatina il rischio di essere insultati o addirittura fermati dalla polizia non era per niente remoto.
I fascisti della ‘Giovane Italia’, l’organizzazione giovanile del Msi, scorrazzavano impunemente per le scuole italiane, leggere L’amante di Lady Chatterley di Lawrence era considerato un peccato mortale e le ginocchia di Sylva Koscina (solo quelle) nutrivano l’immaginario erotico di milioni di cittadini italioti, maschi ed onanisti.
La Rai era dominata dalla Democrazia Cristiana e Paolo Limiti ne ha ricordato alcune ‘regolette’: “Membro” (non si poteva neanche dire “membro del Parlamento”), “seno” (neppure in senso figurato, come “in seno alla famiglia”), “parto”, “vizio”, “verginità ” e “alcova”. Non solo: nelle pubblicità non potevi neppure usare “deodorante” (da qui la famosa parafrasi dello “Stai fresco tutto il giorno”), perché si temeva che l’evocare afrori di qualsiasi tipo potesse provocare o addirittura eccitare oltre misura l’utenza”.
In quel lager conformista, per tentare di reagire all’avanzata imponente del rock and roll made in Usa, fu ‘permesso’ dai rigidi censori cattolici che ‘possedevano’ la Rai la realizzazione del programma un po’ faceto ed un po’ goliardico, ma del tutto innocuo che cita Palombelli.
Perchè l’adolescente di allora e futura giornalista ‘alla moda’ amava andare nella ‘mitica’ “sala A di via Asiago in Roma” come la chiamavano gli speaker dell’epoca? “Cercavamo emozioni, novità , stimoli: volevamo sempre qualcosa di più nuovo, in gara tutti insieme con il mondo che – da lento – stava diventando rock [...] Accelerare, smontare e ricomporre i fatti senza pregiudizi, rimescolare elementi del presente che nessuno aveva connesso prima fra loro e tentare di comunicarli: questa la formula magica che apprendemmo allora e che cerchiamo ogni giorno di non dimenticare. L’avevamo sentita da grandi maestri che avremmo poi ritrovato all’università , nei giornali, nella vita”, ha spiegato.
Mentre Palombelli, i suoi amici ed i suoi ispiratori ‘mixavano’ la realtà , lontano, dall’altra parte del mondo, nei mitici States, da quasi dieci anni erano stati girati film come “Scandalo al sole”, la ‘Beat Generation’ aveva cominciato a raccontare la crisi del ‘sistema’ e James Dean era già morto dopo aver girato l’indimenticabile ‘Rebel Without a Cause’, in italiano ‘Gioventù Bruciata’. In simultanea con le ‘nuove emozioni’ dei ragazzini ‘per bene’ di ‘Bandiera Gialla’, Peter Fonda (figlio del notissimo Henry) stava con dei govani e ‘sballati’ capelloni inglesi, tali Beatles, in una casa in affitto a Benedict Canyon, LA-California ed erano tutti ‘fatti’ di Lsd mentre pensavano alla vita, alla morte ed alla musica. I quattro geni di Liverpool, nonostante quelle abitudini vagamente ‘trasgressive’ erano gia stati insigniti dell’onorificenza di Membri dell’Ordine dell’Impero Britannico dalla regina Elisabetta II.
L’adolescente italiana, invece, si stava formando “in politica, con Antonello Trombadori e il suo intergruppo cultural-musical-cinedolcevitaiolo. Negli studi, con Beniamino Placido (mollò la Camera del Deputati per raggiungere Agostino Lombardo, Sandro Portelli, Nadia Fusini e tanti altri all’Istituto di Letteratura Angloamericana” ed “in tv, con Renzo Arbore che iniziava capelloni e “collettoni” all’anticonformismo borghese della sua accademia di spettacolo e della sua vita. Nei giornali, con Valerio Riva e Pasquale Chessa: affascinati da tutto e da tutti, allestirono redazioni cercando scintille ed evitando come la peste maestrini e maestrine del pensiero”.
Mentre la ‘ragazzina Palombelli’ era travolta dall’intergruppo “cultural-musical-cinedolcevitaiolo”, alcuni potrebbero ricordare la “Summer of Love”, Easy Rider, Jukebox all’idrogeno di Allen Ginsberg o aver corso il rischio di aver ascoltato le canzoni degli MC5, di aver visto le opere di Andy Warhol, sentito parlare di Herbert Marcuse, Theodor Adorno, Max Horkheimer o Fritz Pollock.
Secondo Palombelli la ‘modernità ’ di quell’epoca sarebbe questa: “Roberto D’Agostino era ovunque, nelle radio, nei giornali, a lezione fisso alla Sapienza anche se i suoi non potevano permettersela [...] eravamo pazzi di Zeri, e lui si divertiva a scrivere libri dissacranti e a fare coltissimi scherzi telefonici”. Ed ancora, riferendosi a D’Agostino e Zeri: “Solo loro due potevano – insieme – mixare dispetti da comari con intrecci di stili e analisi dotte sulle tendenze della pittura contemporanea (fu Dago a piazzare un hamburger di plastica a pile sotto uno dei fondi oro del prof, che lo spacciava ai suoi ospiti riverenti come scultura pop e invece era un gadget cinese da un euro)”.
Hamburger di plastica per scherzo, mentre in un loft sulla 47° a New York, nella Silver Factory si inventava la Pop Art. Quella vera.
Ed ancora ricorda Palombelli: “I balli a villa Ada, anni Ottanta, poi Novanta: Arbore e Boncompagni continuavano a tenere lezioni sulla vita nei loro spazi tv e Dago non smetteva di cercare, cercare, cercare. Senza tregua. Un film profetico, Mutande Pazze, uno zig-zag fra i settimanali, sempre arte, musica e chiacchiere, tanti amici nuovi e fedeltà assoluta ai vecchi. Tutte le passioni della vita, insieme, con un’allegra insofferenza che confina nella smania: da dieci anni, nel sito Dagospia, Roberto si ritrova al 70 per cento. C’è tanto mondo fuori, da esplorare nei viaggi e nelle furiose indagini nella prateria del web internazionale. Sogna ancora una vita da dj maledetto, notti amplificate e giornate pigre”.
Insomma, l’Italia dei ricordi della giornalista è quella di Boncompagni e della sua televisione vuota, di Arbore e dei suoi programmi scombiccherati, di D’Agostino con il suo orrendo ‘Mutande Pazze’ ed il sito di gossip ‘Dagospia’. Maestri di ‘vita’.
Altrove dei coetanei di Palombelli diventavano Steven Spielberg, Luc Besson, Daniel Cohn Bendit, Bob Woodward, Carl Bernstein, Steve Jobs o Bill Gates e mille altri che è impossibile citare tutti.
Ecco spiegato il disastro italiano, in poche righe di memorie scritte da una giornalista ‘girovaga’.
Ps: Barbara Palombelli è la moglie di Francesco Rutelli.


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