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Giustizialisti e garantisti

Autore: . Data: giovedì, 11 marzo 2010Commenti (0)

Il rispetto della legge deve essere eguale per tutti. La vicenda delle liste del Pdl non può essere alibi per nessuno.

Tutte le opinioni hanno eguale diritto ad essere espresse, così come tutti i cittadini in una democrazia hanno eguali diritti e doveri. Tuttavia, ieri ‘Il Corriere della Sera” ha ospitato un articolo di Angelo Pianebianco che contiene un preoccupante esempio di pensiero obliquo.

Ha scritto il corsivista del quotidiano milanese: “Per ora il “golpe” (come certi oppositori, dotati, come ognun vede, di senso della misura e dell’equilibrio, hanno subito definito il decreto salva-liste) è stato bloccato da un Tar”.

Essendo tra chi ha definito il provvedimento non un “golpe”, ma un “fatto” che ha determinato la fine della cosidetta Seconda Repubblica, vorremmo brevemente spiegare perchè abbiamo elaborato questa convinzione. Quando di fronte ad una serie di errori sostanziali che producono l’inammissibilità di alcuni atti, il governo, il presidente della Repubblica e numerose personalità di rilievo del mondo politico affermano la necessità di cambiare le regole per riparare al ‘malfatto’ si entra in una situazione di pericolo.

Se poi il motivo del ‘rimedio’ è legato al numero di sostenitori di chi ha sbagliato per propria ed unica responsabilità e si afferma di conseguenza che i diritti sono condizionati dalla forza di un partito e si dichiara così, al di là di ogni ragionevole dubbio, che l’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge può essere violata e la violazione viene certificata con apposito decreto, allora si appone un sigillo sulla morte del principio numero uno della democrazia: la parità dei diritti e dei doveri.

Nel suo articolo, poi, Penebianco confonde la necessaria rigidità delle leggi con una specie di ‘teoria del volemose bbene’ da show televisivo e non da Paese serio. Ha sostenuto il giornalista: “I dirigenti del Pd avrebbero potuto dire: accertato che i nostri avversari sono dei pasticcioni, noi che abbiamo a cuore la sorte della democrazia e che non possiamo accettare che una competizione democratica venga svuotata di significato per assenza del nostro principale antagonista, sosterremo le scelte che farà il presidente della Repubblica per sanare questa anomala situazione”.

Panebianco, prima di tutto, non ha compreso che è stato il governo a volere una ‘forzatura’, ovvero coloro che chiama i “pasticcioni”, mentre Napolitano ha solo controfirmato il decreto ‘salva liste’ (ed avrebbe dovuto opporsi perchè palesemente incostituzionale) e quindi ha suggerito una strana interpretazione della Costituzione: in particolari contingenze è possibile sospendere una regola fondamentale.

Per il corsivista del ‘Corriere’, accettando di negare il principio di eguaglianza, il Pd sarebbe uscito “da questa vicenda a testa alta, come l’unico partito importante dotato di senso delle istituzioni”.

Ma come? Nella storia repubblicana in occasione di tutte le competizioni elettorali non si contano le liste escluse per errori formali. Mai si è pensato a ‘sanatorie’ ed anche in occasione di queste regionali altri sono stati ‘bocciati’ insieme al Pdl. Il “senso delle istituzioni” è nel rispetto delle regole, tutte e per tutti. Nessuno escluso.

Quindi Panebianco ha aggiunto: “All’indomani del decreto, incapaci di sfruttare il grande vantaggio tattico che il Pdl aveva loro offerto, i dirigenti del Partito democratico si sono subito infilati in una trappola. Parlo della manifestazione di sabato prossimo. Se non verrà annullata, risulterà per il Pd un boomerang e un pasticcio politico, in qualche modo summa e specchio di tutte le sue debolezze. I dirigenti del Pd possono negarlo quanto vogliono ma la manifestazione avrebbe necessariamente il carattere di una presa di posizione contro il capo dello Stato e non solo contro il governo. Il decreto salva-liste, infatti, è stato firmato e difeso da Napolitano”.

La manifestazione di sabato non ha come oggetto il solo decreto ‘salva liste’, ma la difesa della legalità repubblicana infranta. E’ indubbio che in questa vicenda Napolitano ci ha messo del proprio, ma il protagonista-responsabile della violazione irreparabile del ‘patto tra i cittadini’ sono stati il presidente del Consiglio ed il governo, che per altro da mesi ed a colpi di voti di fiducia stanno impedendo al Parlamento di discutere, varano provvedimenti ‘ad personam’ in serie per salvare un premier da processi penali, sparano ad alzo zero contro lo stesso presidente della Repubblica, contro la magistratura nel suo complesso, contro la Corte Costituzionale. Reazioni invasive e devastanti espresse ogni volta che i desiderata del premier non sono ammessi perchè non compatibili col nostro ordinamento.

Infine Panebianco, dopo aver citato Di Pietro  e la sua richiesta di messa in stato di accusa del presidente della Repubblica, ha concluso: “Per quanto riguarda il Pd, basti ricordare che esso, incapace di tracciare una linea di divisione netta fra sé e il movimento giustizialista, incapace di combattere i giustizialisti (apprezzati da tanti anche al suo interno), ha finito per abbracciarli”.

Quello della ‘identità della norma’ è il nodo del problema. Da tempo in questo Paese si usa il termine ‘giustizialista’ per indicare chi chiede l’applicazione ferma delle leggi nei confronti dei politici. La stessa parola non viene utilizzata nei confronti di chiede ‘pene certe’ per ladri di polli, migranti senza permessi di soggiorno, ecc.

Un rapinatore di banche deve essere punito, subito e senza sconti. Un corrotto di partito non deve essere considerato colpevole fino a quando non si è raggiunto l’ultimo grado di giudizio. Forse in tutti e due i casi si dovrebbe applicare la regola dell’eguaglianza, abbandonando ‘giustizialismo’ e ‘garantismo’ per rimanere più semplicemente nel territorio certo della giustizia e della sua indipendenza di giudizio. La Corte, dopo aver fatto il suo lavoro, commina pene o assolve.

Il giornalista ed ‘Il Corriere della Sera’ che ne ha ospitato il pensiero rappresentano ormai quello che si definisce con poco rispetto “l’italiano medio”. Quel cittadino un po’ furbo, che ama il detto “fatta la legge, trovato l’inganno”. Non per cattiveria, ma per indole, per amore di percorsi ‘facilitati’, di ‘semplificazioni’, di amici che offrono ‘aiutini’ ben accetti. Quel cittadino che non avendo il coraggio di predere una posizione e comunicarla pubblicamente (ma ben certo delle proprie intenzioni) preferisce aggirare i problemi per nutrire in estrema sintesi la sempre più insopportabile immagine dell’italiano chitarra e mandolino.

Le conseguenze di questo modo di pensare hanno trascinato il Paese nel caos di questi ultimi anni, verso la corruzione diffusa, l’inefficienza, la raccomandazione di massa, la morte dei partiti e della polirica, l’assenza di qualsiasi certezza.

Dovrebbero capirlo alcuni ‘commentatori’: sotto il ‘salva liste’ c’è il pozzo nero del Palazzo, la fogna che sta sommergendo la società civile o quello che ne resta. Il tombino in quella notte di venerdì scorso è stato aperto e va richiuso al più presto, prima che la melma (per non usare altra parola) debordi ovunque. Sarebbe allora la fine, con tutte le consegueze imprevedibili per la vita di tutti noi.

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