Fini e Berlusconi litigano. E la Lega intanto arraffa
Ieri il premier ed il presidente della Camera si sarebbero scontrati sulla ‘egemonia’ di Bossi, che si sta divertendo un mondo.
Ieri, intorno all’ora di pranzo, Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini ed il sottosegretario Gianni Letta si sono incontrati a Montecitorio per parlare di politica tra un piatto di linguine e qualche cotoletta.
Il pranzetto non è andato bene, anche se il Cavaliere ci ha tenuto a dire uscendo dalla Camera: “Ho mangiato benissimo”.
Poi, mentre il presidente del Consiglio si concedeva una passeggiata digestiva nel centro di Roma, tra corso Vittorio Emanuele e largo Argentina, entrava in un paio di negozi e si metteva in posa posa per alcune foto con un gruppo di turisti inglesi il presidente della Camera entrava in fibrillazione.
I soliti ‘frequentatori’ dei corridoi del Palazzo facevano sapere che Fini, a tavola, si era mostrato incline a costituire suoi gruppi autonomi in Parlamento, accusando governo e Pdl di andare a traino della Lega.
Le stesse ‘gole profonde’ hanno aggiunto e Berlusconi avrebbe chiesto 48 ore per riflettere. Non si sa su cosa.
Fini. quindi, avrebbe riunito nel suo studio alcuni fedelissimi. Pare, il presidente vicario del Pdl a Montecitorio, Italo Bocchino, il sottosegretario all’Ambiente, Roberto Menia, il viceministro e segretario generale di FareFuturo, Adolfo Urso, e il vicecapogruppo Carmelo Briguglio. All’allegra compagnia si sarebbero aggiunte poi Flavia Perina, direttore del Secolo d’Italia e Giulia Bongiorno, presidente della Commissione Giustizia della Camera.
Dopo la riunione il presidente della Camera ha dichiarato: “Berlusconi deve governare fino al termine della legislatura perché così hanno voluto gli italiani. Il Pdl, che ho contribuito a fondare, è lo strumento essenziale perché ciò avvenga. Pertanto il Pdl va rafforzato, non certo indebolito. Ciò significa scelte organizzative, ma soprattutto ciò presuppone che il Pdl abbia piena coscienza di essere un grande partito nazionale, attento alla coesione sociale dell’intero Paese, capace di dare risposte convincenti ai bisogni economici del mondo del lavoro e delle famiglie, garante della legalità e dei diritti civili, motore di riforme istituzionali equilibrate e quanto più possibile condivise. Ho rappresentato tutto ciò al presidente Berlusconi”.
Se l’ex capo di Alleanza nazionale divorziasse dal premier circa 30 dei 270 deputati del Pdl a Montecitorio e meno di 12 al Senato potrebbero seguirlo nella nuova avventura.
Gli effetti per il centro destra di una eventualità del genere potrebbero essere devastanti, poiché il governo perderebbe la sua maggioranza certa, almeno alla Camera. Per questo nulla accadrà, perchè gli interessi prevarranno sulle ‘idee’, come è parssi in Italia.
E su questa linea Bossi se la ride. Ai giornalisti che gli chiedevano come mai non avesse partecipato all’incontro ha risposto: “Io sarei il terzo incomodo” aggiungendo “Contrapposizioni con Fini? Per adesso no”.
Quindi il Senatùr celtico-padano ha ripetuto di volere “una fetta di banche”, assessorati chiave in Lombardia e Veneto e un sottosegretario al dicastero dell’Agricoltura.
Dopo il successo elettorale alle regionali, la Lega si è immediatamente mostrata affamata, come un concorrente dell’Isola dei Famosi.
Bossi ha detto anche: “Chi è intelligente ha capito che abbiamo vinto tutto” ed ha difeso la legge elettorale pensata e poi definita ‘porcata’ dal suo viceconsole, Calderoli, ribadendo che “funziona benissimo quella che c’è, perchè con quella la gente va a votare”.
Lo stratega diplomato alla scuola Radio Elettra per corrispondenza e Capo del nord ha spiegato: “Se vuoi vincere devi convincere la gente a votarti, non cambiare la legge elettorale”, facendo finta di non sapere che a seconda del metodo scelto cambiano i risultati.
La nuova frontiera della Lega adesso sono le banche ed infatti Senatùr celtico-padano ha ricordato sull’argomento: “Fatalmente ci toccherà una fetta. Fino ad ora è stato così, non vedo perchè adesso che ha vinto la Lega vogliono cambiare le regole”.
Bossi ha quindi specificato: “Noi facciamo le cose e per farle abbiamo bisogno di assessori”, quelli “alla agricoltura in Lombardia, Veneto e Piemonte” che “ci spettano di diritto”. Quanto alla richiesta di un sottosegretario da affiancare a Galan, nuovo ministro dell’Agricoltura, il leader del Carroccio ha mostrato di voler insistere per concludere: “Abbiamo i governatori in Piemonte e Veneto, per questo siamo noi a decidere”.
Non è difficile rendersi conto di come questo Paese stia rischiando il collasso. Non solo perché il destino della nazione si discute tra fettuccine cotolette, ma anche perché ministeri, banche, assessorati, Regioni sono ormai territorio di caccia per forze politiche spregiudicate, interessate ad occupare lo Stato a qualunque costo.
La crisi sta divorando posti di lavoro, impoverendo il centro medio, rendendo impossibile la vita per i più poveri, mentre la modernizzazione delle nostre infrastrutture è ferma e così quasi nulla funziona più.
Il destino dell’Italia è nelle mani di una oligarchia pericolosa. L’opposizione per voce del segretario del Partito democratico, Pier Luigi Bersani, ha commentato: “Sotto queste tensioni ci sono problemi molto seri. Innanzitutto il distacco profondo tra le politiche del governo e i problemi economici e sociali e le confuse prospettive di riforma evidentemente non condivise” ed ha concluso: “La verità è che su temi di fondo del Paese, questo è sempre stato un governo senza decisioni e che a furia di decreti e voti di fiducia i problemi politici non si risolvono”. Sull’inesistenza di una proposta politica del suo partito non ha detto nulla. Forse sarà per la prossima volta.


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