La vita di una famiglia italiana negli Stati Uniti: “Anche qui ci sono cose impossibili, per esempio il calcio”
Un reportage del tutto speciale dagli States per ‘Tu Inviato’.
La famiglia Vecchi – Giorgio ha trovato casa, si è più o meno sistemata e le cose cominciano a trovare un ritmo.
Per Ezio è arrivato il momento dello ‘svago’. Arriva il primo incontro col calcio americano, un torneo improbabile organizzato con e mail misteriose, giocato su un campo impossibile e produttore di sconfitte tremende. Anche in America ci sono cose impossibili.
Il torneo di Calciotto
Sono passati già 15 giorni da quando siamo arrivati qui ad Huntsville. Sono stati occupati intensamente a fare tutto il necessario per fare stare bene i bimbi e Stefania. Adesso penso di rispondere ad una misteriosa e-mail che è arrivata nel mio ufficio. Mi si chiede la disponibilità a partecipare ad un torneo di calciotto organizzato tra l’1 ed il 2 agosto.
Non conosco nessuno della squadra ed ignoro se il livello tecnico sia troppo elevato o basso per le mie qualità calcistiche, comunque non più esaltanti vista la poca attività fisica svolta negli ultimi 4 anni.
Dopo la risposta affermativa mi arrivano, sempre per posta elettronica, le indicazioni per partecipare: come arrivare, regole da seguire durante la partita, cosa indossare, orari degli incontri. Leggendo il calendario mi vengono dei dubbi. Tutto si svolge in due giorni. Ci sono due match al sabato, uno di domenica e l’eventuale sempre domenica alla fine delle eliminatorie.
La cosa temibile è l’orario della seconda partita del sabato: ore 13.00. Ad agosto la temperatura è veramente africana, con punte che arrivavano a 45 gradi e c’è una umidità da palude fin dalle sette di mattina.
Sono abbastanza preoccupato, non tanto per la mia prestazione che potrebbe essere scarsa, ma per la mia incolumità fisica. Comunque, senza starci troppo a pensare parto con mappa stradale al seguito ed alle 8 del sabato mi trovo al campo da calcio.
La prima difficoltà è trovare la mia squadra. Infatti l’area è costituita da 4 campi da calcio di qualità non fantastica.
Il terreno di gioco, come si vede nella foto qui a fianco, sembra quello dei campi di patate, gibbosi pieni di buche, e ci sono pozzanghere anche se non piove da mesi.In compenso il parcheggio è facile, ci sono decine di posti auto a fianco di ciascuna area di gioco.
Il meeting point, ovvero il posto dove incontrarci, è stato cambiato a mia insaputa e questo non è bello. Passo in rassegna tutti e quattro i campi e cerco di capire quali persone formano la mia squadra. Dopo svariati tentativi scopro i miei compagni di calciotto: un misto di giovani e vecchi di tutti i continenti, dal fisico poco atletico e dagli idiomi non sempre compatibili tra loro.
Subito il mio capitano (soprannominato Gambadilegno per la sua quasi inesistente sensibilità nel tocco della palla)  si presenta e mi da la maglia del team. Io gli chiedo una L o XL, ma lui ha solo una small, che non è per nulla generosa col mio fisico non troppo atletico. Tutta la ‘pancetta’ si evidenzia nel suo profilo peggiore. Cerco di fare amicizia comprimendo i muscoli addominali, chiamiamoli così, e cerco di capire durante il riscaldamento chi sono i giocatori bravi e quelli scarsi. La percentuale non è esaltante: i bravi potrebbero essere il 10 per cento, i medi il 20 e gli scarsi tutti gli altri. Arrivano anche due italiani con i quali fraternizzo subito e cerchiamo di capire come dobbiamo metterci in campo.
Gli ordini del capitano-tecnico però sono chiari: ognuno fa quello che gli pare, basta vincere. Comincio a capire perchè gli americani non vinceranno mai nessun torneo internazionale di calcio e mi rendo conto che la due giorni calcistica sarà avara di gioie.
Iniziamo la prima partita disposti in modo confuso, tipo scapoli-ammogliati, e troviamo di contro una squadra di giovanissimi, tutti in perfetta forma fisica e con le ragazze cheerleaders al seguito. Brutti clienti per degli improvvisati come noi. Io ed un altro italiano ci mettiamo in difesa nel tentativo inutile di limitare il passivo e l’altro nostro connazionale si nomina centravanti per togliersi qualche soddisfazione. La temperatura alle 8 e mezzo è già di 34 gradi ed è meglio non parlare dell’umidità . Ci giochiamo onestamente la partita ma la sconfitta sarà pesante, tipo 15 a 4 per i ragazzotti.
Dopo il primo match per nulla gratificante ci riuniamo per un debriefing. Agli americani piace tanto fare i debriefing, per qualsiasi cosa. Si tratta di una pratica di analisi collettiva sulla situazione. Noi italiani cerchiamo di far capire che se non vogliamo farci asfaltare di nuovo la prossima partita dovremo tenere delle posizioni fisse e cercare di sviluppare un minimo di tattica. Ok, recepiscono, lesson learned appresa da tutti ed si aspetta la prossima gara non senza troppa ansia, anche perchè il sole è cocente e la temperatura sembra aumentare di ora in ora. Sembra di essere sulle sfide aziendali di Fantozzi, nelle quali si straparla di tutto a casaccio. Qui qualcuno giura di aver visto il termometro sulla Memorial Parkway a 106 Gradi Farenhait, che per noi utilizzatori dei Celsius vuol dire più di 44 gradi.
Qui sopra la squadra dopo il debrifeing. Il terzo da sinistra è il sorridente capitano americano, Gambadilegno, il quarto il quinto e il settimo (io) siamo gli italiani. Il sesto è un coreano. La persona inginocchiata, molto simpatica, dovrebbe scegliere le boccette.
Sono le tredici e rientriamo in campo. Siamo convinti di non fare la figuraccia della partita precedente. Ed infatti per tutto il primo tempo e per metà del secondo riusciamo a stare su di un gol. Mai sottovalutare però Gambadilegno che con l’ausilio del signore con l’ombrellino alla fine ci fanno perdere di misura, solo una rete di svantaggio. Comunque un buon passo avanti.
Alla fine la compagnia si saluta. Siammo contenti di non aver avuto un collasso a causa del caldo. Perchè nel frattempo la temperatura è diventata soffocante e ci si sono messe anche delle nuvole che coprendo il sole hanno reso il clima percepito ancora più umido. Ci diamo appuntamento domani, alle otto in punto.
Riposati e felici la mattina ci ritroviamo al solito posto. Ormai ci conosciamo ed i preliminari sono più facili. Ci carichiamo per la partita anche se sappiamo di non poter avere alcuna possibilità di passare in finale. Ci battiamo con tenacia ed orgoglio, ma quando manca la materia prima c’è poco da fare. Prendiamo un’altra sonora batosta, più o meno 10 a 2, meglio non ricordare.
L’avventura è finita. Convenevoli di prammatica, strette di mano e generico appuntamento per un futuro ed eventuale prossimo torneo. Ma Gambadilegno è fiducioso ed ottimista, nonostante le sconfitte sostiene che si è giocato bene ed incoraggia tutti. A volte l’educazione diventa un limite. Sarebbe stato bello dirgli che forse senza di lui avremmo giocato meglio.
Ma il ‘capitano’ è gasatissimo e chiede a tutti di formare una squadra stabile per partecipare ad un campionato di una misteriosa categoria americana. La proposta viene accolta con molta freddezza. Sta arrivando l’ora di pranzo, è domenica e prendere batoste a raffica non è piacevole per nessuno.
Ezio Vecchi
Le puntate sulla vita della famiglia Vecchi sono pubblicate tutti i venerdì.
I contenuti e le foto sono stati gentilmente concessi da ‘4 vecchi in America’.


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