La politica e le donne (oggetto)
L’esercito del gentil sesso e la campagna elettorale del Premier. Un articolo per “Tu inviato”
Abbiamo messo in campo un esercito di donne gradevoli, brave e soprattutto donne!”. Con queste parole, sornione come suo solito, Silvio Berlusconi ha presentato ufficialmente le quattro “candidate rosa” del Pdl per le prossime elezioni regionali di marzo: Anna Maria Bernini (in Emilia Romagna), Monica Faenzi (in Toscana), Fiammetta Modena (in Umbria) e Renata Polverini (nel Lazio).
Poco importa, ovviamente, se alle stesse sia stato affidato il “fardello” più pesante delle elezioni (la candidatura in tre “regioni rosse” su quattro, roccaforti del centrosinistra): è noto, difatti, che per far carriera, in politica come nel lavoro, alle donne è generalmente chiesto “uno sforzo in più” rispetto ai propri colleghi.
Il Cavaliere, orgoglioso delle proprie “creature”, non ha fatto mancare le sue “attenzioni” alle candidate che lo attorniavano. Ma perché evidenziare pubblicamente la “bella presenza” come merito politico peculiare portato in dote dalle proprie candidate? E perché, soprattutto, enfatizzare tanto come valore aggiunto il loro essere “soprattutto” donne? Perché, in altre parole, alle donne è consentito dire ciò che sarebbe inimmaginabile dire ad un uomo (ossia motivare la loro candidatura col loro essere “soprattutto” uomini)?
Riportando la bella immagine costruita da Giulia Innocenzi (giornalista di ‘Annozero’), più che ad una presentazione elettorale è sembrato di assistere alla scena di un “paparino” affettuoso ed attento che invita le proprie figliolette a sedersi sulle sue gambe per dir loro: “Brave figlie mie, avete fatto tutti come mi avevo chiesto, vi siete comportate bene”. L’impressione, purtroppo, è sempre la stessa: quella di aver assistito all’ennesima “boutade berlusconiana”, ad una nuova puntata del triste spettacolo con protagoniste le “donne” e regista il “potere”.
Evidentemente non è bastato al Presidente del Consiglio l’aver già fortemente voluto la nomina di una ex soubrette, Mara Carfagna, al ministero per le Pari Opportunità; giustificato l’impotenza dello Stato a fronte dei crescenti casi di stupro con la battuta “per impedirli dovremmo avere tanti soldati quante sono le belle ragazze italiane…”; offeso pubblicamente l’on. Rosy Bindi tacciandola come persona “più intelligente che bella”; aver approfittato dell’ultima visita ufficiale in Albania per dire che l’Italia non farà sconti agli scafisti (“Faremo eccezioni solo per chi porta in Italia belle ragazze!”).
La mancanza buon gusto del Premier, però, è solo la manifestazione all’ennesima potenza di un radicato e atavico maschilismo della politica italiana cresciuto esponenzialmente in questi anni. Il corpo della donna, oramai, sembra a tutti gli effetti divenuto un’arma politica: l’immagine più sublime, al contempo, di seduzione e completa sottomissione al potere.
Le qualità di una donna più utili per far carriera televisiva, ossia avvenenza ed ubbidienza, sembrano divenute irrinunciabili doti anche per far carriera politica. Eppure come si può accettare di farsi rappresentare (anche quando non lo si è) come meri oggetti in mano al potere? Può la (pur legittima) aspirazione di far carriera far tollerare ad una donna queste “rappresentazioni teatrali” di se stessa?
L’introduzione di “quote rosa” per garantire alle donne un’adeguata rappresentanza politica (come già avvenuto in molti Paesi europei, tra cui la Germania) è considerato da taluni come un passo ineluttabile. Non si tratterebbe di un modo come un altro per candidare le donne “solo in quanto donne” nédel tacito riconoscimento di una loro “inferiorità” (dell’incapacità, senza la libera concessione dell’uomo, di conquistarsi autonomamente spazi in politica).
Le quote rosa, al contrario, si giustificherebbero soltanto in considerazione dello “status quo”: vale a dire l’emergenziale “carenza” di rappresentanza femminile in politica (specie nelle cariche decisionali di maggior rilievo) che si traduce inevitabilmente in una “carenza di democrazia”.
Insomma, tale esigenza risiederebbe nella mancanza di “democrazia interna” ai partiti, i quali riservano alle poche donne impegnate in politica un ruolo da “gregario” (nessuna donna potrebbe ambire a scardinare gli equilibri di potere consolidati in mani ai gruppi dirigenti), nonché nella “legge elettorale porcata” vigente, che non offre alle donne (oltre che, più in generale, ai giovani) alcuna possibilità per affermarsi in politica senza la “protezione” di un influente dirigente di partito.
Se è vero che il “sesso” non dovrebbe essere una ragione di “preferenza” in politica (essere donna o uomo non dovrebbe rappresentare un valore “in sé”, un motivo per dare maggiore o minore rilievo ad una candidatura) e l’unica dote “irrinunciabile” di ogni politico dovrebbe essere la capacità di rappresentare le istanze di tutti i cittadini e di offrire soluzioni adeguate ai problemi della collettività, è ancor più vero che il sesso non può nemmeno essere una “discriminante” per le donne. Una classe politica quasi interamente maschile non può essere “degna rappresentante” degli interessi di un elettorato, al contrario, in prevalenza femminile.
Gaspare Serra


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