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Le tante facce della crisi

Autore: Repetto. Data: mercoledì, 3 febbraio 2010Commenti (0)

Alcoa, Fiat, Eutelia, le raffinerie. Presidi, scioperi e un futuro mai così incerto

Mentre i lavoratori Alcoa raggiungevano Roma per seguire da vicino la loro difficile vertenza, le agenzie di stampa versavano l’ultima goccia della crisi, anche se il vaso è traboccato da tempo: “Nelle raffinerie italiane sono a rischio 7.500 lavoratori. E’ l’allarme che arriva oggi (ieri, ndr) dall’Unione petrolifera: con la riduzione di esportazioni e consumi gli stabilimenti sono fortemente a rischio, potrebbero chiudere quattro-cinque impianti. Questa la previsione fatta dal presidente dell’Up, Pasquale De Vita”.

Il manager, per la cronaca, ha presentato il consuntivo dei consumi relativi al 2009 stilando un bilancio più che preoccupante: “Il sistema è entrato in crisi ed esiste il problema di ridurre la consistenza dell’apparato industriale”, tenendo conto che “alcune raffinerie, come quella di Falconara, sono già ferme per un forte calo della produzione”.

La notizia dei 7.500 esuberi è addirittura al ribasso: “Si tratta di una previsione – ha aggiunto De Vita – che sta con i piedi per terra. La raffineria è un settore fondamentale per il Paese ed è in crisi, bisogna che insieme affrontiamo questo tema”.

Nel frattempo i dipendenti sardi e veneti di Alcoa, multinazionale Usa dell’alluminio, mettono sul piatto altri numeri allarmanti: 2.000 posti a rischio, con le procedure di cassintegrazione già avviate, il freschissimo ricordo dell’occupazione dell’aeroporto di Cagliari e la decisione di restare in mobilitazione permanente, assunta ieri a Roma dai 900 lavoratori in presidio davanti a palazzo Chigi. Mentre quelli di Omega (il gruppo che racchiude Eutelia, Agile, Phonemedia e Answer) rischiano in 3.100 e si trovano da oltre sei mesi senza stipendio.

Oggi sarà la volta del gruppo Fiat, con lo sciopero di quattro ore in tutta Italia, organizzato unitariamente dai sindacati preoccupati non soltanto dalla decisione, confermata dall’amministratore delegato Marchionne, di voler chiudere lo stabilimento di Termini Imerese, ma anche per l’annuncio della cassintegrazione per due settimane calata sulla testa di 30mila dipendenti in tutte le fabbriche del gruppo e, più in generale, per l’incertissimo destino del mercato automobilistico.

Non occorre far sfoggio di spirito critico nei confronti del governo per manifestare stupore e incredulità: l’approccio di Berlusconi e soci alla crisi che sta devastando il Paese lascia stupefatti. Fino a pochi mesi fa, il messaggio veicolato da palazzo Chigi (per bocca dello stesso premier) era denso di ottimismo, visto che il peggio sarebbe stato “ormai alle spalle” e il caos sociale addebitabile alla presunta irresponsabilità di stampa e opposizione, colpevoli di alimentare il disagio “psicologico” dei cittadini.

Il colpo di teatro escogitato alla fine della pausa natalizia (quando il Cavaliere mostrò di aver cambiato pubblicamente idea, dichiarandosi preoccupato per gli effetti della crisi) non aveva sortito alcun effetto concreto. Finché, l’altro ieri, il ministro del Lavoro Sacconi si è accorto di non riuscire più a nascondere le tante micce della protesta che stanno innescando incendi dappertutto, e ha pensato bene di scaricarne la responsabilità sul sistema delle imprese. Collocate di peso, tardivamente, sul banco degli imputati perché carenti di “responsabilità sociale”.

Venerdì la protesta toccherà i lavoratori della Giustizia, chiamati in piazza dalla Funzione pubblica Cgil. Avverrà in quell’occasione la saldatura simbolica tra crisi economica, lotte operaie (e impiegatizie) e questione istituzionale, l’inquietante intreccio diventato ormai un cappio. Che rischia di asfissiare la sempre più fragile democrazia italiana.

Paolo Repetto

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