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Cerco lavoro: ti racconto come stanno le cose (10)

Autore: . Data: martedì, 4 maggio 2010Commenti (1)

Le lettere di ragazzi disoccupati. Abbandonati, ignorati, senza grandi speranze spediscono curricula che non legge mai nessuno.

InviatoSpeciale pubblica le lettere di alcuni giovani. Raccontano le loro ‘esperienze’ di ricerca del lavoro. Un calvario inaccettabile ed intollerabile di tentativi che finisce quasi sempre con una delusione.

Mandate anche voi le vostre testimonianze, noi le pubblicheremo. Per dar voce, direttamente, a chi ha il diritto alla propria autonomia ed indipendenza ed invece è costretto a rimanere immobile ad aspettare non si sa più bene cosa.

Stefano e le speranze tradite

Da pochi giorni ho compiuto 29 anni: un bel traguardo, che impone inevitabilmente il fastidio di fare un bilancio della propria della vita e tirare finalmente le somme.

Nel mio caso queste somme, qualunque sia la prospettiva da cui vengono viste, sono abbondantemente negative: sono disoccupato, senza alcuna forma di reddito, senza un mestiere tra le mani, senza aver mai conosciuto cosa sia una busta paga, e con un curriculum che purtroppo non mi consente di essere competitivo nel mercato del lavoro.

Sono ormai trascorsi quasi quattro anni da quando ho conseguito la laurea in Scienze Politiche alla Federico II di Napoli, anche con ottimi risultati.

Risultati che però non mi hanno per niente ripagato dei sacrifici che io e la mia famiglia abbiamo dovuto sopportare: di natura soprattutto economica i miei genitori (sappiamo tutti quel costa oggi un figlio all’Università), di natura psico-emozionale il sottoscritto (nervosismo e stress continui, rinunce molteplici: tutte cose che sono riuscito a sopportare solo pensando che poi sarebbe arrivato il mio turno, che sarebbe toccato a me scegliere la macchina da acquistare, la vacanza da fare, il mutuo da pagare).

Da allora, fino a questo preciso istante, niente di esaltante dal punto di vista lavorativo, se non il “vanto” di due sole esperienze, ognuna delle quali della durata di un anno: la prima, pochi mesi dopo essermi laureato, come volontario in servizio civile presso una sorta di sindacato di aziende cooperative, la quale dal punto di vista formativo è stata a dir poco mediocre (la mia mansione consisteva nel fare fotocopie, rispondere al telefono e aggiornare i registri, sia cartacei che informatici); la seconda, di sicuro molto più utile ma comunque alquanto “leggera” in termini di curriculum, risalente a non molti mesi fa, presso un’autoscuola: nell’arco di tutta la sua durata mi sono occupato degli aspetti di segreteria nonché di quelli didattici (correzioni schede, spiegazioni da fornire ai candidati, qualche lezione tenuta per patenti superiori), senza contare poi le lezioni pratiche di guida con i ragazzi. Tutto sommato è stata almeno una vera esperienza lavorativa, che però ho deciso di lasciare quando ad un certo punto ho realizzato che non valesse più la pena lavorare 10 ore al giorno, dal lunedì al venerdì (e talvolta il sabato mattina in occasione di esami), per un compenso di 400 euro al mese. Il finale della storia? Nuovamente disoccupato da circa sette mesi, e paradossalmente costretto a rimpiangere il vecchio stipendio, a fronte delle entrate attuali pari a zero!

Stipendio poi, che parolona grossa! A fatica riuscivo a mettere insieme il necessario per mantenere una piccola macchina e avere in tasca qualche soldo per il fine settimana. Figuriamoci se avessi voluto pensare un po’ più seriamente al mio futuro e magari decidere di mettere da parte qualche risparmio da investire per un valido master, un corso di lingua straniera e una patente europea del computer! Era chiedere troppo: come parlare di beni di lusso o comunque non necessari! Peccato che lo siano dal punto di vista del prezzo (un master altamente specialistico, con ottime possibilità di collocazione costa un occhio della testa!) ma non dal punto di vista formativo, in base al quale è più che evidente come la maggiore competitività e professionalità richieste dal mercato del lavoro impongano di conseguire tali titoli.

Fin qui il lato tragico-comico se vogliamo. Il dramma vero sta nelle ripercussioni psicologiche, appunto, che questa situazione sta determinando: una gioia di vivere smarrita ormai da tempo (neanche più mi ricordo l’ultima volta che sono stato davvero felice, non perché dovessi esserlo per circostanza, ma semplicemente perché questo era ciò che provava ogni singola cellula del mio corpo), apatia generale con conseguente perdita di interesse per qualsiasi cosa, pensieri negativi che albergano nella mia mente come se avessero trovato fissa dimora ormai, il desiderio, sempre maggiore, di stare da solo senza vedere né sentire nessuno (e fuggire così da quella domanda che ha il potere di sconvolgere la mia vita più di quanto non lo sia già e che potete facilmente immaginare senza che sia qui costretto a menzionare), un senso generale di insicurezza che mi fa essere poco spigliato e intraprendente nel lavoro come nella vita privata.

Le giornate sono tutte uguali e a volte sembrano non finire mai: internet e tv scandiscono gran parte di esse. Tutto il resto è puro contorno, ogni attività semplicemente occasionale e fine a se stessa, niente che sia parte di un progetto, di un obiettivo da raggiungere.

Il pessimismo è ormai cosmico, stile leopardiano: è parte integrante di ogni pensiero, di ogni discorso…di tutta la mia vita insomma. Esso blocca sul nascere quei pochi tentativi di ribellione che di tanto in tanto si verificano quando la forza di volontà riesce a sottrarsi dalle grinfie di quella narcosi che, da troppo tempo ormai, intorpidisce e soffoca tutte le voci fuori dal coro.

Diversivo fisso della giornata è diventato il giretto pomeridiano al centro commerciale: circa un’ora a girovagare tra gli stessi negozi e la stessa gente del giorno prima, e del giorno prima ancora.

Altro rito abituale è la visione, in seconda serata, del film di turno acquistato diverse ore prima al centro commerciale: mi aiuta a non pensare e, soprattutto, ad agevolare un sonno che altrimenti tarderebbe ad arrivare in assenza di quello sfinimento post cinema che tanto mi fa bene. E poi il film, rispetto ad una pizza con gli amici, è molto più facile da gestire: nessuna domanda diretta a cui rispondere, nessuna spiegazione da dare, nessun imbarazzo, nessun falso sorriso. Perché stare in mezzo alla gente (soprattutto quella che conosco) è diventato il mio più grande disagio: odio il fatto di provare invidia per i traguardi altrui; mi sento infastidito da quei discorsi disfattisti il cui filo conduttore è di volta in volta, la corruzione generale del sistema, la meritocrazia che non c’è, la legge che non è uguale per tutti e la prevalenza assoluta dell’interesse personale su quello comune: non perché non sia io stesso convinto di ciò, ma semplicemente perché la mia vita è già più che sufficientemente pervasa di pessimismo senza che ci sia il bisogno di rincarare la dose. Se aggiungiamo poi l’intolleranza al menefreghismo e alla faciloneria con cui certa gente affronta ogni tipo di situazione, non si capisce come ci si debba comportare in presenza del sottoscritto, come si possa stargli vicino. L’unica cosa che so è che, oltre a starci male io per primo, sto facendo soffrire tutte le persone che mi vogliono bene e, così facendo, sto rischiando di allontanarle da me per sempre.

Ma proprio non ci riesco a vedere una via d’uscita: senza le risorse economiche che possano permettermi di arricchire il curriculum, senza la conoscenza delle persone giuste, anche soltanto quelle in grado di darmi le dritte giuste per inserirmi nel circuito, senza più la forza di combattere e la stima di me stesso, ma solo con l’età che avanza inesorabile e che comincia ad essere tale da precludere molte opportunità di lavoro, è come se la mia vita fosse finita ancor prima di cominciare le vere battaglie. Giorno dopo giorno sento spegnersi il fuoco dentro me, un fuoco ridotto ormai ad una fiammella così debole da non riuscire più a scaldarmi dal gelo che troppo spesso sento intorno.

Ora chiediamoci se sia una colpa aver scelto di studiare tutta la vita; se sia giusto patire tutta questa sofferenza per una scelta magari anche sbagliata, presa in un momento della propria vita in cui faceva difetto l’esperienza, ma che di sicuro non ha provocato la morte di nessuno se non quella del sottoscritto…

Stefano Volpe

Rubrica a cura di Davide Falcioni. Spedite le vostre storie a questo indirizzo di posta: d.falcioni@inviatospeciale.com

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Commenti (1) »

  • Michela ha detto:

    Stefano,
    ti capisco benissimo…quello che posso dirti è che se perdi anche la fiducia in te sei fregato. Quindi il consiglio che ti do è di non perderti nel dubbio, nei se, nel gioco mentale del “che sarebbe successo se…”, perchè il passato è andato e così facendo mini solo la tua stima, il sostegno in te stesso e la forza che solo tu puoi darti veramente…E se perdi tutto ciò non avrai più niente. Ti avranno preso tutto.
    IMPEDISCIGLIELO.
    Tieni botta.
    Michela

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