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L’inutilità del talento in un’Italia malata

Autore: . Data: mercoledì, 31 marzo 2010Commenti (0)

L’articolo amaro di una ragazza che vorrebbe fare la reporter. Un articolo per ‘Tu Inviato’.

Avere un’aspirazione o un talento verso un  mestiere oggi non ha alcun significato. Contano solo i figli di ‘qualcuno’ e gli altri rimangono fuori.

Sono una Videoreporter, ma non lo sa nessuno. Non esistere in questo mestiere, spinge inevitabilmente a cercare un modo per farsi conoscere. Non per un appagamento personale o per egocentrismo, ma quando si ha a che fare con un mezzo di comunicazione è necessaria almeno un minimo di notorietà. Giusto per non lavorare anni ad un progetto e vederlo ammuffire nella scrivania di casa.

Oggi è arrivata l’ennesima conferma che la “gavetta” televisiva o cinematografica è l’escamotage preferito dalle produzioni italiane per fare in modo che il loro lavoro sia svolto da giovani volenterosi e appassionati, ma a costo ‘zero’, o quasi.

“Ti proponiamo un lavoro da aiuto regia per una trasmissione della Rai!”, hanno detto.

E cosa si può chiedere di più a chi ha cominciato pagandosi un costosissimo corso di regia lavorando nel bar più squallido della periferia romana? Ritrovandosi fra l’altro un diploma con su scritto: “Deve sperimentarsi maggiormente data la necessità che ha avuto di lavorare durante l’anno”.

Secondo i solerti insegnanti della ‘scuola’ come avrei potuto trovare 5 mila euro per neanche un anno di corso?

Evidentemente il denaro era un dettaglio poco rilevante per i gestori di una ‘scuola’, in realtà una ‘associazione senza scopo di lucro’, tanto disinteressata da richiedere una retta non proprio economica?

Tornando alla proposta per la Rai. Comincia il colloquio di valutazione con un regista.

Regista: “Mi sembri una ragazza sveglia e con una gran voglia di fare”.
Candidata: “Credo di somigliare a chiunque voglia fare il lavoro che sa fare”.
R: “Ma tieni in considerazione che questo è un lavoro duro”.
C: “E allora? Dovrebbe spaventarmi? Magari più delle pezze col culo che io e gli altri autori ci siamo fatti per autoprodurre un documentario?”.
R: “Potrebbe capitare di lavorare anche di notte”.
C: “Sono sveglia e ho voglia di fare, l’ho appena detto”.
R: “Fai attenzione e pensaci bene. Devi dare il massimo. Si lavorerà da dopo Pasqua fino a luglio, costantemente”.
C: “Non ho bisogno di andare al mare per forza”.

Domande leggere e risposte spontanee. In questi incontri è una tradizione farsi schiacciare solo perché si è dal lato sbagliato della scrivania. D’altra parte l’obiettivo del ‘datore di lavoro’ prevede l’immediata elaborazione di un sistema di controllo su persone che per raggiungere un obiettivo si lasciano andare senza troppe difese.

Il regista va avanti, io ascolto e so cosa voglio, cosa so fare e quali sono i miei limiti. L’importante è rimanere lucidi, essere intelligenti ed evitare di cadere nel tranello, altrimenti si rischia di dire di si a qualunque richiesta con la convinzione di non avere alternativa.

Poi il ‘selezionatore’ arriva al punto vero della conversazione.

R: “Guardi che il lavoro non prevede alcuna retribuzione in denaro”.
C: “Ci sarebbero dei giorni di riposo? Mi servono per mantenermi”.
R: “No. Quattro giorni a settimana si và fuori Roma per le riprese, nei giorni rimanenti c’è bisogno che tu stia al montaggio. Il lavoro di montaggio può richiedere straordinari notturni, come accennavo prima”.

Ma allora che garanzie ho? Io persona, non io giovane appassionata del mestiere in cerca di un lavoro. Dov’è il guadagno? Un contatto che nella più semplice delle ipotesi non arriverà mai? E’ l’esperienza di lavorare con una troupe che produce per la Rai? Certo accrescerebbe le mie conoscenze, ma poi vado a magiare alla mensa dei poveri per farmi un esperienza? Dormo per strada o mi presteranno l’automobile della produzione concedendomi un paio d’ore per un pisolino di notte?

Con il termine ‘gavetta’ si indica un periodo di sacrifici finalizzati all’apprendimento di un mestiere, cominciando dal basso. Proviene dal nome omologo di un recipiente in metallo, usato per trasportare e consumare cibo in situazioni di emergenza, infatti viene usata in particolar modo dai militari in missione.

Ecco il punto. A che serve una ‘gavetta’ se poi il ‘cibo’ non c’è?

Dire di si al ‘generoso’ regista avrebbe il significato di una sconfitta, non imparare per poter continuare, ma dimenticare la passione e farsi usare. Una gavetta, ma senza cibo, per l’appunto.

Non è accettabile fare sacrifici per garantire a qualcuno di guadagnare denaro sul lavoro ‘volontario’ degli altri. Per quanta importanza possano avere nel mondo questi ‘filantropi’.

Voglio essere una persona ed in questa Italia così mi tengo la mia dignità e la mia vita.

Ermelinda Coccia

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