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Si continua a morire in carcere

Autore: . Data: giovedì, 15 aprile 2010Commenti (0)

Salgono a 18 i detenuti suicidi da inizio anno.

Con la morte Daniele Bellante, 31 anni, avvenuta nel carcere di Rebibbia durante la nella notte tra il 13 ed il 14 aprile salgono a 18 i detenuti suicidi da inizio anno. Nel carcere di Rebibbia, in 8 anni, sono morte 38 persone, di cui 20 per suicidio.

E ieri si è avuta notizia di un altro decesso, avvenuto nel carcere di Alba (Cn) lo scorso 24 marzo. Francesco Iannuzzi, 40 anni, è stato ritrovato senza vita in cella. Le cause della morte sono per ora ignote e al riguardo è in corso un’indagine. Sale così a 57 il totale delle morti in carcere nel 2010, 1 ogni 2 giorni.

Per quanto riguarda la definizione dei decessi nella ‘categoria’ dei suicidi si deve tener conto che l’impiccagione è indice certo della volontà di togliersi la vita e riguarda 15 dei 18 casi, mentre l’inalazione del gas apre possibili dubbi circa la volontarietà del gesto.

Può accadere che il butano delle bombolette da camping sia utilizzato come sostanza stupefacente (pratica piuttosto diffusa tra i detenuti) e quindi l’assunzione del gas può anche causare conseguenze mortali.

Nel caso del detenuto che ha perso la vita nel carcere di Benevento il 7 aprile scorso l’ipotesi di un ‘incidente’ durante l’uso del gas è molto credibile.

Quando si ritiene di volersi suicidare con le bombolette solitamente si disperde il butano in un sacchetto di plastica nel quale il detenuto infila la testa. In presenza di questo ‘strumento’ è lecito pensare ad un suicidio.

Per quanto riguarda il ‘conteggio’ complessivo dei detenuti morti, secondo i radicali Italiani, l’Associazione “Il Detenuto Ignoto”,  “Antigone”,  “Buon Diritto” e le redazioni di “Radiocarcere” e “Ristretti Orizzonti” “le cifre diffuse dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria sono sempre più contenute rispetto alle nostre e la differenza è data dal numero di quei detenuti che, dopo aver tentato il suicidio (o accusato un malore) in cella, vengono soccorsi ancora in vita, ma muoiono durante il trasporto all’Ospedale, o anche dopo il ricovero (come nel caso di Stefano Cucchi). Per il Dap non si tratta di “morti in carcere”, visto che sono avvenute fuori dal muro di cinta degli Istituti di Pena, per noi si tratta di persone “morte di carcere”, perché comunque la “catena degli eventi” che ne ha determinato il decesso è iniziata in cella”.

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