Pdl: strambe visioni sulla manifestazione del nulla
Ieri l’inutile confabulare sul flop di San Giovanni. Ed era solo una gita scolastica senz’anima.
Sabato il centro destra ha portato a Roma, forse, centomila persone. Per chi è abituato alle grandi ‘manifestazioni di popolo’ alcune cose apparivano subito chiare: gli organizzatori sapevano bene che non sarebbero stati in grado di schierare falangi macedoni o sterminati eserciti vittoriosi ed allora avevano costruito ‘lo scenario’ ad uso e consumo delle riprese tv.
L’intera area antistante al palco era stata ‘chiusa’ da un lato con grandi ed ingombranti file di gazebo, mentre su un altro lato c’era un muro di altissimi striscioni verticali con sopra scritti i nomi delle regioni italiane.
Nello spazio ‘rimasto’ il solito palco immenso, un certo numero di torri, torrette, pedane sopraelevate restringevano ancora il campo, così da prendere preziosi metri quadri alla platea.
Grazie a questo abile maquillage i partecipanti sono stati costretti a concentrarsi all’interno di una specie di recinto, stretti ed accalcati come in autobus all’ora di punta.
Le telecamere spazzolavano sulla ‘folla’, preventivamente munita di un incalcolabile numero di bandiere, che erano state regalate anche due a persona, così da offire ad una regia televisiva più che compiacente uno spettacolo da ‘Mille e una notte’.
Le potenti ottiche di cameramen ‘fedeli” zoomavano sui volti di belle ragazze sorridenti modello presentatrice tv, su signore dai lineamenti gradevoli, anziani rassicuranti alla ‘nonno Libero’ e uomini sui trent’anni in divisa da promotore finanziario, anzi no, delle libertà.
Si trattava degli archetipi del target immaginario del Pdl, trasmessi dalla tv agli italiani che non c’erano. Servivano a descrivere il modello umano berlusconiano: pulito, sereno, allegro.
Ed infatti il fondatore de ‘La Repubblica’, Eugenio Scalfari, al quale avrebbe fatto comodo la consulenza di qualcuno che si intende di televisone, ha scritto: “Ho guardato la piazza, le facce della gente, le loro parole ai microfoni delle televisioni. Le facce erano pulite, serene, allegre. Doveva essere una festa, la festa dell’amore verso tutti, verso gli altri; una festa di popolo con le sue idee, i suoi bisogni, le sue speranze, come ce ne sono in tutte le piazze democratiche di questo mondo. Così era stato detto dagli organizzatori e così sembravano aspettarsi i partecipanti”.
Ed anche l’Unità, in un impeto di generosa superficialità, si è prestata al gioco: “Il corteo è un immenso fiume di pezzetti: Comuni, regioni, quartieri, tutti a dire “io ci sono”, “Guidonia urla libertà”, “Viterbo con Silvio” “VIII municipio Forza Silvio”, “vince sempre chi più crede”.Ma impazzano soprattutto i candidati che si sono portati la claque che innalza i vessilli, “Angelo Santori”, “XIII municipio Ostia con Davide Bardoni”".
Peccato tutto fosse differente. Il ‘popolo berlusconiano’ era una eterogenea compagine di persone spaesate e banalotte, che ricordava un po’ il pubblico in studio di ‘Forum’ di Rita dalla Chiesa.
Frotte di casalinghe oltre i quaranta in adorazione del playboy dai capelli trapiantati e tinti, qualche ragazza modello ‘Mediaset’ speranzosa di farsi vedere che chissà non si sa mai, uomini piuttosto attempati ed una minoranza di giovani divisi tra discotecari e militanti di estrema destra.
Un’Italia raccogliticcia ed un po’ avvilente che si specchiava nel palco, sul quale, prima dell’arrivo del leader, la simpatica comitiva delle ‘ragazze’ del partito ballava innalzando bandiere sulle note dell’orchestra di Demo Morselli.
Prestigiacomo, Mussolini, Moratti, Brambilla, Meloni, Carfagna, Santanchè, ognuna secondo le proprie possibilità, ondeggiava, saltellava e sorrideva.
Sembravano uscite da una scuola di suore per andare alla gita scolastica a Lourdes.
Affatto interessate al pellegrinaggio, ma deliziate dal poter stare insieme sulla corriera, impazienti di intonare cori e scambiarsi pettegolezzi, per un giorno esentate dalla quotidiana tortura delle lezioni di ricamo, economia domestica e lavoro a maglia.
Erano quasi eccitate ‘le ragazze’ quando è partita ‘Gianna’, scritta da Rino Gaetano: “Gianna non perdeva neanche un minuto, per fare l’amore. Ma la notte la festa è finita, evviva la vita. La gente si sveste e comincia un mondo un mondo diverso, ma fatto di sesso e chi vivrà vedrà…”.
Chissà che avrebbe pensato lo scomparso cantautore calabrese se avesse potuto vederle. Lui che aveva detto una volta del proprio lavoro: “C’è qualcuno che vuole mettermi il bavaglio! Io non li temo! Non ci riusciranno! Sento che, in futuro, le mie canzoni saranno cantate dalle prossime generazioni! Che, grazie alla comunicazione di massa, capiranno cosa voglio dire questa sera! Capiranno e apriranno gli occhi, anziché averli pieni di sale! E si chiederanno cosa succedeva sulla spiaggia di Capocotta”.
Sarebbe stato fantastico. Le ‘ragazze’ lì, sulla spiaggia di Capocotta, litorale romano: amore libero, hashish e marijuana, niente vestiti e tanti baci, abbracci e libertà, come nei lunghi tramonti estivi ricordati da Gaetano, quando alla fine degli anni settanta Allen Ginsberg e Lawrence Ferlinghetti, i geni della Beat Generation, leggevano le poesie che avevano nutrito gli hippies americani degli anni sessanta e Patti Smith urlava contro il capitalismo occidentale.
“Un mondo diverso, ma fatto di sesso e chi vivrà vedrà” a San Giovanni era sparato nelle orecchie di centomila conservatori quasi razzisti e ballato dalle ‘ragazze’ ministro, pronte sul palco ad omaggiare ‘Papi Silvio’, l’utilizzatore finale della escort D’Addario. Davvero imbarazzante.
E poi Lui, il Cavaliere, teso all’inizio del suo discorso e lucido dietro una maschera di cerone per le tv, poi sicuro di sè e urlante dopo un incredibile gioco di domande alla folla che rispondeva sovraeccitata in coro.
“Volete al potere una sinistra che rimetterebbe subito l’ici e aumenterebbe le tasse?”, urlava Berlusconi. E poi. “Volete il piano casa? Volete mandare a casa le giubbe rosse? Volete l’abolizione di oltre 100 leggi regionali? Volete meno tasse regionali?”.
Persino uno spettacolo rozzo e sgangherato in Italia può diventare motivo di discussione, questa volta sul numero di partecipanti. Un milione, no di più e via con le critiche dei colonnelli del Cavaliere alla Prefettura che ha contato ‘sole’ 150mila persone.
Anzi no, contrordine. “In queste manifestazioni tutti danno numeri che fa comodo dare, io non voglio entrare nel merito, dico solo che mi sono emozionato nel vedere tante persone e la qualità di queste persone, mi ha riscaldato il cuore” ha sentenziato per chiudere la querelle il presidente del Consiglio.
I centomila di Roma erano invece poca cosa, altro che qualità. Lo erano per il vuoto pneumatico di passione e di idee che ha affogato sabato piazza San Giovanni, testimonianza inequivocabile della catastrofe che stra travolgendo il nostro Paese.
Disastro, sia ben chiaro, che non si ferma al Pdl e viaggia trasversale verso lo schieramento opposto, senza riparmiare affatto il centro sinistra.
Mille anni sembrano passati da quando il quello stesso posto di Roma un popolo ‘vero’ di donne e di uomini liberi chiedevano libertà, democrazia e futuro. Era il 13 giugno del 1984 e quella gente salutava per l’ultima volta un uomo minuto ed introverso, con occhi timidi e forti: Enrico Berlinguer.
Per chi quel giorno partecipò al suo funerale drammatico e struggente non scomparirà mai dalla mente l’immagine di com’è fatto l’oceano di un ‘vero’ milione di cittadini che mostra la propria passione per un’idea, per l’onestà, la vita, la poltica, il Paese.
Un’Italia che qualcuno dovrà pur ritrovare, ricostruire, rifondare. Perchè adesso si guida a fari spenti nella notte per vedere se poi è tanto difficile morire…come scrisse un altro cantautore in un tempo che fu.
E non va bene. Per niente.
Roberto Barbera


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