Napolitano boccia il governo sul lavoro
Il presidente ha rimandato alle Camere la legge che indeboliva le garanzie per i lavoratori in caso di licenziamento.
Nel rimandare alle Camere il ddl lavoro, Napolitano ha spiegato nel messaggio scritto per motivare la sua decisione: “Lo scorso 11 marzo la maggior parte delle organizzazioni sindacali dei lavoratori e delle imprese si è impegnata a definire accordi interconfederali che escludano l’inserimento nella clausola compromissoria delle controversie relative alla risoluzione del rapporto di lavoro ed il ministro del Lavoro e delle politiche sociali si è a sua volta impegnato a conformarsi a tale orientamento negli atti di propria competenza. Ma pur apprezzando il significato e il valore di tali impegni, decisivo resta il tema di un attento equilibrio tra legislazione, contrattazione collettiva e contratto individuale”.
“Solo il legislatore – ha spiegato Napolitano – può e deve stabilire le condizioni perchè possa considerarsi ‘effettiva la volontà delle parti di ricorrere all’arbitrato; e solo esso può e deve stabilire quali siano i diritti del lavoratore da tutelare con norme imperative di legge e quali normative invece demandare alla contrattazione collettiva. A quest’ultima, nei diversi livelli in cui si articola, può inoltre utilmente affidarsi la chiara individuazione di spazi di regolamentazione integrativa o in deroga per negoziazioni individuali adeguatamente assistite così come per la definizione equitativa delle controversie che insorgano in tali ambiti”.
Ha aggiunto il capo dello Stato: “Si avvierebbe in tal modo un processo concertato, ed insieme ispirato ad un opportuno gradualismo, attraverso il quale ripristinare quella certezza del diritto che è condizione essenziale nella disciplina dei rapporti di lavoro per garantire una efficace tutela del contraente debole e una effettiva riduzione del contenzioso in un contesto generale di serena evoluzione delle relazioni sindacali”.
“Non sembra invece coerente con i princìpi generali dell’ordinamento e con la stessa impostazione del comma 9 in esame – è andato avanti il Presidente – che consente di pattuire clausole compromissorie solo ove ciò sia previsto da accordi interconfederali o contratti collettivi di lavoro, il prevedere un intervento suppletivo del ministro – di cui tra l’altro non si stabilisce espressamente la natura regolamentare nè si delimitano i contenuti – che dovrebbe consentire comunque, anche in assenza dei predetti accordi, entro 12 mesi dalla data di entrata in vigore della legge tale possibilità , stabilendone le modalità di attuazione e di piena operatività : suscita infatti serie perplessità una così ampia delegificazione con modalità che non risultano in linea con le previsioni dell’art. 17, comma 2, della legge 23 agosto 1988, n. 400″.
“Al di là delle osservazioni fin qui svolte a proposito dell’articolo 31, è da sottolineare l’opportunità – ha concluso Napolitano – di una riflessione anche su disposizioni in qualche modo connesse -presenti negli articoli 30, 32 e 50 – che riguardano gli stessi giudizi in corso e che oltretutto rischiano, così come sono formulate, di prestarsi a seri dubbi interpretativi e a potenziali contenziosi”.
La segreteria nazionale della Fiom ha espresso “forte apprezzamento” per la decisione del Presidente.
“Questa legge offende i più elementari diritti costituzionali delle lavoratrici e dei lavoratori, tra i quali quello di poter ricorrere a un giudice a tutela dei propri diritti” hanno detto i sindacalisti, secondo i quali, a questo punto, “è necessaria la più vasta mobilitazione dei lavoratori e dell’opinione pubblica democratica affinchè il Parlamento fermi definitivamente questa legge ingiusta e incostituzionale”.
La Fiom si è impegnata a organizzare nelle prossime settimane una mobilitazione che segua direttamente il confronto parlamentare sulla legge.


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