La deriva della Repubblica
Firmato da Napolitano il ‘legittimo impedimento’ si procede verso le ‘riforme’. Bersani collabora. Al via il Regno di Berlusconia.
Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha promulgato il disegno di legge sul legittimo impedimento del presidente del Consiglio e dei singoli ministri a comparire in processo. Il provvedimento, approvato in via definitiva dal Senato il 10 marzo scorso, entra in vigore con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.
Da quel momento Berlusconi non sarà più processabile, rendendo il premier ed i ministri ‘intoccabili’. La nuova legge prevede che la presidenza del Consiglio potrà motivare l’assenza del premier e dei suoi ministri nelle aule dei tribunali, che li hanno chiamati come imputati, nel caso in cui venga stabilita la presenza di un impedimento “continuativo e correlato allo svolgimento delle funzioni”. La norma, composta da due articoli, elenca minuziosamente leggi e regolamenti che disciplinano le attività del premier e dei suoi ministri, in occasione delle quali si può parlare di legittimo impedimento. Accanto, viene specificato che saranno comunque oggetto della disciplina anche tutte quelle attività “coessenziali” alle funzioni di governo. Risultato: il giudice, in caso di legittimo impedimento, dovrà rinviare il processo (in ogni fase, stato o grado) ad altra udienza. Ogni rinvio può estendersi fino a sei mesi, per un totale di 18, e non si applica nei procedimenti civili o nel caso in cui premier e ministri debbano costituirsi parte lesa.
Secondo i promotori l’obiettivo della nuova legge è quello di “garantire il sereno svolgimento delle funzioni” del presidente del Consiglio e dei ministri. Il legittimo impedimento, però, era già presente nell’ordinamento italiano, in quanto tutti i codici di procedura penale stabiliscono che quando l’imputato non si presenta all’udienza “per caso fortuito, forza maggiore o altro legittimo impedimento”, il giudice ha il dovere di rinviare il processo. La novità sta nel fatto che questa nuova normativa riguarda soltanto il premier e i ministri, trasformando la funzione di governo in un motivo per non presentarsi davanti ai giudici.
Stabilito che non tutti i cittadini sono eguali di fronte alla legge, sempre ieri il nascente Regno di Berlusconia ha ottenuto un riconoscimento anche dall’ormai devastato Partito democratico. Il segretario Pier Luigi Bersani ha invitato la maggioranza a “non perdersi in chiacchiere” e ad iniziare subito il percorso delle riforme, cominciando subito dai punti condivisi: “Il Senato federale e la riduzione del numero dei parlamentari”, aggiungendo: “Noi siamo disponibili”.
Le ‘riforme’, in particolare l’abolizione del Senato e la riduzione del numero dei parlamentari sono in realtà puri strumenti demagogici. In Italia non sono le ‘regole’ ad essere ‘invecchiate’, ma i partiti ad aver travalicato dai propri compiti, occupando lo Stato, moltiplicando i centri di lottizzazione e di malgoverno.
Il federalismo sta diventando un modo per far crescere il numero dei potentati partitici e la spartizione, aumentando i ‘posti’ disponibili e mettendo in crisi l’unità della nazione. Gli esempi sono ben visibili, basta osservare i danni che le Regioni, non solo quelle a statuto speciale, stanno producendo. Se il decentramento nelle intenzioni aveva il compito di allargare gli spazi democratici, adesso quella intuizione dei costituenti è diventata un enorme mostro che nomina altri amministratori occupati prevalentemente nella gestione di potentati locali, non sempre, per altro, amanti della legalità.
Diminuire il numero dei deputati, poi, dopo aver imposto una legge elettorale secondo la quale sono i partiti a designarli e non i cittadini a sceglierli non cambia l’essenza del problema, ovvero la assoluta distanza tra il Palazzo e la società civile.
Se è comprensibile che Berlusconi e Bossi vogliano consolidare il proprio potere modificando la Costituzione è inaccettabile che il Pd si presti al gioco ed anzi rincorra la Lega sul terreno del localismo o del demenziale federalismo.
Il dibattito interno al partito di Bersani mostra come in quella forza politica si siano persi anche i termini di riferimento fondamentali, mentre quello che resta dei militanti non manifesta più alcuna padronanza della politica in senso proprio, seguendo un gruppo dirigente allo sbando sulla strada pericolosa della riforma della Costituzione.
Non resta al momento che aspettare il pronunciamento della Corte costituzionale, che con molte probabilità boccerà anche il legittimo impedimento. Ma nel frattempo la situazione si deteriora di giorno in giorno e nel centro sinistra non si scorgono segnali di ragionevolezza.


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