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Noi e L’Aquila. Per avere cura

Autore: . Data: lunedì, 1 marzo 2010Commenti (0)

“Torneremo ogni domenica”. Una cittadina racconta l’emozione della città

Camminando in Centro, a L’Aquila, ti colpisce il vuoto, il silenzio, l’odore di polvere e calce. I palazzi sono privi di vita, di calore, di luce. Ti guardano. Finestre vuote e oscure. Puntelli. Crepe. Tetti collassati. Lontano. Oltre le transenne vedi le macerie. Le pietre. Tende si gonfiano nel vento. Cammini e senti i tuoi passi. Vai velocemente, come per dovere. Perché lo vuoi, ma senza uno scopo. Senza una fermata. Sono poche le isole vive: il Bar Fratelli Nurzia, Ju Boss … Isole di luce in una notte fredda.

E’ così. Che ci si rifletta o no. E’ così. Che si sappia o no. L’Aquila è una città a cui sembra essersi fermato il cuore. E’ una città in attesa. Ti aspetta, e se sai fermarti, ti parla. Ti chiama. Ti chiamano i palazzi di Via XX Settembre, e le strade vuote che formavano il quartiere devastato duramente tra Piazza Duomo e la Villa Comunale. Ti chiamano i palazzi antichi e ti chiamano le piazze ormai vuote. Ti chiama via Roma. Via Fortebraccio. Via Roio. Piazzetta Machilone. Piazza Palazzo. Piazza San Biagio e Piazza San Pietro. E’ un fruscio portato dal vento, quello della città.

Il 14 febbraio qualcosa è successo. Poche centinaia di persone, qualche decina tutto sommato, hanno chiesto di abbattere delle transenne. Lo hanno fatto chiedendo il permesso educatamente, ma senza dover fingere un “recupero beni”, lo hanno fatto “per farlo”, per poter camminare assieme nella città. Lo hanno fatto con forza. Lo hanno fatto perché avevano sete del Centro. Delle loro strade. Delle loro piazze. Perché per inventare una vita nuova, bisogna rendere onore alla propria vita di prima. E ci sono riuscite, queste persone. All’improvviso hanno camminato di nuovo, sino alla Piazza del Comune, Piazza Palazzo.

Alcuni hanno pianto, altri gridato per l’emozione. Hanno contemplato la montagna di macerie che invade la piazza. Hanno toccato quelle pietre. Sono saliti su quella montagna, ed hanno gridato il loro dolore e il loro desiderio.

Camminare per le proprie strade. Quelle di sempre. Camminarci insieme, in gruppo, liberamente. Nonostante i rischi. Nonostante le finestre aperte alla pioggia e alla neve di troppi palazzi. Nonostante i puntelli. Nonostante i residui e i frammenti del sei aprile. Nonostante i muri frantumati. Nonostante i palazzi svuotati. Camminare e sorridere. Camminare e sentirsi finalmente, e di nuovo, liberi. Padroni della vita. In grado di essere e fare. In grado di progettare.

Ecco. Ecco perché da allora, siamo tornati sempre. Ed ogni domenica torneremo. Perché L’Aquila tutta ha bisogno di essere finalmente ricostruita e rifondata a partire delle sue persone. A partire da una comunità che se ne prende cura. Che non la lascia sola. Che non ne sopporta l’incuria.

E se domenica 21 abbiamo appeso le nostre chiavi alle transenne ed abbiamo riconquistato simbolicamente ogni strada, domenica 28 si è potuto arrivare a toccarle le macerie di Piazza Palazzo. A immaginarcene padroni. Si è potuto pensare di ripartire da loro, per costruire di nuovo la città. Le persone oggi erano migliaia. Migliaia ad ascoltare il battito lieve della città che piano piano si risentiva. Forte. Migliaia per dimostrare che abbiamo cura e avremo cura di ogni cosa che compete la città. Ora vogliamo che le macerie vengano tolte, il prima possibile e nel modo più adeguato.

Da loro si riparte, da come verranno gestite. E i cittadini dell’Aquila ci saranno, per sollecitare, controllare, chiedere. Ci saranno in Centro. E al Parco del Castello. E altrove, ovunque il terremoto ci abbia frantumato. Ovunque il silenzio e il buio abbiano preso possesso delle nostre case. Perché essere cittadini significa questo. Perché politica significa occuparsi della “polis”, della città. Perché le città sono fondate dai cittadini che le erigono. Per questo ci saranno ancora, i cittadini dell’Aquila. Per avere cura.

Anna Guerrieri

(Foto Alice Villante)

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