I romanì è gli italiani
La diffidenza non aiuta a conoscersi. Eppure incontrarsi non è difficile. Un articolo per ‘Tu inviato’.
La prima cosa che colpì forte fu questa: sentirmi catapultato in un’altra dimensione, un’altra realtà, nel giro di pochi minuti.
Mi ricordo quel giorno ed arrivarci fu facile.
Esci di casa, fai cinque minuti a piedi su Viale Togliatti, attraversi le rotaie ferrate del trenino della Casilina, cammini lungo il marciapiede, poi prendi a sinistra ed entri nel vasto piazzale polveroso dove in cima ad una costruzione ti s’impone una lunga insegna che sembra non finire mai: “Figli di uno stesso Padre”. Scritta azzurro su fondo bianco.
Entrando al campo Rom del Casilino 900 mi sembrò di atterrare in un aeroporto di una capitale del Terzo Mondo, dopo un viaggio intercontinentale…E invece non avevo neanche dovuto prendere l’autobus.
Ero in compagnia di Davide ed Ermelinda, due miei amici con i quali condividevo un appartamento di Via degli Ontani, proprio al di là delle rotaie. Camminavo con la sicurezza che ti dà il far parte di un gruppo, anche se eravamo appena un terzetto.
Parlavamo di cose senza troppa importanza ed io lo percepivo come un modo per non pensare troppo alla soglia che stavo varcando.
Quale soglia poi? Quella per l’inferno? Quella che apre il territorio di chi rapina o ruba per mestiere nelle case?
Lo ammetto, prima di uscire di casa avevo svuotato quasi completamente il portafogli e l’avevo messo nella tasca anteriore dei jeans. Posto scomodissimo, perchè quando cammini ti spinge il contenuto sull’inguine e non sul più morbido gluteo. Lo faccio solo quando prendo l’autobus o la metropolitana…lì non si sa mai.
Allora, superando la grande insegna dell’ingresso, così diversa da quella dell’Inferno dantesco, penso che Davide abbia avuto un altro dei suoi grandi spunti nel decidere di andare a conoscere i “marziani” che stavano lì dentro.
Nel tragitto da casa ironizzavo con lui sul perché del nome “Casilino 900” e scherzando gli ho detto: “Sarà come il 32!”.
Il “32” è un piccolo locale di San Lorenzo, il quartiere degli ‘studenti’ a Roma, dove si mangia un piatto di pasta con due soldi, puoi tranquillamente fumarti una canna sui tavoli e ci metti due secondi a conoscere persone di tutti i tipi. Una volta Davide, incuriosito dal nome, aveva raggiunto il tipo sulla cinquantina che stava dietro al bancone e aveva chiesto: “Perché si chiama 32?”. Cercavamo di ricordarci che cosa fosse successo nel 1932 o a cosa potesse alludere ‘sto numero. E il tizio, con voce greve da romano che con due parole ti spiega tutto, ci svelò l’arcano: “Er civico…”
Così “andando dagli zingari” scherzavamo: vuoi vedere che abitano al numero civico 900?
Insomma, il mio primo ingresso al Casilino 900 lo ricorderò a lungo perché è stato come varcare una soglia proibita, come voler mettere il naso dietro alla porta chiusa di una cantina dove tutti ti di dicono di non andare perché c’è solo roba impolverata o, peggio, perchè abitata da un fantasma aggressivo.
Avevamo solo un nome: Najo. Davide rimurginava già da qualche giorno di andare in quel ‘posto pericoloso’, ma una sera, tornando a casa dal lavoro, sotto casa abbiamo incrociato una donna con un passeggino e vestita da gitana che rovistava in uno dei cassonetti di Via degli Ontani. Il mio amico non si trattenne: “Scusi, lei è del campo… avete un portavoce, un rappresentante…?”
“Najo, Najo!” disse lei. Aveva una faccia buffissima.
Davide si era scritto sul dito con la penna, poi aveva fatto ricerche su internet e aveva scoperto che un tale NajoAdzovic aveva anche scritto dei libri.
“Come facciamo?”, dissi a Davide quando eravamo ormai ad una trentina di metri di distanza dai primi adulti.
“Parlo io…”, disse lui senza tentennamenti.
“No, volevo dire, ce lo facciamo chiamare e aspettiamo che arrivi, no?”, risposi un po’ impensierito.
“Si”, concluse lui perentorio.
Davanti a noi c’era un uomo robusto, di spalle, che stava parlando con qualcuno seduto in una macchina. Non volevamo ‘disturbare’ e decidemmo di deviare a destra e dirigerci verso un gruppetto di quattro o cinque adulti, uomini e donne, che chiacchieravano in cerchio, più o meno come quando ‘da noi’ ci si ferma con la busta della spesa e si scambiano informazioni sul tempo coi vicini di casa. Forse avevamo scelto quegli adulti proprio perché ci sembravano rappresentare una situazione più familiare, quindi rassicurante.
Intorno, intanto, ci giravano non pochi bambini, ma eravamo troppo presi dalla ricerca di Najo per avvicinarli.
Il dilemma della ricerca si risolse subito, perchè i nostri interlocutori chiacchierini ci dettero subito le indicazioni: “Andate dritti, salite sulla destra e troverete un furgone bianco”.
Partimmo all’avventira e poco dopo una bambina si avvicinò e chiese con la voce curiosa e birichina: “Chi siete? Cosa volete?”. “Najo” rispondemmo un po’ perplessi e lei pignola ci fornì le coordinate che già ci aveva dato il gruppetto di adulti.
Però con lei la tensione si stemperò, cominciammo a sorriderle, ma specialmente Erme e la piccola se ne accorse subito la guardò e come fanno tutti i bambini del mondo si informò: “Come ti chiami?”. ”Ermelinda e tu?”, rispose lei soddisfatta.
Najo intanto era stato chiamato da una donna con una lunga veste. Aveva camicia, jeans e capelli corti. Era come ‘noi’, incredibile. Io lo immaginavo più robusto e forse il suono del suo nome mi aveva spintro ad immaginarlo simile ad un capo pellerossa…
Ci volle stringere subito le mani, pur mantenendo uno sguardo severo, dopodiché senza perdere tempo volle sapere: “Qual è il problema?”
Davide istintivamente reagì con un secco “Nessun problema” e aggiunse: “Vorremmo parlare. Ci piacerebbe documentare con un reportage la vita delle persone del campo, sempre che non diamo fastidio”.
Najo non rispose e dopo qualche secondo disse: “Venite”.
Ci fece accomodare in una baracca accanto alla sua casa, dove c’erano un tavolino e delle sedie. Eravamo stati promossi, da intrusi ad ospiti.
Si sedemmo, lui ci guardò con calma e poi ci sosprese: “Va bene, perchè no? Di cosa avete bisogno?”
Nella stanzetta di quella casa arrangiata giocava una bimba bionda, saltando con grande impegno con la sua corda. Il vetro di una finestra era rotto, forse vittima di una pallonata.
Najo intanto raccontò la sua storia di disertore della ex Jugoslavia. Era scappato dopo essersi rifiutato di fucilare quindici ‘nemici’. Il tavolino era nervoso e traballava non appena ci appoggiavi i gomiti. Un bel vaso di fiori dava colore al tutto.
Andando via salutammo con un “ciao” i piccoli e con un “buonasera” i grandi, ma in noi stessi eravamo felici di aver scoperto che non c’era nessun muro tra noi, che la paura e la difidenza erano elaborazioni mentali, paranoie senza fondamento.
Uscendo dal Casilino 900 riattraversammo le rotaie della Casilina e ci accorgemmo di essere rientrati nel nostro mondo, dove le gente monta le sbarre alle finestre di casa e guarda fuori con gli occhi di carcerato.
All’ingresso del Casilino 900, invece, non avevamo trovato neanche un cancello…
L’ultima domanda prima di andar via era facilmente prevedibile: “Perchè Casilino 900?”. “Beh, è sulla Casilina!” aveva risposto Najo automaticamente. “Si, ma perché 900?”. “Beh, è il numero civico”.
Ma guarda, come per il ’32′.
Andrea Cottini


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