Le deportazioni di Maroni e la legge
Indagati i militari che oridinarono le espulsioni di migranti nell’agosto del 2009.
Nella notte tra il 30 e il 31 agosto del 2009 in acque internazionali al largo di Portopaolo di Capo Passero alcune unità militari della Guardia di finanza intercettarono un gommone alla deriva con a bordo 75 migranti, compresi alcuni bambini, partito dalla Libia.
I naufraghi furono fatti salire sulla nave ‘Denaro’ della Guardia di finanza, ma invece di essere condotti in Italia, la nave li riportò in Libia, consegnandoli alle autorità locali.
Subito InviatoSpeciale definì con la parola ‘deportazione’ l’azione svolta per ordine del ministro degli Interni, Roberto Maroni, perché secondo le leggi internazionali le navi militari sono territorio nazionale del Paese del quale battono bandiera sia in acque territoriali che in acque internazionali. Insomma, i profughi erano entrati in Italia e quindi non potevano essere ‘espulsi’ senza le garanzie che la legge prevede. Prima tra tutte la possibilità di chiedere l’asilo politico.
Il procuratore capo di Siracusa, Ugo Rossi, aprì allora un’inchiesta conoscitiva e poi indagò diversi militari della Guardia di finanza.
La magistratura Siracusa adesso ha accertato che gli ordini di ‘respingimento’, in violazione della nostra legislazione, arrivarono direttamente da Roma e per questo ieri la Procura ha disposto la citazione a giudizio per violenza privata del direttore di Polizia per l’immigrazione, Rodolfo Ronconi, e del generale della Guardia di finanza, Vincenzo Carrarini.
Tuttavia, i due funzionari non possono essere considerati responsabili delle decisioni che sono evidentemente state prese da autorità governative.
Il rischio oggi è che due funzionari dello Stato debbano pagare per aver ubbidito ad ordini impartiti da un governo che pensa di poter stracciare le leggi nazionali a suo piacimento e viola costantemente trattati internazionali e regole elementari di tutela dei diritti civili.


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