Il pericolo delle riforme
Napolitano si mostra ‘sereno’, Berlusconi preme e l’opposizione sembra in coma.
Dopo le elezioni regionali ed il relativo successo del centro destra (in realtà della Lega) è ricominciato il chiacchiericcio sulle riforme. Da anni le forze politiche vogliono cambiare le regole fondamentali che sono alla base del sistema italiano.
In realtà molte cose sono state già trasformate ed innegabilmente in peggio. Prima di tutto il sistema dei partiti e la legge elettorale. Il proporzionale che permetteva a tutte le correnti ideali di essere rappresentate ed imponeva che nel Parlamento si trovassero accordi e confluenze per formare i governi è stato smantellato, per sostituirlo con il bipolarismo. La conseguenza è stata la nascita di partiti fasulli o artificiali.
Del Pdl, l’esercito personale del Cavaliere, chiaro solo l’obiettivo del Capo: impossessarsi della Repubblica e trasformarla attraverso la demagogia del ‘fare’ in una Spa della quale farsi eleggere amministratore unico. Fino ad oggi al premier è andata bene anche grazie alla solidarietà di milioni di elettori, perchè la famiglia Berlusconi secondo la rivista specializzata americana Forbes nell’ultimo anno e nonostante la crisi ha visto il proprio patrimonio crescere di 2,5 miliardi di dollari. I luogotenenti, tutti al massimo mediocri, non avrebbero mai trovato un posto al sole nella cosiddetta prima Repubblica, ma oggi sono diventati addirittura ministri. Si pensi a Bondi, Gelmini, Carfagna, Brunetta, Scajola, Gasparri o Cicchitto che non guiderebbero neppure la bocciofila di un paesino di montagna se l’Italia fosse un Paese a standard europeo.
Il Pd è un mostro informe nel quale convivono gli eredi (inadeguati) dei due grandi avversari di un tempo, il Pci e la Dc. Si tratta ormai di è una balena spiaggiata ed è guidato da un gruppo dirigente di dilettanti. I suoi elettori sono concentrati ormai nelle roccaforti ex comuniste, perchè la ‘fusione a freddo’ non ha funzionato e non funzionerà mai e ad ogni tornata elettorale perde milioni di voti senza riuscire a fermare la disfatta.
L’Idv, il partito di Di Pietro, è una strana creatura con una identità conservatrice ed una vocazione movimentista, della quale si sa che lo scopo è detronizzare Berlusconi, ma non è noto cosa voglia proporre di altro agli italiani.
Poi c’è la Lega. Qui le cose si fanno complicate, perchè nella struttura organizzativa e nel dibattito interno è una forza ‘stalinista’, articolata sul territorio, con un vertice corazzato rappresentato da Bossi e dai suoi sergenti. Lavora come il Partito comunista degli anni cinquanta, casa per casa, cittadino per cittadino. Il suo ‘lìder maximo’ è astuto, interpreta le paure della società e le rende esplicite: richieste di ordine, stranieri, lavoro, tasse. Ha inventato un ambito di riferimento, la padania, un modello culturale da bar dello sport, le origini celtiche e un cavallo di battaglia informe, il federalismo. Grazie a queste ‘patacche’ cattura l’indignazione della ‘ggente’, stanca del malgoverno dilagante, e cresce seminando razzismo e xenofobia a piene mani.
L’Udc di Casini, infine, è il vecchio modello Dc, un po’ cattolico, un po’ clientelare. Prende dove può, collegandosi con i due schieramenti a seconda delle convenienze senza riuscire a ricostruire la Dc, perchè il suo leader non è De Gasperi o Moro o Fanfani o nessuno dei fondatori di quel partito estinto.
La miriade di altre forze che cercano di sopravvivere al tritacarne del bipolarismo è in agonia. La sinistra ‘comunista’ è defunta, la destra estrema si copre dietro la generosità del Cavaliere che non è un antifascista e protegge Mussolini, Santanchè, Storace e camerati annessi. Gli altri sono ancor più fuffa e non è il caso di citarli.
Infine ci sono gli esempi attualizzati del ‘Fronte dell’uomo qualunque’. Quel partito fu fondato nel primo dopoguerra da Guglielmo Giannini e bofonchiava contro la ‘partitocrazia’ dell’epoca. Conquistò trenta rappresentanti alla Costituente, oltre il 6 per cento di elettori e poi si dissolse. Grillo in molte cose ricorda molto quell’esperienza. La prima è che anche i ‘qualunquisti’ nacquero da una costola della satira, ovvero da un giornale che protestava contro tutti i politici ed aveva per slogan “Abbasso tutti”.
Il movimento ’5 stelle’ è il nulla, la manifestazione del malessere che attraversa il Paese e che ha bisogno di emergere. E siccome la vita della comunità si è deteriorata, le forme espressive del grillismo sono conseguenti al disastro: teorie bislacche sull’uso del web, parolacce intese come elementi distintivi, elucubrazioni sullo sviluppo, proposte improbabili. Ma la diseducazione alla politica e la scarsa conoscenza della storia aiutano il comico genovese nel suo lavoro di reclutamento. I seguaci del guru sono brave persone alle quali non andrebbe affidata, tuttavia, neppure la gestione di un condominio da tre appartamenti in tutto.
In uno scenario del genere la forza di Berlusconi è incontrastata. E’ supportato dalla sua ricchezza, dal possesso materiale dei media e dall’alleanza con Bossi, che probabilmente ha lo stesso scopo, ma in piccolo. Il rapporto tra i due è chiaro. Volendo fare un esempio è come se l’editore di una tv nazionale egemone si alleasse con quello di una emittente locale altrettanto egemone. Uno si mangia la pubblicità nazionale e l’altro quella locale e sono ambedue contenti.
Le riforme, allora, sono un alibi per nascondere il problema: non sono le ‘regole’ ad essere in crisi, ma i ‘giocatori’ che sono inadeguati.
Se si prende la sciocchezza del federalismo o della autonomia impositiva si scopre facilmente l’inganno. Gli stati federali (in tutto il mondo) sono centralisti. Nascono, come gli Stati Unti, per unire un numero ampio di repubbliche in un un unico soggetto nazionale. Il motto dell’America è ‘de pluribus unum’, ovvero ‘uno solo da molti’. In Italia, invece, il processo è inteso al contrario e Bossi per primo parla del nord come di una entità autonoma, con caratteristiche specifiche, inventando persino ambiti geografici, la padania.
La strategia del ‘federalizzare’ è legata alla necessità di aumentare i luoghi di spartizione del potere per i partiti e non pensa neppure al miglior funzionamento delle istituzioni. Il Senatùr lo sa bene fin dall’inizio della sua impresa, se avesse fondato un partito nazionale sarebbe sparito ancor prima di esistere.
La sola vicenda della Ru486 dimostra la fragilità di una logica falsamente federale. In quale Paese serio un presidente di Regione può dire “io non applico la legge nazionale e non distribuisco un farmaco” (inventandosi valori cattolici imparati in qualche corso serale accelerato)?. E’ evidente che un piemontese o un veneto prende il treno, va in Lombardia o in Liguria e si fa prescrivere la pillola. Ma se l’obiettivo è quello di marcare il territorio per far capire a chi deve intendere chi comanda lì tutto torna.
Le riforme, da quella della giustizia (per favorire il premier nel suo tentativo di salvarsi dai processi) a quella del fisco (per garantire le rendite dando l’illusione di un intervento sulle tasse) a quella elettorale (per tenere comunque in vita il paradiso dei partiti fasulli) sono un pericolo per la democrazia italiana.
Un’unica legge andrebbe varata per riaprire il dibattito democratico in Italia, quella per i partiti. Un provvedimento che imponesse regole ferree per la loro costituzione, gestione finanziaria, funzionamento interno, elezione dei gruppi dirigenti, criteri di delega e rappresentanza, ecc.
Per il resto nulla dovrebbe essere toccato della Costituzione, così come rapidamente si dovrebbe limitare il potere delle autonomie locali, diventate luoghi per moltiplicare il sottogoverno e i centri di spesa incontrollabili e gestiti da gruppi di interesse che moltiplicano corruzione e malgoverno.
Se la sinistra non saprà comprendere che l’allargamento della democrazia è possibile solo ricostruendo un tracciato di valori e di ideali questo Paese è destinato ad implodere, con rischi chiari per tutti.


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