L’Aquila, la mia vita terremotata
Federico, 26 anni, racconta se stesso e la sua città . Un articolo per “Tu Inviato”
Sono un ragazzo aquilano. Ho 26 anni.
Quando c’è stato il terremoto, ero a casa. Da allora, non ci metto più piede, se non per furtive e rapidissime visite di cortesia, e riprendere qualcosa che ancora c’è, e mi serve altrove. Per 7 mesi, ho vissuto in camper. Non ne possedevamo uno. Nonostante non potessimo permettercelo, ce ne siamo dovuti comprare uno di seconda mano, ed è stata a lungo la nostra casa, sotto casa (sotto quella vera). L’alternativa era la tendopoli in città , o l’albergo sulla costa. Abbiamo fatto la nostra scelta di autonomia. E l’abbiamo pagata il prezzo necessario.
Per lunghi mesi, la mia vita è stata limitata alla gestione del quotidiano: perizie giurate, verifiche di agibilità , esami da preparare e sostenere in tenda. Studio medicina, tra 4 esami sarà finita. Nell’ultimo anno, ne ho sostenuti nove. I primi sette di questi, in tenda. I primi tre, in una tenda che ospitava il reparto di Medicina Interna dell’Ospedale dell’Aquila. Accanto a me, c’erano i malati. Fuori alle volte pioveva, altre volte c’era un sole soffocante. Loro erano sempre lì. Stufette per riscaldarsi una volta, condizionatori per sopravvivere alla calura, nelle altre occasioni. Era l’inizio di Maggio, e la mia Università , è ripartita così.
Mentre le settimane passavano, l’ansia delle prime notti faceva posto all’angoscia delle settimane seguenti. Ma c’era altro di cui occuparci, c’era da tentare il ritorno alla normalità : in altre sedi, senza sapere cosa sarebbe successo uno o due anni più tardi. Bisognava mangiare, dormire, fare esami, studiare e mantenere insieme i pezzi che prima erano tutti naturalmente legati, nella vita normale.
Non c’era, onestamente, in me l’idea i dovermi occupare d’altro, oltre questo. E vivendo fuori dalle tendopoli non ho nemmeno percepito l’esistenza di un numeroso gruppo di aquilani che stava già rialzando la testa. Che si organizzavano in comitati, e che si riunivano, cominciando a capire i nodi da sciogliere.
Poi, è venuto il momento in cui li ho notati. Ed è stato un caso, ma fortunatissimo. E mi sono unito a loro, cominciando a scambiarmi idee, a riflettere anche da solo. A scriverne sul mio blog, che esisteva anche prima del 6 Aprile, ma in un’altra veste, e con altre ambizioni. In quel periodo, ho notato che dell’Aquila si voleva raccontare una realtà parziale: quella più comoda, quella elettoralmente vincente (il nostro terremoto era a ridosso di elezioni europee).
Se di una realtà racconti solo una parte, ti trovi a dire bugie. Se lo fai, sei disonesto. Vai combattuto. Così il mio blog, come altri già esistenti in città , ha cominciato a fare informazione, su tutto il resto. Così, fino ad oggi, abbiamo impedito che l’Italia credesse fosse tutto già risolto. Almeno quella parte che ha voglia di sapere; per gli altri, non c’è speranza e bisogna prenderne atto.
Così, incontrandoci, confrontando i nostri timori, è venuta fuori l’idea di riunirsi con regolarità , in città . In quel minuscolo pezzo di centro che i Vigili del Fuoco ci avevano restituito col sudore di mesi. Proprio quando abbiamo cominciato a rientrare nel nostro centro ci siamo contati le ferite. Quelle che riuscivamo a vedere. La mattina del 6 Aprile sono subito corso a vedere la situazione; era grave. E l’ho ritrovata grave, quasi un anno dopo, a Febbraio. Era San Valentino, era carnevale.
Con i 300 che eravamo, si disse: “passeggiamo, vediamo cosa è cambiato”. Trovammo le solite transenne, a tenerci lontani dal resto della città . E non l’abbiamo più tollerato. Volevamo vedere in che condizioni era, quasi un anno dopo. Ci sono i filmati su internet che testimoniano la concitazione, l’emozione, l’incredulità arrabbiata e commossa di quei momenti. L’orrore provato nel ritrovare, un anno dopo, un muro di macerie alto quattro metri nella piazza del Comune. Ancora.
Così sono nate le carriole: nessuno ci aveva fatto vedere la realtà : nemmeno noi, la conoscevamo. Ce la siamo guadagnata, quella realtà , qual diritto di sapere. E l’ho sentito anch’io, che non ho mai vissuto nel centro storico, il diritto di sapere come stava la mia città storica. La sua periferia, era ed è tutt’oggi deserta, abbandonata in attesa di tempi migliori. Il mio centro, è ferito, e fino alle giornate delle carriole era anche peggiorato.
Noi Aquilani, due domeniche più tardi, eravamo più di seimila persone. Tutti a spalare, passarci i secchi di mano in mano. Abbiamo lavorato bene, differenziando le macerie e mettendo al sicuro le parti che serviranno a ricostruirci la città , bella come era. Come è oggi, nonostante tutto. Il Governo, ha dovuto persino cambiare le proprie direttive: prima di noi, si prevedeva che le macerie venissero tutte rimosse, e poi differenziate altrove. Ora, l’Esercito e i Vigili del Fuoco, hanno l’ordine di lavorare come abbiamo fatto noi con le carriole, sin dal primo giorno. A mano. Solo così, si può fare per salvare tutto ciò che è a terra.
Abbiamo vinto. E non contro il Governo. Ma per la nostra città . E continuiamo ancora. C’è moltissimo da fare, e noi ci rendiamo utili: lavorando bene, differenziando e rimuovendo, dove nessuno si è ancora messo al lavoro. Perché mai più ci sia una porta a tenere fuori un Aquilano dalla sua città .
Urlavamo, al primo accesso in zona rossa, “L’Aquila è nostra”. Con le carriole e con le nostre assemblee pubbliche di tutti i mercoledì e le domeniche in Piazza Duomo, lo stiamo ricordando a noi, all’Italia, a quegli Aquilani, che oltre un “grazie”, non hanno ancora altro da dire. Abbiamo riunioni a tema, verbali, proposte per i Commissari della ricostruzione: vorremmo far sapere come la cittadinanza desidera si agisca per il futuro della città . Il passato, è storia, ed ognuno sul passato ha la sua opinione. Grati e meno grati, oggi c’è da pensare al domani. Per non ritrovarcisi più stretti come oggi.
Anche noi abbiamo ringraziato l’Italia ed i Vigili del Fuoco. Al loro meraviglioso corpo, auto-tassandoci tutti, abbiamo regalato una medaglia per ogni corpo provinciale. Non gliele facciamo pagare, noi Aquilani, le medaglie. Diversamente da quanto abbiano deciso di fare, con le loro, i vertici della Protezione Civile.
E oltre un grazie sentito, ora sentiamo il bisogno di occuparci della nostra città , la necessità di non farvi dimenticare che L’Aquila esiste, che deve tornare ad essere viva e vissuta da tutti. Lo diciamo a tutti perché non è solo nostra. L’Aquila è un affare anche vostro. E vi aspettiamo a braccia aperte, come fu per Firenze, dopo l’alluvione. Quell’Italia, esiste ancora.
Federico D’Orazio


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