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Milano, le ruspe e i Romanì

Autore: . Data: mercoledì, 17 febbraio 2010Commenti (0)

Ieri ennesimo sgombero. Preannunciato dalle maestre di bambini costretti sempre a scappare

Non si contano più gli sgomberi di Romanì a Milano e provincia. L’ultimo in ordine di tempo risale a ieri mattina ed era stato anticipato dalle associazioni di volontariato e da alcune maestre elementari (le cui classi sono frequentate anche da bambini della Comunità) che avevano espresso tutta la loro preoccupazione per mezzo di alcune lettere aperte alla città.

Le asciutte cronache non riescono a descrivere i drammi che si nascondono dietro alle operazioni di polizia contro i fuggiaschi alla ricerca della mera sopravvivenza tra una baraccopoli e l’altra: la sessantina di Romanì di nazionalità romena sgomberati ieri si trovavano in un ex ristorante  recentemente occupato alla periferia di Segrate. Sono gli stessi che, lo scorso novembre, erano stati sgomberati dall’insediamento di via Rubattino (InviatoSpeciale seguì la vicenda in questo articolo).

I dispacci di agenzia si limitano a riferire che “i cittadini romeni si sono allontanati spontaneamente e non si sono verificati incidenti” e che “sul posto, nelle fasi di sgombero, erano presenti anche i servizi sociali del Comune di Segrate e personale della Misericordia”. C’erano anche “le maestre dei bambini e alcuni cittadini della zona che hanno esibito striscioni e cartelloni fatti dagli scolaretti con sagome di bimbi: ‘E stanotte dove dormo?’, ‘Se mi sgomberi non scompaio’, ‘Lo Stato deve garantire assistenza e alloggio’, ‘Ogni sgombero costa 100 mila euro’”.

La descrizione non rende il giusto merito all’impegno, niente affatto sporadico o guidato dalla sola emergenza, delle maestre elementari che hanno seguito i bambini Romanì nel corso del loro iter scolastico. Insieme alle associazioni cattoliche, alla comunità dei padri somaschi e ad alcuni genitori dei compagni di scuola italiani, con l’appoggio significativo del cardinale di Milano Tettamanzi, hanno solidarizzato concretamente, lungo tutti questi mesi, con la comunità Romanì, condividendone il vero e proprio calvario.

In vista dell’ennesimo sgombero, quel gruppo di insegnanti e cittadini della zona Lambrate – da dove provengono i Romanì di via Rubattino – ha inoltre fatto presente che tra loro ci sono molti dei 36 bambini che frequentavano le scuole prima della cacciata di novembre. E tanti di loro non hanno mai smesso di frequentare le classi nonostante le condizioni di vita di questi mesi siano state pessime.

L’altro ieri, in vista del fattaccio, quello stesso gruppo ha diffuso una bella lettera, che rende l’idea della distanza siderale tra chi si spende per favorire la multiculturalità e chi pratica il linguaggio dell’esclusione  sociale: “Ciao a voi tutti, bambini del campo di Segrate, voi non leggerete il nostro saluto, perché i vostri genitori non sanno leggere e il giornale non lo comperano. E’ proprio per questo che vi hanno iscritti a scuola e che hanno continuato a mandarvi nonostante la loro vita sia difficilissima, perché sognano di vedervi integrati in questa società, perché sognano un futuro in cui voi siate rispettati e possiate veder riconosciute le vostre capacità e la vostra dignità. Vi fanno studiare perché sognano che almeno voi possiate avere un lavoro, una casa e la fiducia degli altri”.

Tra il primo sgombero e quello alle porte c’è stato di mezzo l’inverno: “Sappiamo quanto siano stati difficili per voi questi mesi – hanno scritto ancora le maestre – il freddo, tantissimo, gli sgomberi continui che vi hanno costretti ogni volta a perdere tutto e a dormire all’aperto in attesa che i vostri papà ricostruissero una baracchina, sapendo che le ruspe di lì a poco l’avrebbero di nuovo distrutta insieme a tutto ciò che avete. Le vostre cartelle le abbiamo volute tenere a scuola perché sappiate che vi aspettiamo sempre, e anche perché non volevamo che le ruspe che tra pochi giorni raderanno al suolo le vostre casette facessero scempio del vostro lavoro, pieno di entusiasmo e di fatica. Saremo a scuola ad aspettarvi, verremo a prendervi se non potrete venire, non vi lasceremo soli, né voi né i vostri genitori che abbiamo imparato a stimare e ad apprezzare”.

Tanta civiltà non appartiene, evidentemente, agli amministratori della città che – di sgombero in sgombero – cercano di nascondere i problemi ai loro cittadini, dando un’interpretazione poliziesca della legalità. Il diritto ad una vita dignitosa e all’istruzione passa in secondo piano, ma le maestre non ci stanno: “Grazie per essere nostri scolari – continua la loro lettera aperta – per averci insegnato quanta tenacia possa esserci nel voler studiare, grazie ai vostri genitori che vi hanno sempre messi al primo posto e che si sono fidati di noi. I vostri compagni ci chiederanno di voi, molti sapranno già perché ad accompagnarvi non sarà stata la vostra mamma ma la maestra. Che spiegazioni potremo dare loro? E quali potremo dare a voi, che condividete con le vostre classi le regole, l’affetto, la giustizia, la solidarietà: come vi spiegheremo gli sgomberi? Non sappiamo cosa vi spiegheremo, ma di sicuro continueremo ad insegnarvi tante, tante cose, più cose che possiamo, perché domani voi siate in grado di difendervi dall’ingiustizia, perché i vostri figli siano trattati come bambini, non come bambini rom, colpevoli prima ancora di essere nati”.

Infine, “vi insegneremo mille parole, centomila parole, perché nessuno possa più cercare di annientare chi come voi non ha voce. Ora la vostra voce siamo noi, insieme a tantissimi altri maestri, professori, genitori dei vostri compagni, insieme ai volontari che sono con voi da anni e a tanti amici e abitanti della nostra zona. A presto bambini, a scuola”.

Le firme di Irene Gasparini, Flaviana Robbiati, Stefania Faggi, Ornella Salina, Maria Sciorio, Monica Faccioli rappresentano il sigillo ad una lettera che rappresenta un manifesto alla convivenza nell’ex “capitale morale”. Che vive di ricordi, se pensiamo al fermento politico-sociale che l’ha attraversata, e si crogiola indifferente nel suo sfavillante degrado.

Paolo Repetto

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