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Haiti, così rivive un ospedale

Autore: . Data: lunedì, 12 aprile 2010Commenti (0)

Il racconto di tre volontari toscani della Protezione civile

Rispondendo alla catena della solidarietà subito dopo aver appreso la notizia del sisma che ha messo in ginocchio Haiti, Empoli ha donato 15mila euro (attraverso aziende, scuole e le tasche dei cittadini) . Si trattava di decidere che farne, una volta compresa la situazione dell’emergenza post-terremoto. Ecco allora che Gionata Fatichenti, coordinatore dell’unità di maxiemergenza di Empoli e coordinatore toscano delle Arciconfraternite per la Protezione civile, il 15 febbraio (a poco più di un mese di distanza dalla tragedia) è partito per l’isola di Hispaniola su un aereo della 46esima brigata della aeronautica militare, accompagnato da un altro volontario. Obiettivo: monitorare la situazione e capire in che modo indirizzare gli aiuti.

“Ho trovato una situazione di caos estremo e alta disorganizzazione – ha raccontato Fatichenti a gonews.it, quotidiano online dell’empolese – l’ospedale ‘San Camillo’ della capitale Port au Prince, dove abbiamo concentrato la nostra azione, era un’oasi rispetto a quel che c’era intorno. I padri Gianfranco e Crescenzo, che gestiscono il nosocomio da 15 anni, hanno fatto un lavoro eccelso. Anche la struttura, costruita dagli italiani, ha retto bene al sisma ed è sempre stata agibile. Il fatto è però che abbiamo dovuto creare da zero un pronto soccorso che non esisteva, capace di poter mettere in atto interventi complessi. Prima il ‘San Camillo’ si occupava di bambini, di Aids e di problemi legati alla malnutrizione, adesso è una struttura in prima linea e una delle poche ancora in piedi, che deve soddisfare l’accesso di 350 pazienti al giorno. Abbiamo comunque lavorato in condizioni di grande tranquillità a livello di sicurezza personale”.

I posti letto sono stati portati da 80 a 150 grazie alle tende montate dalla ‘Misericordia’, hanno inoltre reso noto i volontari che, con un comprensibile orgoglio, hanno fatto notare che i materiali arrivati ad Haiti per poter realizzare l’opera sono arrivati per il 50% grazie alla raccolta di fondi effettuata ad Empoli.

“Abbiamo concentrato anche l’attenzione su una località fuori dalla capitale che si chiama Geremie – ha raccontato ancora Gionata – dove esiste un avamposto dei padri camilliani in cui stiamo studiando un progetto di cliniche mobili per gli sfollati che si sono rifugiati qui. Da maggio svilupperemo la nostra idea per poi concretizzarla”. Ad accompagnare nel racconto Fatichenti ci sono altri due volontari, Daniele Lucarelli e Alessandro Memmoli, che si sono occupati soprattutto della “fase due”.

“In una tensostruttura da 125 metri quadrati da noi montata – ha affermato Lucarelli – i pazienti operati adesso possono fare fisioterapia. Poi abbiamo liberato alcuni magazzini per ospitare altri posti letto. C’è stata una forte collaborazione con forze dell’ordine ed esercito, in particolar modo con il personale della portaerei Cavour, dove alcuni pazienti sono stati visitati e trasportati attraverso elicotteri della Marina”.

Affrontare un’emergenza umanitaria nel sud del mondo è cosa diversa dal gestirla a casa nostra. “Lì le persone adottano meccanismi diversi per fare le cose di tutti i giorni – ha osservato Alessandro Mammoli – e anche le cose più semplici diventavano impossibili, come trovare un dado o un bullone. Comunque siamo riusciti ad allestire, in più a quanto prefissato alla partenza, un ambulatorio al posto di un piccolo parcheggio, facendo anche l’impianto elettrico al suo interno, montato altre tende per bambini ricoverati, di piccoli disabili e di trenta anziani ospiti di una casa di riposo crollata. Siamo intervenuti anche in una scuola per ombreggiare un’area dove i ragazzi potranno riprendere le lezioni, interrotte perché le aule sono inagibili”.

La considerazione conclusiva dei tre volontari ha infine confermato quanto è stato raccontato qua e là nelle sporadiche cronache provenienti dal Paese caraibica, prima che il disinteresse mediatico avvolgesse la vicenda-terremoto: “Ciò che ci ha colpito non era l’assenza di aiuti – hanno sostenuto – ma piuttosto la mancanza di coordinamento. C’erano ospedali con casse di medicinali sotto il sole e i ‘Medici Senza Frontiere’ che erano senza i beni necessari. Inoltre abbiamo visto come sia ripresa la vita in condizioni davvero precarie: c’è chi ha costruito nuove precarie abitazioni sopra le macerie. Addirittura abbiamo visto un mercato sopra quattro metri di calcinacci, che erano i resti di un palazzo crollato”.

Dall’attività dei volontari della ‘Misericordia’ e dal giornale online che l’ha raccontata, gonews.it, arriva una piccola-grande lezione per il mondo della stampa nazionale: “fare cultura”, in un Paese attraversato da un profondo declino socio-economico-culturale, significa dare voce a quanto si muove sul territorio a sostegno della dignità umana e della solidarietà concreta, come modello fattibile per poter ripensare le relazioni tra le persone sconfiggendo via via la parcellizzazione, la chiusura in se stessi, l’egoismo sociale. Non è un caso, ovviamente, se di norma passano ben altri modelli: funzionali all’addormentamento delle coscienze e alla diffusione di un certo modo di fare politica.

Paolo Repetto

(foto Alfredo Macchi)

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