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In Italia ormai il Palazzo e la società civile sono pianeti separati. Si deve cercare di restituire ai cittadini trasparenza.

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A Piazza del Popolo per la democrazia

Autore: . Data: venerdì, 12 marzo 2010Commenti (0)

Sabato si manifesterà a Roma per difendere la Repubblica italiana. Ma non basta protestare, è necessario ritrovare la voglia di sognare il futuro.

Domani l’opposizione si riunirà a Roma, in piazza del Popolo, per protestare. Il tema può apparire minimo ed infatti lo è. Tuttavia, al di là dei temi inidicati dagli organizzatori (‘salva liste’, crisi economica, lavoro), il sentimento diffuso che attraverserà le coscienze dei partecipanti non potrà andare oltre la ‘contestazione globale’, come un tempo si definiva la critica al ‘sistema’.

Alla fine degli anni sessanta, quando comunque in Italia esisteva una cosidetta ‘classe politica’ di buona qualità, i venti di rivolta che attraversavano il mondo intero approdarono nel nostro Paese assumendo caratteristiche molto specifiche. Dai diritti civili (il divorzio) a quelli sindacali (lo statuto dei lavoratori) alle riforme (il Pci le definiva ‘di struttura’) una parte molto ampia dei cittadini, anche se non maggioritaria, voleva cambiare strada, modernizzare, affrontare finalmente il presente uscendo dalla mitologia ‘piccolo borghese’ del boom per costruire una nuova identità nazionale finalmente laica e progressista.

Gli slogan di allora erano semplici: “Lotta dura, senza paura, per le riforme di struttura”, oppure “No al riformismo” e “Si, si cambierà questa sporca società”, Ce ne era anche uno ereditato dalla Francia: “Ce n’est qu’un début continue le combat”, cioè “Non è che l’inizio, la battaglia continuerà”.

Il progetto della sinistra era quello ‘tradizionale’: affrancare i più deboli, ampliare i diritti dei lavoratori, migliorare i salari, ottenere una istruzione ed una sanità pubbliche gratuite, efficienti, di qualità. I giovani in più chiedevano più “fantasia al potere”, libertà sessuale e parità tra i sessi, pace in contrapposizione alla guerra del Vietnam, la fine dell’imperialismo Usa e sovietico (sempre dalla Francia: “Moscou, Washington le fascisme est partout”, ovvero “Mosca, Washington il fascismo è ovunque”).

Quello che successe dopo, le stragi di Stato, i tentativi di golpe, lo scontro con la destra reazionaria e violenta, la patologia criminale del terrorismo ed il ‘consociativismo’, una pratica spartitoria nella quale invece di affermare i principi del rinnovamento si vararono provvedimenti senz’anima, ‘mediati’ tra Dc, Pci e gli altri partiti, hanno fatto in modo che la la battaglia andasse in coma.

A 42 anni di distanza questo Paese sembra finito in un abisso. Un uomo d’affari dalla storia opaca e discussa è al governo, l’opposizione è ridotta ad un luogo nel quale le risse interne coprono un vuoto pressochè totale di idee, la storia nazionale e la natura antifascista della Repubblica sono state sostituite con un revisionismo storico che ha portato gli epigoni del Duce nelle stanze dei bottoni e la cultura totalitaria del regime mussoliniano, corretta in salsa affaristica, a dominare fino a cancellare persino il diritto ad eleggersi i propri parlamentari (l’abolizione delle preferenze).

Ma non solo. In Italia ormai il sistema industriale è decotto, la crisi ha divorato decine di migliaia di posti di lavoro, gli stipendi sono improponibili, il debito pubblico è gigantesco, i servizi collettivi diventati immense macchine burocratiche non funzionanti, le opportunità per i giovani non esistono. E sopratutto non si sogna più.

Chi in un’era lontana immmaginava di diventare un neurochirurgo, un pilota di formula 1, un pompiere o un astronauta adesso si impegna per andare al “Grande Fratello”, a concorrere per fare la ‘non important person’ (nip) a “L’isola dei Famosi” e, se donna, fa la fila per mostrare la più ampia quantità di centimetri quadrati di pelle in qualche casting nel quale si ingaggiano cubiste per le feste di paese con la promessa di una improbabile futura comparsata in tv.

La libertà sessuale e la parità tra i sessi è stata assassinata e si è affermato il modello “zoccola” per i più ruspanti, “escort” per i governanti, per mezzo del quale le donne sono diventate parte obbligatoria del pattuito in affari illegali pagati soldi dei cittadini.

“Due zoccole per Venezia si rimediano, non c’è problema” ha detto uno della combriccola G8 – Protezione civile, mentre un altro commentando ha sotenuto: “Ci ho una russa, occhi azzurri, capelli biondi, avrà poco più di 20 anni. E poi queste russe parlano poco, non sbroccano e non fanno casino”. Incommentabile.

La notte della Repubblica nella quale Berlusconi ed il suo manipolo di dipendenti-collaboratori ha scaraventato l’Italia è arrivata al buco nero. Il ‘coso’ adesso rischia di inghiottire tutto, come una gigantesca idrovora, per trasportare un popolo intero all’interno di un fallimento collettivo inedito persino agli studiosi più accaniti di storia dei fenomeni economici e sociali di massa.

Ma sarebbe ingiusto affidare solo al Cavaliere la responsabilità di questo incubo. Dall’altra parte, all’opposizione, una corte di ‘nani e ballerine’, di politici da strapazzo, di conformisti e privilegiati ha rigorosamente assecondato per inettitudine il programma senza prospettive del presidente del Consiglio, non capendo come il piccolo (in tutti i sensi) parvenu milanese non possieda alcuna cultura industriale o capacità imprenditoriale o una qualsivoglia visione strategica.

Il successo di Berlusconi è stato possibile solo grazie ai tanti ‘aiutoni’ che il Palazzo gli ha garantito, consentendogli di costruire un monopolio della comunicazione capace di controllare risorse economiche immense senza doversi curare di alcuna concorrenza. Anzi, permettendogli con misure ‘ad personam’ di affossare anche i più timidi tentativi di chi cercava di competere. La sua ricchezza materiale si è moltiplicata in modo esponenziale in un mercato drogato, come il suo successo è cresciuto in un sistema mediatico asservito e propagandistico. Ed il nulla del nulla alla fine ha presentato il conto, conducendo l’Italia alla rovina.

Domani piazza del Popolo verdrà quasi certamente una folla enorme partecipare alla manifestazione di ‘protesta’. Centinaia di migliaia di cittadini stanchi, disamorati, avviliti, sgomenti per i livelli di degrado della vita pubblica nazionale. E, cosa terribile, senza uno straccio di prospettiva sul come uscire dal disastro.

Perchè i sogni e le idee non possono essere confusi con lo sdegno. Forse il 50 per cento degli italiani sa bene cosa sta succedendo, ma ha bisogno di credere in qualcosa (più che in qualcuno) per trovare la forza di cambiare. E non saranno Di Pietro o Bersani, Travaglio o Santoro, il colore viola o Facebook a riscrivere il libro mastro delle cose da fare. Quello per ‘andare in libreria’ ha bisogno della passione collettiva di uomini e donne che vogliono costruire un altro futuro, non liberarsi di questo presente.

Così domani è giusto andare a manifestare per la libertà, ma sarebbe bello poterlo fare portandosi dietro una valigia di immagini che possano raccontare come, in un questa stessa Italia, c’era un tempo nel quale era possibile dire “Si, si cambierà” sapendo anche come era possibile farlo. Ricordando il Paese che il 2 giugno del 1946 votò per scrivere una delle più belle Costituzioni del mondo.

Roberto Barbera

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