Israele, deontologia di un boicottaggio
A proposito di un articolo di Fiamma Nirenstein. Un articolo per ‘Tu Inviato’
Mentre da un parallelo all’altro ci si spende a immaginare una vecchia pace, ma anche una nuova guerra, è tutta nostrana la disinformazione dilagante riguardo Palestina e Israele. Se un quotidiano come ‘Repubblica’ sceglie di raccontare solamente ciò che “fa notizia” in materia di politica mediorientale, in questo tiepido clima pre-estivo, tentando di stuzzicare i suoi sonnecchianti lettori, non c’è da sorprendersi che il suo ancestrale avversari, ‘il Giornale’, pubblichi un fervente articolo della solita, fin troppo prevedibile, Fiamma Nirenstein (leggibile qui).
La Nirenstein, che si definisce esperta della questione israelo palestinese, si spende in una forte critica che fa dell’antisemitismo il suo baluardo. Poco importa la differenza tra quest’ultimo e l’antisionismo, categoria largamente circumnavigata dagli articoli della Nirenstein.
Alla giornalista basta provare ad informare l’opinione pubblica circa i sessant’anni durante i quali “gli israeliani, tutti gli israeliani, si sono spaccati la schiena senza risparmio” per coltivare la terra. Evidentemente, di fronte a questo sacrificio umano, poco importa la proprietà originaria di quella stessa terra. Poco importano le cacciate, le occupazioni e la conseguente diaspora. Passa in secondo piano il dettaglio dell’illegalità delle colonie ebraiche, se poi gli stessi occupanti si sono spaccati la schiena a far fiorire frutti che sarebbero nati anche senza il loro preziosissimo aiuto.
Dobbiamo ringraziare questo piccolo paese di nome Israele, a detta di Fiamma, che ogni giorno lotta per la sua sopravvivenza. Dimenticandoci della medievale locuzione latina, pur sempre attuale, ‘mors tua vita mea’.
La Nirenstein non riesce a chiamare neanche la terra con il proprio nome, preferendo all’impatto violento di Territori Palestinesi Occupati, il sornione e biblico nome di Giudea e Samaria. Questo ricorda tanto un sito dedicato alle vacanze in Israele, in cui una fuorviante immagine ci restituiva il paese completamente privo del suo arcipelago Palestina. Dovremo quindi abituarci e storcere il naso ogni volta che sentiremo qualcuno difendere la causa palestinese. Urlare all’antisemitismo quando ci sarà chi sosterrà che Gaza è una prigione a cielo aperto. Come si può vivere male sotto un assedio che lascia “pomodorini ciliegia e fiori” sapientemente fatti nascere dai coloni e poi lasciati lì durante lo smantellamento delle colonie del 2005?
La Coop vuole far morire di fame i coltivatori della West Bank, ecco che torna a contraddire se stessa la “signora”, a cui forse manca una parte di storia. Per me e per tutti gli altri ignoranti, nostalgici di risoluzioni internazionalmente inutili, la Cisgiordania resta un avanzo di quello che Israele, la grande, ancora non si è riuscita a prendere.
E’ lodevole lo sforzo di restringere il tutto a categorie “anti-“ della “signora”, la quale crede veramente di avere a che fare con una massa di neonazisti dalla memoria corta. Cosa c’entri il lodare lo sviluppo tecnologico avuto grazie agli israeliani, con l’occupazione illegale della Cisgiordania, a noi non è dato di sapere.
Lei che si professa liberale, dal passato comunista, è la stessa che oggi legittima la presenza di Israele in quel luogo, solo perché 2.000 anni fa vi fu un ebreo? Ha radici così lontane il dovere di occupare, pardon, coltivare, le altrui terre? E non è forse anche questa una forma di fanatismo religioso, la stessa che lei rimprovera ad Hamas?
Il boicottaggio è l’unica arma che il movimento filo palestinese può impugnare, questo lo ha capito anche il moderatissimo Fayyad. Io stessa, solamente un anno fa, rimasi amaramente sorpresa di vedere prodotti israeliani sugli scaffali dei negozi palestinesi. Amici, attivisti e cooperanti a Gaza, mi raccontarono di quanto era difficile trovare prodotti non provenienti da Israele, in quella città sotto embargo. Questa è solamente un’altra forma della guerra, il boicottaggio una giusta e moralmente doverosa reazione.
Lungi da noi osannare quella che lei stessa definisce cricca delle Coop, che anzi ci ha messo fin troppo tempo a capire l’importanze di rifiutarsi di commercializzare quei prodotti. Ma l’educazione richiede tempo, in questo il gruppo ‘Stop Agrexo’ è stato fondamentale, va alla loro pazienza e alla loro stessa capacità di educare, ogni merito della campagna informativa sapientemente condotta negli ultimi mesi.
Yara Nardi


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