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Sud e immigrati, tra lavoro e diritti

Autore: . Data: martedì, 6 aprile 2010Commenti (0)

Ad un mese dalla protesta del 1° marzo, gli stranieri si interrogano

“Quando si lotta per i diritti degli immigrati il migrante dovrebbe essere il soggetto delle manifestazioni, troppo spesso però, rischia di diventare l’oggetto”. Così Elio, attivista palermitano rimasto a Napoli dopo la laurea in Relazioni Internazionali, che vuole continuare a riflettere sul nodo-cruciale dell’immigrazione, ad un mese di distanza dalla manifestazione “24 ore senza di noi” promossa su Facebook.
Il peso che l’uomo ‘bianco’ continua a portarsi sulle spalle, quello di aver abusato del nero per secoli, sembra essere non tanto un valido motivo di aiuto e solidarietà nei confronti dell’immigrato, quanto un modo per utilizzarlo spesso come strumento per raggiungere i propri scopi.

Gianluca, immigrato africano di 32 anni, seduto davanti al suo caffè all’esterno di un bar nel cuore di Napoli, conferma questo modo di vedere le cose: “A volte si fa del razzismo facendo antirazzismo”, si riferisce al modo nel quale spesso si conducono le proteste a favore degli immigrati.

Gli italiani e tutti coloro i quali appartengono ai movimenti a favore del rispetto dei diritti per gli stranieri dirigono le manifestazioni con il consenso degli immigrati, ma organizzando per loro il modo in cui condurre le azioni di protesta.

Eppure, nello spirito della manifestazione del 1°marzo è cambiato qualcosa. Gianluca, che da anni è in prima fila per la tutela dei diritti per gli immigrati come lui, nelle assemblee per la preparazione dell’evento decise di intervenire per formare un Comitato dei Migranti da accostare alle varie realtà politiche napoletane che erano intervenute alla prima assemblea presso la “Città del sole”, nel centro del capoluogo campano.

Senonché Napoli – e quindi anche gli immigrati che ci vivono – non presenta le stesse caratteristiche della Francia, tanto meno del nord Italia. Se inizialmente si parlava di “sciopero dei migranti”, ci si è resi conto che una cosa del genere sarebbe stata possibile nelle città del settentrione. In una città come quella partenopea, dove anche gli immigrati soffrono dell’enorme problema del lavoro nero, assentarsi dal posto lavoro, sarebbe significato perderlo.

Mentre arrotola la sua sigaretta, Elio continua a raccontare che “nel corso del 1°marzo napoletano gli immigrati sono stati i protagonisti e nonostante l’assenza di parole chiave come ‘precariato’ e ‘disoccupazione’ sul volantino e durante la manifestazione – racconta – queste categorie sono state presenti e solidali al corteo del 1° marzo”.

Gli fa eco Gianluca, che spiega : “I precari italiani hanno i loro problemi, vengono licenziati, perdono il lavoro, ma alla fine possono comunque rimanere qui, questa è la loro casa – continua, tenendo le mani intrecciate sul tavolo davanti l’ormai vuota tazzina di caffè – noi immigrati, una volta perso il lavoro, veniamo cacciati. Siamo solidali con le ragioni delle migliaia di lavoratori e disoccupati, ma non possiamo dire di lottare per gli stessi problemi”.

E pensare addirittura che la legge sull’immigrazione “Bossi-Fini” alla lettera C dell’articolo 5, prevede che il  “relazione ad un contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato la durata del permesso di soggiorno è di due anni”. Figuriamoci cosa accade in caso di licenziamento e in che situazione possa trovarsi chi lavora a nero nelle cucine dei ristoranti o per le strade come ambulante.

Unire le varie proteste avrebbe quindi solo fatto perdere di vista i veri protagonisti della giornata: gli immigrati. Anche la scelta dello slogan, infatti, ha subìto, nei giorni prima della manifestazione finale, diversi cambiamenti. “Mobilitazione per i diritti degli immigrati” oppure “Festa degli immigrati”, fino ad arrivare alla formula finale: “24 ore senza di noi”.

La volontà di  muovere proteste a favore degli immigrati, ponendoli al centro delle proprie manifestazioni di dissenso, si è spesso trovata a fare i conti con l’accusa, da parte degli stessi emigranti, di utilizzare la loro posizione – di sicuro svantaggiata – per secondi fini. Gli stessi movimenti politici che si rifanno a questa o quell’idea politica, approfittano dell’immagine dell’immigrato per sensibilizzare i cittadini alle proprie cause, non a quelle degli stranieri.

Il discorso, però, si muove su una linea sottile, tra l’effettivo sostegno e il doppio gioco che, seppur sentito, non sempre è reale ed esistente. Lo stesso Gianluca dice: “Spesso ci usano, ma questo non vuol dire che non hanno mai fatto nulla per noi. I movimenti politici di cui parlo hanno anche apportato diversi benefici a tanti immigrati”.

Collaborare e non dirigere, renderebbe quindi gli immigrati i protagonisti delle proteste, non più lo strumento da sbandierare e utilizzare per le proprie propagande. Se per molto tempo le correnti antirazziste hanno condotto le proteste sostenendo i diritti per gli immigrati, adesso, seguendo anche gli impulsi di Rosarno, è il momento di passare a lavorare fianco a fianco, gli italiani devono appoggiare le cause degli emigranti, non condurle e proporle.

Rimane inevitabilmente impressa una frase che Gianluca ripete. In realtà avrebbe voluto fosse lo slogan del 1° marzo: “No al razzismo, no alla tolleranza, si all’uguaglianza”.La tolleranza è infatti un ennesimo distinguo nel rapporto immigrato-italiano. Se si tollera si sopporta e questo di sicuro non ha nulla a che vedere con l’integrazione.

E adesso, a un mese di distanza dal 1°marzo, quale seguito avrà questa protesta? Rispondere è difficile per chiunque. Gianluca, che è uno dei promotori del Comitato dei Migranti, vorrebbe aprire le porte a chiunque sia solidale alla loro causa: “Non vogliamo ridurci soltanto a noi immigrati, viviamo in questo Paese e siamo cittadini come gli altri”.

Ci alziamo dal tavolino del bar, un caffè durato due ore. Camminiamo per i vicoli della suggestiva Napoli, tra motorini che sfrecciano con tre persone a bordo e donne che urlano ai figli dai balconi. Elio e Gianluca si dirigono verso l’ennesima assemblea: si tratta di decidere come dare ancora voce a quelle 20mila persone che il primo marzo hanno dimostrato, con un corteo eterogeneo e multietnico, la capacità e la volontà di vivere insieme. L’augurio è che ci riescano.

Diego Ruggiano

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