Si aggrava la situazione nelle carceri
Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (Sappe), è tornato a denuciare la situazione delle carceri italiane, definendola “preoccupante”, visti i sempre più frequenti casi di suicidi fra i detenuti e l’aumento delle aggressioni ai danni della Polizia Penitenziaria.
Per il sindacalista, in uno scenario di degrado umano e sovraffollamento, “con oltre 66 mila detenuti presenti in strutture pensate per 43 mila” sono necessari interventi immediati e “si deve potenziare maggiormente l’area penale esterna, lasciando in carcere i soggetti davvero pericolosi”, per mitigare la situazione attuale delle carceri stracolme.
“Gli episodi violenti contro i nostri agenti della Penitenziaria – ha spiegato Capece – sono il risultato del crescente sovraffollamento, delle gravi carenze organiche del Corpo di Polizia Penitenziaria e della mancanza di provvedimenti per tutelarne la sicurezza”
Intanto i Radicali Italiani, le associazioni ‘Il Detenuto Ignoto’, ‘Antigone’ e ‘A Buon Diritto” con ‘Radiocarcere’ e ‘Ristretti Orizzonti’ hanno per l’ennesima volta ricordato “l’invivibilità delle carceri”.
In un documento hanno scritto: “Il sovraffollamento e la mancanza di attività fuori dalla cella triplicano la frequenza dei suicidi: è il risultato di uno studio sulle 11 carceri teatro delle ultime morti”.
I firmatari hanno continuato: “Con il suicidio avvenuto nel carcere di Vibo Valentia salgono a 11 i detenuti che si sono tolti la vita dall’inizio dell’anno. Erano in prevalenza persone giovani (6 con meno di 30 anni) e in carcere per reati non gravi, alcuni appena arrestati ed altri prossimi alla scarcerazione (solo in 3 casi si prospettavano detenzioni lunghe), 8 italiani e 3 stranieri. Questi suicidi non sono quindi legati alla disperazione di chi sa di dover passare molti anni in carcere, ma piuttosto all’angoscia di un “presente” che spesso significa sovraffollamento pauroso, assenza di attività trattamentali, negazione di ogni dignità umana”.
Vincenzo Balsamo, suicida a Fermo martedì scorso, prima di morire aveva presentato un ricorso alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo (Cedu) di Strasburgo contro il sovraffollamento del carcere dove era ristretto. L’Associazione Antigone si è fatta tramite della sua istanza e di altre 1.200 identiche: tutti citano in giudizio lo Stato italiano per la violazione dell’art. 3 della Convenzione dei Diritti dell’Uomo, che proibisce di sottoporre i detenuti a “trattamenti inumani e degradanti”. Ma anche altre Associazioni ed i Radicali si stanno facendo carico dell’invio dei ricorsi alla Corte.
Nel verdetto sul caso-pilota Sulejmanovic del luglio 2009 la Cedu ha specificato che un detenuto deve avere a disposizione almeno 3,5 mq di spazio e deve poter trascorrere fuori dalla cella almeno 6 ore al giorno. In caso contrario è vittima di “trattamento inumano e degradante” e ha diritto a un risarcimento economico per il danno subito.
Oggi quasi nessun carcere italiano rispetta i criteri minimi stabiliti dall’art. 3 della Convenzione dei Diritti dell’Uomo. Nelle celle di 6 mq ci sono 3 detenuti, in quelle da 12 mq anche 10 detenuti.
Le “ore d’aria” generalmente sono 4 al giorno (ma negli istituti più sovraffollati bisogna fare i turni anche per i cortili dei passeggi, così si riducono a 2, o anche meno), mentre la Convenzione dei Diritti dell’Uomo stabilisce in 6 ore il tempo minimo da concedere fuori dalla cella.
Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, in collaborazione con alcune associazioni di volontariato, sta mettendo a punto un “piano” per la prevenzione dei suicidi che contiene, per quanto possibile nell’attuale stato di “emergenza”, misure per migliorare le condizioni di vita dei detenuti.
Tuttavia, non sarà possibile risolvere, almeno in tempi brevi, la “questione” del sovraffollamento, maggiore responsabile dell’invivibilità del carcere. Confrontando il tasso di sovraffollamento delle 11 carceri dove sono avvenuti i suicidi di quest’anno con il numero totale dei suicidi registrativi negli ultimi cinque anni è emerso che la frequenza dei suicidi si triplica nelle situazioni di maggiore affollamento, quando le celle sono fatiscenti e quando i detenuti non svolgono alcuna attività.
Il triste primato negativo spetta al Carcere di Cagliari, con 506 detenuti (affollamento al 146 per cento) e 11 suicidi in 5 anni, con la frequenza di 1 suicidio ogni 46 detenuti.
Sulmona, che ha la triste nomea di “carcere dei suicidi”, si colloca al secondo posto, con 481 detenuti, affollamento al 159 per cento e 6 suicidi negli ultimi 5 anni e registra una frequenza di un suicidio ogni 80 detenuti.
Il carcere ‘menoì affollato è Spoleto, con 565 detenuti e un affollamento al 124 per cento. In 5 anni vi sono avvenuti 5 suicidi, 1 suicidio ogni 113 detenuti.
Il carcere con la minore frequenza di suicidi è Verona, nonostante un affollamento del 162 per cento. Su 956 detenuti ci sono stati 3 suicidi in 5 anni, pari alla frequenza di 1 suicidio ogni 318 detenuti. Il risultato positivo è probabilmente legato alle numerose attività lavorative, culturali e sportive che vi si svolgono e che consentono ai detenuti di trascorrere parte della giornata fuori dalla cella.
A San Vittore, con 1.127 detenuti ed un affollamento al 242 per cento, i suicidi sono stati 13 in 5 anni, con una frequenza di uno ogni 86 detenuti.
Infine le carceri di Fermo e di Altamura, una sola morte in cinque anni per ciascuna, presentano un tasso di suicidi molto elevato, ma non indicativo, in quanto rapportato a un numero limitato di detenuti.
(Dati Ristretti Orizzonti)



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