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Cerco lavoro: ti racconto come stanno le cose (3)

Autore: . Data: giovedì, 22 aprile 2010Commenti (0)

Le lettere di ragazzi disoccupati. Abbandonati, ignorati, senza grandi speranze spedicono currucula che non legge mai nessuno.

InviatoSpeciale pubblica le lettere di alcuni giovani. Raccontano le loro ‘esperienze’ di ricerca del lavoro. Un calvario inaccettabile ed intollerabile di tentativi che finisce quasi sempre con una delusione.

Mandate anche voi le vostre testimonianze, noi le pubblicheremo. Per dar voce, direttamente, a chi ha il diritto alla propria autonomia ed indipendenza ed invece è costretto a rimanere immobile ad aspettare non si sa più bene cosa.

InviatoSpeciale cerca di far breccia nel silenzio che circonda questo dramma nazionale, ma senza la vostra ‘partecipazione’ sarà uno sforzo inutile.

Ma quale necessità?

All’età di tredici anni decisi di trasformare il garage di casa in una specie di atelier.

Lo sfruttai fino all’ultimo anno dell’Istituto d’Arte, trascorrendo più ore lì sotto a dipingere che a sbronzarmi al pub dove mi incontravo con gli amici.
Nel garage cominciai a capire che comunicare per via di una forma di espressione non era solo passione ma una necessità.

Dopo il diploma mi trasferii ad Urbino. L’Accademia di belle Arti, minuscola e piena di stimoli, diventò il sostituto del “garage”. Il numero ristretto di iscritti permise uno scambio diretto con i docenti che in un contesto tanto familiare non consideravano il proprio alunno un numero da selezionare all’esame. L’insegnamento reale e i risultati che ottenevo alimentarono il desiderio di ampliare quella mia necessità di esprimere un qualcosa ad un numero indefinito di persone.

Mi innamorai della Body Art. L’utilizzo del corpo come strumento di comunicazione diventò pian piano un attività costante, tanto che mi appropriai di uno spazio dell’Accademia.
Negli scantinati della scuola dove si nascondono ancora oggi vecchie tele di alunni precedenti, c’era una stanza totalmente vuota, grande e inutilizzata. Cominciai a svolgere le mie performance lì, pubblicizzando l’evento per tutta la città di Urbino.
In questo modo la mia azione non si limitava alla cerchia accademica, ma si proponeva come esame. Se funzionavo con un pubblico esterno alla scuola, valeva la pena di continuare.
Tutto questo però non bastava: tornando a casa dovevo continuare a lavorare.
E’ come quando impari ad andare in bicicletta senza rotelle e devi per forza farti il giro di tutto il paese per essere felice.
La soluzione per rendere visibile ciò che continuavo a fare nell’intimità di casa mia era filmarla. Da qui la performance mutò in video arte perché il concetto delle azioni doveva essere raccontato in maniera differente se il pubblico non poteva assistere direttamente.

Il giorno della Laurea presentai come opera un cortometraggio, pur avendo frequentato un corso di pittura. Nella tesi, più che fare un copia incolla di ciò che poteva interessarmi, ho preferito raccontare il percorso che mi aveva spinta a presentare un opera lontana mille miglia dal corso scelto quattro anni prima.
Inutile spiegare quanto sia stato semplice scrivere quella tesi. Quando si vuole spiegare qualcosa di reale e che si conosce perfettamente, non si corre il rischio di passare una vita a fare le correzioni.

Quando presi il pezzetto di carta sapevo esattamente cosa fare: comunicare attraverso il mezzo eccezionale che avevo scoperto, la telecamera. Un arnese speciale che riusciva a concentrare immagine, musica e colori, coinvolgendo in un colpo solo tutti i sensi che l’uomo ha a disposizione.

Il problema che vedo oggi è stata l’illusione ricevuta da tutta la vicenda dell’Accademia. Quel piccolo contesto, la città di Urbino, il paese dei balocchi che mi aveva risposto non è il mondo dello spettacolo che vedo ora, cinema o televisione che sia.

Sono due anni che vivo a Roma.
“Vai a Roma! Roma è il cento del Cinema! Fellini o Pasolini ti dicono niente? Lascia il paesello. Formati in una scuola di Cinema. Bussa alle porte. Manda Curriculum. Fai. Cerca. Studia. Lavora.” Mi dicevano.

Nel 2008 mi selezionarono alla Libera Università del Cinema di Roma: una scuola per ricchi ingestibile e mal gestita.
Un evidente fregatura solo a rileggere ora le pagine del sito internet.

“Una scuola dove la teoria si apprende attraverso la pratica. Una bottega di lavoro. Alla fine del nostro corso di cinema uscirai con la tesi di laurea filmica come regista e con i cortometraggi dei compagni da te firmati nei diversi ruoli previsti dai set cinematografici. Da noi il cinema si impara facendolo: il piano di lavoro viene elaborato da un Consiglio Accademico. Durante il corso dell’anno, oltre ai docenti professionisti (tutti inseriti nel mondo dello spettacolo), avrai modo di incontrare Michele Placido, Stefano Reali, Emanuele Crialese e Bogdan Drayer.
Tra gli accordi già presi dalla Libera Università del Cinema di Roma, segnaliamo quello con AIC a Cinecittà (sala Fellini) e quello con la Casa del Cinema per visioni mensili film d’autore, l’accordo con la Technicolor per alcune visite agli stabilimenti e l’accordo con Cinecittà per avere l’occasione di visitare i teatri di posa. Sono previste anche alcune visite su set professionali.”

La mia storia non finisce qui al contrario dell’illusione.
Ho scelto di specializzarmi come operatrice di ripresa, visto l’intasamento dei messaggi inviati della mia posta elettronica e il vuoto dei ricevuti: ho spedito un po’ di Curriculum!
Quindi ho ricominciato con un altro corso, ad ogni modo lontano da quello precedente per la serietà d’insegnamento. Ho scritto il progetto di un reportage che nessuno ha considerato, autoprodotto un documentario insieme ad altri ragazzi, bussato costantemente alle porta blindate delle produzioni cinematografiche e televisive o fatto la schiava per pseudo registi.

Risultati dell’investimento: portafogli vuoto, affitto arretrato, amici e famiglia lontani, contatti fittizi e proposte lavorative senza retribuzione.

Lavori svolti per il mantenimento dei corsi: Un Bar in via Prenestina che obbliga la sveglia alle 4.30 del mattino per arrivare in orario. Un Internet Point che tira via la mattinata e mezzo pomeriggio in modo da poter far poco nel resto della giornata. Assistente ad una pittrice mantenuta dalla madre che ti licenzia via sms, dopo una retribuzione di 280 Euro al mese.

Attualmente non ho uno stipendio. Sono stagista all’interno di una tv privata. Lavoro al montaggio video dalle 10 del mattino alle 16.00. Adoro il lavoro che faccio: i sevizi del tg la mattina e nel pomeriggio le trasmissioni che andranno in onda la sera. Mi piace la gente con cui lavoro.  Eppure vado letteralmente contro ciò che ripeto a me stessa ogni giorno:
“Finché nelle aziende ci saranno file di stagisti pronti a lavorare gratuitamente, non verranno mai firmati dei contratti”.

Praticamente faccio ciò che io stessa giudico inaccettabile. Forse perché non trovo alternative e l’esasperazione non è al limite. Forse perché ha più valore fare ciò che per cui si è portati che avere il portafogli pieno.

Resta il fatto che a 26 anni non posso permettermi di non avere uno stipendio per continuare a fare corsi, a investire sul nulla, a bussare nella speranza che prima o poi qualcuno apra quella benedetta porta.
Permettere alla necessità economica di calpestare la necessità di un sogno è il prezzo da pagare per chi non è “figlio di papà”. Poi per quelli che rientrano nella nicchia, c’è sempre da vedere se il papà ha il nome giusto per far lavorare il figlio.

Ermelinda Coccia

Rubrica a cura di Davide Falcioni. Spedite le vostre storie a questo indirizzo di posta: d.falcioni@inviatospeciale.com

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