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Forse è arrivato il momento del partito della sinistra

Autore: . Data: giovedì, 1 aprile 2010Commenti (0)

Il Pd non ha un futuro ed è arrivato il momento di prenderne atto.

Le ultime elezioni regionali hanno mostrato al di là di ogni ragionevole dubbio che il Partito democratico è stata una operazione di ingegneria genetica fallita.

Non è il caso si addentrarsi in complicatissime analisi sui flussi elettorali o sui numeri, basta una considerazione banale.

L’elettorato che ha dato fiducia al raggruppamento guidato da Bersani è concentrato in Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Umbria e Marche, ovvero in gran parte di quelli che erano i feudi ‘rossi’ del Pci.

Insomma, il presunto ‘allargamento’ del blocco sociale che era rappresentato dal partito comunista, già lacerato dalla trasformazione in Pds e poi in Ds, è l’unico che nonostante tutto continua a reggere. L’area cattolica, meglio ex democristiana, non ha portato nulla, ma anzi il progressivo allontanamento dai principi fondanti della ‘cultura di sinistra’ ha distrutto la coesione di quello stesso blocco sociale in tutto in nord del Paese, regalando milioni di elettori alla Lega nord, razzista e conservatrice, e perdendo nel sud  qualsiasi influenza, in modo così evidente che l’intera e sconcertante vicenda pugliese ed il duello con Vendola non hanno neppure bisogno di essere ricordate.

Da un altro punto di vista aver seppellito un sistema di valori specifici non solo della strategia o della tattica della sinistra, ma discriminanti per la definizione di sua identità morale e culturale ha permesso ad anni ed anni di berlusconismo radiotelevisivo di modificare la stessa percezione che i cittadini hanno della realtà.

Ieri alcuni fatti hanno svelato ancor di più la necessità di aprire il dibattito non sul futuro del Pd, ma sulla eventualità che al più presto si arivi alla sua liquidazione ed alla formazione di una forza della sinistra di ispirazione senza fraintendimenti socialista.

49 senatori del Pd hanno scritto a Pierluigi Bersani lamentandosi per la ricostruzione del tutto fantasiosa che il gruppo dirigente del partito ha fatto sui risultati delle Regionali.

“Caro segretario, il passaggio elettorale di questi giorni ci consegna molteplici spunti di riflessione, che non mancheranno di essere approfonditi nelle settimane che verranno” comincia la missiva che prosegue: “A nostro avviso ci troviamo di fronte a un momento della vita del nostro Paese rispetto al quale s’impongono, da parte di tutti noi, una maggiore generosità nell’impegno, una più partecipata attività politica e una nuova consapevolezza riguardo l’effettiva portata dell’emergenza democratica in cui viviamo”, hanno sottolineato. Per i senatori, “il lavoro ordinario non basta più. I ritmi ortodossi sono troppo lenti. Le liturgie della casa sono stantie. I cartellini da timbrare sono sempre più falsati”. “L’imborghesimento ci tenta in continuazione”, hanno denunciato, “e arriva persino a coinvolgerci in scellerate trasversalità ammantate di riformismo. I nostri valori fondanti rischiano di vacillare sotto i colpi della sfiducia e di un neorelativismo che intossica le nostre coscienze per condurci verso la più colpevole accidia”.

Quindi le richieste a Bersani: “Bisogna cambiare passo. Bisogna muoversi subito. Bisogna accedere a una nuova dimensione del nostro impegno politico che anche noi parlamentari spesso non esprimiamo con la necessaria efficacia. Serve un supplemento d’anima”. Per questo, “ti poniamo l’esigenza di incontrarci subito per riflettere insieme. Per trovare, dopo una leale discussione, la giusta strada da percorrere per servire degnamente il nostro Paese. Non intendiamo farci consumare addosso i prossimi tre anni della legislatura, immersi in un attendismo fideistico che assegna al destino il compito di liberare l’Italia dal sultanato che la devasta”. I senatori infine hanno chiesto una risposta che se arriverà sarà del tutto evasiva.

Interessante per capire lo stato di marasma del partito è l’elenco dei firmatari. Si va da Ignazio Marino all’ex portavoce di Prodi, Sircana, dall’opaco Alberto Tedesco (l’ex assessore pugliese che ha incrociato le nota vicenda Tarantini) al supermoderato Tiziano Treu, dal ‘radical’  Vincenzo Vita al sindacalista Nerozzi o all’ex prefetto Achille Serra. Un frullato indistinto di appartenenze che nessun politologo al mondo riuscirebbe a ricondurre ad un qualsiasi minimo comun denominatore comune.

Intanto da quel del Piemonte, il sindaco il sindaco di Torino ha commentato anche lui l’esito del voto. Ha affermato Chiamparino: “Bisogna dire la verità, è stata una sconfitta non una disfatta” e poi ha lanciato la più bislacca delle considerazioni: “La vittoria della Lega rende questo Paese più contendibile di prima. Ci sono le condizioni  per costruire un’alternativa e io mi auguro che il Pd affronti nel più breve tempo possibile, ed è possibile nella logica di coalizione, la questione di alcune riforme che non sono solo quelle costituzionali, ma anche altre come il fisco, la giustizia, il federalismo e assuma posizioni che non varino a seconda di quello o di quell’altro editoriale, di questa o di quell’altra manifestazione”.

Poi Chiamparino ha concluso a chi gli domandava se sia necessario riproporre il tema del partito del nord per il Pd ha risposto: “Non è urgente, è urgente invece per il Pd recuperare una capacità di rappresentanza significativa nel nord. Penso ad un partito nazionale che sappia interpretare la realtà del nord”.

Chiamparino non ha ancora capito che il successo della Lega è un pericolo per la democrazia dell’intero Paese. Non solo perchè razzismo e xenofobia sono fenomeni intollerabili, ma soprattutto perchè l’intera discussione su ‘federalismo’ è una impressionante sciocchezza.

Dietro quello specchietto per allocchi il partito di Bossi ha sostenuto il proprio radicamento territoriale in un luogo che non esiste, la padania, per sviluppare tendenze separatiste ed autonomiste che disgregano l’unità nazionale e moltiplicano i centri di gestione e di spesa in modo esponenziale, favorendo corruzione, malgoverno e clientelismo.

Nel frattempo Emma Bonino è scesa in sostegno del segretario: “L’impegno del gruppo di Bersani è stato deciso, determinato e generoso, altri non l’hanno pensata così. Il Pd non era tutto entusiasta, immagino che chi non lo era non si sia adoperato molto. Cosa non ha funzionato? Quello che ho già spiegato: le presenze tv. Io non ho avuto mai di fronte la Polverini. Ma tutt’altri: ho avuto contro l’alleanza Bagnasco-Berlusconi. Legittimo: ma non ho avuto la possibilità di replicare. Con il contraddittorio ci sarei stata, ma a senso unico non era possibile reggere”.

La candidata sconfitta nel Lazio, in realtà, è stata vittima non della fronda ‘cattolica’ del Pd, ma della sua estraneità alla cultura della base ‘tradizionale’ della sinistra. Per paradosso se la minoranza di Franceschini e Veltroni non l’ha appoggiata è anche vero che proprio l’area più radicata nei valori più antichi della politica riformatrice ha tirato il freno a mano, non condividendo le sue posizioni favorevoli ad alcuni interventi militari, alla privatizzazioni del sistema sanitario o il sostegno acritico al governo israeliano. Insomma tutto quel bagaglio ideologico proprio dei radicali e del tutto scollegato dai principi della sinistra.

Oggi il Partito democratico è una forza del nulla, miscela tra ex democristiani di complemento, ex comunisti pentiti, cattolici integralisti e cattolici laicizzati, cinici arrampicatori sociali e giovani polli di batteria addestrati alla manovra di Palazzo ed incapaci di comprendere ed ascoltare il disagio dei ceti popolari, dei giovani disoccupati, dei migranti.

Fino a quando l’agenda politica non prevederà la riapertura del dibattito sull’identità della sinistra di origine marxista, laica, libertaria e riformatrice (non riformista) non sarà possibile ricostruire il blocco sociale indispensabile per rilanciare l’opposizione al berlusconismo ed al populismo razzista e xenofobo della Lega.

Questa è l’unica possibilità per evitare che fenomeni non ‘post ideologici’, ma semplicemente ‘rozzi’ come il grillismo, velleitari e confusi come il ‘popolo viola’, drammaticamente residuali come la ‘Federazione della sinistra’ (ovvero Rifondazione e Pdci) e banali come le teorie bislacche di Veltroni e Co disperdano insieme all’astensionismo milioni di voti.

Altro discorso è pensare alla nuova fisionomia del socialismo applicata alla società globalizzata e digitale, ma se quanto prima non si decide di liquidare il mostro transgenico Pd si può star certi che a breve la destra avrà compiuto la sua missione: trasformare l’Italia nel primo Paese post fascista del mondo occidentale.

Un risultato che ai più avvertiti fa paura.

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