La sanità agonizzante
L’80 per cento delle forniture non pagate dalla Asl. Cinque miliardi di debiti che rischiano di mandare il sistema al collasso
Le Asl hanno accumulato debiti nei confronti dell’80 per cento delle aziende biomedicali, ovvero le imprese che forniscono agli ospedali attrezzature elettromedicali, strumentazioni diagnostiche, siringhe, garze, bende e quant’altro.
Secondo alcune previsioni queste società hanno già fatto partire le azioni di pignoramento per recuperare i propri crediti, che ammonterebbero all’astronomica cifra di quasi 5 miliardi di euro.
Angelo Fracassi, presidente di Assobiomedica, l’Associazione che riunisce circa 300 aziende di tecnologia biomedicale e diagnostica ha dichiarato: “Anche se non abbiamo un dato ufficiale si stima che 8 imprese su 10 hanno già fatto partire un azione di pignoramento nei confronti delle aziende sanitarie. Solo il 20 per cento infatti aspetta i pagamenti senza fare nulla. Magari perchè sono piccole aziende senza un’adeguata organizzazione”. L’altro 80 per cento segue invece due strade: una diretta e un’altra indiretta. “Il 30 per cento delle aziende intraprende azioni legali in proprio. Procedimenti che possono durare dai 9 mesi ai due anni”, ha spiegato il presidente.
I tempi delle cause possono infatti essere molto lunghi. “Diciamo che se l’iter giudiziario procede spedito, senza intoppi, si può arrivare a bloccare i fondi dell’azienda sanitaria nel giro di 9-12 mesi. Ma non succede quasi mai di procedere con questi tempi, soprattutto in alcune regioni del Sud”. Il restante 50 per cento delle cause parte invece dalle società finanziarie che, spiega il presidente di Assobiomedica, “prima scontano i crediti delle imprese e poi partono con le azioni legali per recuperare i soldi delle fatture che hanno scontato”.
In tutti i casi, comunque, un mare di soldi in sospeso che, se la macchina giudiziaria procederà senza intoppi, entro 9-12 mesi le Asl potrebbero essere costrette a sborsare. Con il rischio di ritrovarsi con i fondi bloccati, mettendo così in pericolo il pagamento degli stipendi di medici, infermieri e di tutto il personale che lavora nelle strutture sanitarie. In tal senso, i rischi maggiori li corrono gli ospedali della Calabria, della Campania e del Molise, dove, per le imprese biomedicali, i tempi di attesa per i rimborsi delle fatture sono altissimi: anche più di due anni.
Il fronte del disastro, sempre secondo Assobiomedica, ammonta ad un complessivo di debiti a carico delle Asl per di 4 miliardi e 613 milioni di euro. Di questi, 1 miliardo e 840 milioni, giusto il 40 per cento, sono a
carico delle Asl della Campania (766 mln), del Lazio (649 mln) e della Puglia (425 mln). Ma non sono da meno Emilia Romagna (402 mln), Piemonte (360 mln), Veneto (349 mln), Calabria (333 mln), Toscana (288 mln).
In Lombardia, che si vanta a parole di avere un sistema efficiente, il totale delle fatture sospese è di 253 milioni, in Sicilia 201, persino nel piccolo Molise si arriva a ben 88 milioni.
Tuttavia, la legge impone alle Asl 30 giorni di tempo per il pagamento delle fatture e a dispetto delle norme in alcune regioni la situazione per chi deve riscuotere è quasi drammatica. Sempre dai dati diffusi da Assobiomedica, in Calabria, ad esempio, l’attesa media è di 784 giorni, più di due anni. Più o meno lo stesso accade in Campania e in Molise, dove il tempo medio di attesa per un rimborso è, rispettivamente, di 670 e 800 giorni.
Anche in questo l’Italia è lontana dal resto dell’Europa. Una elaborazione della Fise (Federazione imprese di servizi) basata su riscontri foriti da ‘Intrum Justitia European Payment Index’ e Corte dei Conti, l’attesa media nell’Unione è di 68 giorni. In Italia di 200.
Fracassi ha spiegato che “purtroppo questo problema del ritardo nei pagamenti delle fatture è una storia che parte da lontano. Un problema serio che condiziona fortemente le imprese che, con l’acqua alla gola, sempre più spesso si trovano costrette a scontare i propri crediti a condizioni assurde. E in alcuni casi rivolgendosi a società finanziarie poco limpide”. Per il presidente di Assobiomedica una soluzione al problema ci sarebbe: “L’unica cosa da fare e che abbiamo già proposto a diversi parlamentari è quella di congelare il vecchio debito e mettere a punto un piano di rientro in cinque anni, con un interesse ragionevole al 3 per cento. Naturalmente, rispettando però i tempi di pagamento delle nuove fatture emesse. In questo modo – ha concluso Fracassi – si darebbe un po’ di respiro alle imprese, garantendo flusso di cassa”.
Alla crisi della qualità dei servizi e delle prestazioni nei confronti dei cittadini, quindi, si aggiunge il debito enorme maturato nei confronti dei fornitori che rischia di mandare in tilt l’intero sistema. Ma i partiti non intendono affrontare la riorganizzazione del Sistema sanitario nazionale, prima di tutto cominciando dalle lottizzazioni delle Asl. Mentre il governo ed alcune regioni non cessano di sostenere il settore della sanità privata, fatto che rende ancor più serio lo stato delle cose.


Lascia un commento