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In Giro per 101 anni

Autore: . Data: giovedì, 6 maggio 2010Commenti (0)

Piccola storia di un grande evento. Prima puntata

Aveva lunghi baffi neri e un fisico possente. Pedalava, stantuffando come un treno, su un catorcio d’acciaio che aveva rimediato dio solo sa dove. Luigi Ganna era un muratore, tutte le mattine percorreva cento chilometri per arrivare al cantiere: naturalmente andava in bici. Era il 1909. Quell’anno la ‘Gazzetta dello Sport’ inventò – è proprio il caso di dirlo – il Giro d’Italia. Lui, insieme a un gruppo sparuto di “folli”, decise di partecipare: si partì da Milano alle 2 e 53 del mattino del 13 maggio, 101 anni fa, per arrivare ugualmente a Milano dopo 8 tappe e 2.448 chilometri. Niente a che vedere col ciclismo moderno, né col concetto di “sportivo” che conosciamo noi. Si correva per un pezzo di pane, più che altro. E quell’anno il Giro lo vinse proprio il baffuto Ganna, davanti a Galletti e Rossignoli. A un giornalista che lo intervistò dopo l’arrivo, chiedendogli che impressioni avesse, rispose lapidario: “L’impressione più viva l’è che me brusa tanto el cu’”.

Il Giro dunque compie 101 anni. Non è un semplice evento sportivo, ma un’avventura che si tinge di leggenda, che attraversa la storia del Paese. Un viaggio iniziato nel 1909 che si è interrotto, momentaneamente, solo in occasione delle due Guerre Mondiali. E i corridori, soprattutto quelli di ieri, erano personaggi incredibili.

Prendete Coppi e Bartali, i due protagonisti assoluti di quegli anni. Il toscano, Bartali, era quello che si suol dire un cagnaccio: tosto in salita, grintoso, cattivissimo. Coppi, invece, era solo un ragazzino al quale madre natura aveva donato un talento pauroso: era fatto per correre in bicicletta. Biagio Cavanna, il suo massaggiatore cieco, tastandogli le gambe gli predisse un grande futuro. Ebbene, i due animarono una rivalità che divise gli italiani in due: da una parte i bartaliani (che si identificavano con quell’uomo taciturno, schietto, cattolico fervente), dall’altra i coppiani (Fausto era un socialista, di idee progressiste e dal carattere esuberante).

Ginettaccio vinse tre Giri e due Tour de France, l’ultimo dei quali, nel ’48, merita di essere ricordato. La sera stessa dell’attentanto a Palmiro Togliatti, Bartali stava correndo in Francia. Il suo distacco dalla maglia gialla era vicino alla mezz’ora. Quella notte viene raggiunto in hotel da una telefonata: “Pronto, è Alcide De Gasperi che parla. Gino, in Italia si rischia la Guerra Civile. Se tu potessi vincere il Tour de France sarebbe un miracolo e si recupererebbe l’unità degli italiani”.

“Presidente, il Tour un so se lo vinco, ma domani li stacco tutti di sicuro”, fu la risposta in dialetto toscano di Ginettaccio. Bartali vinse la tappa alpina dell’indomani, bissò due giorni dopo sull’Izoard in una giornata di freddo e pioggia, e compì l’impresa anche tre giorni dopo, sempre sulle Alpi. Vinse il Tour de France ed è indubbio che la sua impresa, trasmessa sulle radio italiane, contribuì a rasserenare gli animi in un’Italia sull’orlo del declino.

Ma torniamo al Giro e a Fausto Coppi, cha si aggiudicò la maglia rosa cinque volte, la più spettacolare delle queli nel 1949, allorché conquistò il simbolo del primato nella leggendaria Cuneo-Pinerolo: quella mattina scattò ai piedi del Colle della Maddalena e scalò in solitaria anche il Vars, l’Izoard, il Monginevro e il Sestriere, giungendo a Pinerolo con un vantaggio di 11 minuti e 52 secondi proprio su Bartali, dopo una fuga solitaria di oltre 190 chilometri. Quel giorno gli italiani incollati alla radio udirono una frase rimasta nella storia: “Un uomo solo al comando: la sua maglia è biancoceleste, il suo nome è Fausto Coppi”.

Gli italiani dovettero attendere molti anni prima di ammirare un’altra grande rivalità: quella tra Merckx e Gimondi. Eddy Merckx, belga, venne ribattezzato “il Cannibale” per la voracità con la quale vinceva tutto quello che poteva vincere, lasciando agli avversari solo le briciole. In carriera vinse 525 gare, record assoluto, e tra queste anche cinque Giri d’Italia.

L’unico che riuscì ad opporglisi fu Felice Gimondi, corridore bergamasco di qualche anno più anziano del belga, con la quale instaurò una splendida rivalità. Felice, tuttavia, riuscì ad opporsi al Cannibale poche ma importantissime volte. Il bergamasco conquistò tre volte la maglia rosa del Giro.

Per finire un cenno a un altro grande dello sport, quel Marco Pantani che nel 1998 riuscì a conquistare, come pochissimi altri nella storia, Giro d’Italia e Tour de France nello stesso anno. E’ stato uno dei più grandi scalatori di tutti i tempi, l’ultimo corridore ad aver infiammato veramente le folle. E’ morto nel 2004, in preda alla depressione, in un anonimo residence di Rimini. Al giornalista Gianni Mura, che in un’intervista gli chiese perché andasse così forte in salita, rispose: “Per abbreviare la mia agonia”.

Davide Falcioni
1. continua

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