Le responsabilità fasciste e italiane per le foibe
Il revisionismo storico italiano è un pericolo per la democrazia.
In occasione della ‘Giornata del ricordo’ delle foibe il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha pronunciato parole molto gravi citando “oblio e forme di rimozione diplomatica, che nel passato hanno causato pesanti sofferenze”. Napolitano ha espresso anche l’impegno “per la soluzione dei problemi aperti nel rapporto con le istituzioni slovene e croate”.
L’oblio, tuttavia, sembra aver colpito proprio gli italiani, che insistono nel voler dimenticare la responsabilità diretta dell’Italia e di Mussolini nell’esplosione della Seconda guerra mondiale, dichiarata dal governo fascista e da quello nazista tedesco. Le conseguenze del conflitto hanno prodotto oltre 56 milioni di morti su tutto il pianeta, in gran parte civili.
Forse questo si dovrebbe ricordare, impedendo alla teoria della ‘riconciliazione nazionale’ di diventare una assoluzione per i crimini politici e di guerra del quale si sono macchiati i fascisti e di quei cittadini italiani che hanno sostenuto la dittatura.
InviatoSpeciale vuole proporre ai suoi lettori una ricostruzione dei fatti terribili che hanno causato innumerevoli sofferenze ai cittadini istriani scritta da un istriano, Adriano Moratto.
Foibe: il contributo di Adriano Moratto, pubblicato dall’Anpi di Brescia il 22 dicembre del 2009.
“Mi fa sempre uno strano effetto scriveÂre, parlare di foibe come di una storia dimenticata. Sono figlio di esuli da Pola e ho sempre sentito parlare di foibe (seppur fugacemente) come moÂnito contro le barbarie di ogni guerra. “G’avemo cominsià noi, poi lòri i gà fato péso” ripeteva mia nonna, mescoÂlando ricordi e propaganda filo-italiana dell’epoca. Sono rimasto perciò sorÂpreso quando, negli anni ’90, è iniziata una campagna di “disinformazia” che prima ha portato alla proclamazione del Giorno del Ricordo (10 febbraio); poi allo sceneggiato televisivo nazioÂnal-popolare “II cuore nel pozzo”, camÂpione di ascolti e di falsità ; infine, alla “santificazione” degli italiani alleati di Hitler, vedi ad esempio la medaglia d’oro al bresciano Don Gabana.
Personalmente, sull’argomento, sono rimasto più sorpreso nello scoprire coÂme gli italiani avevano trattato gli slavi durante il regime fascista e poi durante la guerra. Dai miei, in casa, avevo saÂputo solo dell’obbligo di parlare in itaÂliano e dell’italianizzazione dei cognomi (mia madre era croata).
Se si volesse parlare di storie dimentiÂcate nei confini orientali, il 10 febbraio si dovrebbero ricordare soprattutto le persecuzioni italiane contro gli “allogeÂni”: le centinaia di migliaia di “non itaÂliani” fuggiti all’estero (Canada, Australia, Svezia); i campi di concenÂtramento per serbi, croati e sloveni; l’invasione (nel ’41) del Regno Yugoslavo; la risiera di San Sabba, a Trieste, campo di sterminio elettivaÂmente per “slavi”. Mi limiterò ad eviÂdenziare quanto di storicamente falso è stato detto sul tema delle foibe, in particolare qui a Brescia, grazie anche alla deriva nazional-fascista che ha preso l’Associazione dei GiulianoÂDalmati bresciana dopo che è termiÂnata la presidenza Cepich. Questo, purtroppo, fa parte di un quadro geneÂrale che vede sempre più protagonisti della vita politica uomini dal passato dichiaratamente fascista che sognano nostalgiche rivincite ed il ritorno alla “madrepatria” (SIC) di quei territori.
Di fronte ad un’offensiva mediatica che dispone di larghi mezzi, siamo rimasti in silenzio. Alcuni anni fa, all’Università Cattolica di Brescia, finanziata da tutte le amministrazione locali, si è presenÂtata una mostra in cui si raccontava una storia faziosa, reticente e a tratti falsa che spacciava perfino per buono il ruolo della X-Mas.
Si è caduti nella trappola della pretesa riconciliazione tra le parti in conflitto, subendo passivamente la “narrazione” fascista della storia. Da anni, nel breÂsciano, imperversa nelle scuole e in assemblee pubbliche Luciano Rubessa, che (ben pagato da soldi pubblici) inÂventa la Storia a suo uso e consumo. Anche la mostra sulle foibe, allestita dalla Provincia a Palazzo Martinengo, era la riproposizione propagandistica di dati e fatti falsi, giocati sull’emotività : come la sala con il lenzuolo sanguinanÂte per ricordare lo stupro (inventato) di Norma Cossetto. Bastava leggere qualche documento e sentire qualche storico per sapere che esistono seri dubbi sulle sevizie e nessuna affermaÂzione documentata sulle sue ultime ore. Purtroppo, anche qui da noi ci sono state “responsabilità ”, anche delÂle più alte cariche dello Stato: i Presidenti della repubblica Ciampi e Napolitano hanno subìto, riproponenÂdola, la propaganda fascista sulle perÂsecuzioni contro gli italiani, sulla preÂsunta pulizia etnica. La semplice verità è che in quelle terre si è combattuta una guerra civile scatenata dall’arroÂganza fascista tra sloveni, croati, serbi ed italiani. Ma quali italiani? I miei eraÂno nati sotto l’Austria, mio padre chiaÂmava mia nonna “mutter” (“madre”, in tedesco) e sua moglie “gospa” (“signoÂra”, in croato). Ho conoscenti, in Istria, che si sono sentiti offesi dal discorso di Napolitano: loro ricordano bene come hanno difeso gli italiani nel ’43 dalla deportazione dei tedeschi; li hanno teÂnuti nascosti dopo l’8 settembre e li hanno aiutati a tornare in Italia. Il nemiÂco, allora, era il fascista, non l’italiano: se ci sono stati degli eccessi devono essere considerati come tali.
Cari fascisti italiani, questa è la guerra che voi avevate voluto, non vi si adatta – in questo cas o- il ruolo di vittime.
Anche le famose ‘giornate del primo maggio 1945′, con l’occupazione di Trieste (che smacco, per i nazifascisti!), ricordate come un’ecatombe di italiani, sono raccontate in un modo diverso da un giovanissimo partigiano di Medulin: “Avevamo l’ordine di passare per le armi chiunque, in divisa italiana, ci sparasse contro, in quanto traditore, essendo l’Italia ormai nostra alleata. Nonostante questo, non ci fu nessuna carneficina di coloro che si arrendevano e non ci fu nessun infoibamento di massa.”
Se andate a parlare con gli abitanti anziani vicino a Basovizza, vi diranno che il monumento nazionale delle Vittime delle foibe è un’enorme invenÂzione della propaganda di guerra, riÂproposto ora e spacciato come verità . Gli storici sanno che sono state fatte ricerche, all’epoca, per rispondere alle tante dicerie e che gli alleati angloameÂricani non trovarono che pochi resti. Tanto è vero che poi la miniera fu riemÂpita con camionate di materiale bellico e il tutto fu cementato con una colata di calcestruzzo per evitare che potesse essere riutilizzato. Ma qui emerge il problema dell’informazione. Abbiamo, in Italia, dei potentati che controllano i media, alcuni di questi così spudorati da essere capaci di lamentarsi impuÂnemente di essere LORO le vittime delle campagne mediatiche. Abbiamo giornali, televisioni, convegni, che difÂfondono a profusione la propaganda nazionalista. Allora, nel nostro piccolo, ricordiamo che dopo il settembre ’43, nel confine “nord-orientale” c’era un regime nazista e che i militari italiani presenti erano sotto il comando militaÂre tedesco e dovevano giurare fedeltà ad Hitler. Ricordiamo che le foibe eraÂno usate da tutti come comodo luogo di sepoltura ed occultamento. Ricordiamo che la repressione tedeÂsca, dopo l’insurrezione popolare del ’43, fu feroce e provocò molte più vittiÂme di ogni altra successiva vicenda. A proposito, posso ripetere quanto mi dicono a Pola: ‘All’epoca i ‘nostri’ li abÂbiamo sepolti, quelli che non conoscevaÂmo li abbiamo buttato in buso, perché i tedeschi li abbandonavano per strada come monito per la popolazione’.
Oltre a Norma Cossetto, ricordiamo anche che la truculenta storia del paÂdre di Nadia Cernecca è inventata: non c’è nessuna testimonianza dell’epoca, oltre alle molte incongruenze del racÂconto.
Proviamo poi a leggere gli opuscoli per il Giorno del Ricordo, sponsorizzati e finanziati da istituzioni pubbliche: troÂveremo perle incredibili da parte di seÂdicenti storici come Gigi D’Agostini.
Ricordiamo l’invenzione del “ruolo moÂderatore” dei fascisti repubblichini sotÂto il comando nazista, l’apologia della X-Mas di Valerio Borghese per nasconÂdere il ruolo criminale di tante bande fasciste. Proviamo a leggerli: a volte si smentiscono da soli, come per la citaÂzione di Milovan Gilas, che dice di esÂsere stato mandato da Tito, nel’ 46, ad epurare gli italiani.
Una dichiarazione cavallo di battaglia di Rubessa, messa bene in evidenza sulla controcopertina dell’opuscolo sulla Giornata del Ricordo 2006. Però, sullo stesso opuscolo, a pagina 34, in un’intervista di Valerio Di Donato a Raoul Pupo (tra i più accreditati storici sull’argomento), lo stesso Pupo dichiaÂra che quella di Gilas è una bufala. Dopo i lavori della commissione italoÂslovena, sono a disposizione ormai nuovi studi e documenti. Lo stesso Raoul Pupo ha modificato, in questi ultimi anni, la sua posizione alla luce di queste nuove documentazioni. Solo chi ha qualcosa da nascondere e deve negare le atrocità fatte dal fascismo italiano continua, in nome di un pretestuoso ed ideologico anti-comunismo, a parlare di “genocidio”, “pulizia etniÂca” contro gli italiani e di “ritorno di questi territori alla madrepatria”.
Penso da tempo che sia arrivato il moÂmento di fare chiarezza, di fare una seria ricerca storica, anche attingendo ad altre fonti.
Un convegno, qui a Brescia, che rimetta la storia nel suo contesto. Bisogna ferÂmare il negazionismo di questa propaÂganda, dare strumenti di conoscenza e di informazione, in particolare per gli insegnanti e le scuole. Ne parlo, e con me pochi altri, da anni. Ringrazio chi mi ha dato benevole pacche sulle spalle, ma credo sia venuto il momento per tutti di rimboccarsi le maniche, sforzanÂdoci di uscire da anti-storici steccati”.


« Ricordo che nel 1946 io ed Edward Kardelj andammo in Istria a organizzare la propaganda anti-italiana. Si trattava di dimostrare alla commissione alleata che quelle terre erano jugoslave e non italiane: predisponemmo manifestazioni con st…riscioni e bandiere.
Ma non era vero? (domanda del giornalista)
Certo che non era vero. O meglio lo era solo in parte, perché in realtà gli italiani erano la maggioranza nei centri abitati, anche se non nei villaggi. Bisognava dunque indurli ad andare via con pressioni d’ogni genere. Così ci venne detto e così fu fatto » (Milovan Gilas – Panorama, 21 luglio 1991) »
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