25 aprile. Una ricorrenza non rituale
Mentre scoppia il caso-Salerno: il deputato Cirielli “cancella” la Resistenza
L’onorevole Cirielli, presidente della Provincia di Salerno, ha aperto ufficialmente in Italia il dibattito sulla ricorrenza del 25 aprile. Coloro che ritenevano acquisito il valore fondante della Repubblica, “nata dalla Resistenza”, hanno conosciuto un brusco risveglio, ma non è detto che tutto il male venga per nuocere.
Andiamo con ordine, però. L’ex deputato di An, che oggi nel partito berlusconiano ricopre il ruolo di presidente della commissione Difesa a Montecitorio, è stato censurato dal Pd salernitano reo di aver “cancellato” dai manifesti commemorativi della Provincia il ruolo della Resistenza nella lotta di liberazione dall’occupazione nazifascista: nessun riferimento ai partigiani, alla loro lotta, al loro sacrificio di sangue, mentre il testo elogia l’esercito americano “per l’intervento nella nostra terra che ha sancito un’alleanza che ha garantito un luogo periodo di pace e di progresso economico e sociale, senza precedenti e che ha salvato l’Italia, come l’Europa, dalla dittatura comunista”.
Più chiaro di così. I locali esponenti del Pd hanno però replicato con una dichiarazione che lascia francamente stupefatti. Cirielli si sarebbe macchiato di una “provocazione da guascone”, perchè “non si può rinnegare la storia” e “piegarla alle contingenti convenienze della politica”.
Il dato di fatto, in tutta evidenza non chiaro a parte dell’opposizione, è che la storia è già stata riscritta abbondantemente in questi anni. Pensiamo alle commemorazioni sulle foibe, durante le quali gli eccidi degli italiani nelle gole carsiche vengono descritti senza alcuna contestualizzazione con il clima di odio e violenza legato all’occupazione nazifascista in Jugoslavia. Pensiamo anche alle equivoche dichiarazioni avanzate dall’allora presidente della Camera Luciano Violante, il 10 maggio 1996 (all’insediamento della legislatura che si affiancò al primo governo Prodi), che invocavano di “riflettere sui vinti di ieri” e sulle ragioni di chi si schierò con la Repubblica di Salò. Dichiarazioni che scatenarono le proteste di intellettuali e partigiani e spalancarono le porte al definitivo “sdoganamento” di Gianfranco Fini e del suo partito post-fascista.
Inoltre, che Cirielli non avesse alcuna intenzione di “provocare” è fin troppo evidente, a giudicare anche dai suoi “chiarimenti” successivi: le polemiche piddine sarebbero state create ad arte, ha accusato il parlamentare, figlie di “una certa cultura antidemocratica, per anni a servizio (a volte anche a pagamento) della Russia comunista”. Una cultura che vorrebbe “negare alle giovani generazioni la possibilità di conoscere una serie di verità storiche”. Posto che “senza l’intervento e il consequenziale sacrificio di centinaia di migliaia di giovani americani, l’Italia non sarebbe stata liberata e la Coalizione non avrebbe sconfitto la Germania nazista”, Cirielli ha aggiunto significativamente che “la Resistenza era un movimento composito che intruppava anche persone che non combattevano per la libertà e per la democrazia, ma per instaurare una dittatura comunista in Italia”. Tanto è vero che “se ci avesse liberato l’Armata Rossa, anziché gli Americani, per 50 anni non saremmo stati un Paese libero”.
Di fronte a simili affermazioni, non si tratta dunque di replicare a colpi di fioretto, senza nemmeno centrare l’obiettivo. Meglio sarebbe riflettere sul virus del revisionismo, sulle sue ragioni, sui suoi effetti e sulla portata ormai discutibile delle commemorazioni rituali. Occorrerebbe “far vivere” l’antifascismo nella vita quotidiana delle giovani generazioni, trasmettendo un esempio e vivendo “insieme” i grandi valori intergenerazionali. Qui sorge spontanea una domanda retorica: come poterlo fare in un Paese allo sbando, descritto da anni dalla stampa internazionale come irrimediabilmente alla mercé di una destra xenofoba e mercantile? Come poterlo fare in un Paese che presenta un’opposizione frastagliata, inconcludente e incapace di incidere nel merito dei problemi reali delle persone in carne ed ossa?
Sarebbe bene che il ’25 aprile’ diventasse finalmente una ricorrenza incarnata nelle vicende che assillano i cittadini. E’ il nostro auspicio. Per poter immaginare davvero una nuova “liberazione” del nostro Paese.
Paolo Repetto


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