La mafia non è un fantasma, è un gigante 2
Nuova puntata delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino a Palermo.
Ieri seconda giornata di deposizione per Massimo Ciancimino al processo a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura di Bernardo Provenzano.
Il pm Antonino Di Matteo ha iniziato l’udienza parlando della strage di via D’Amelio in cui perse la vita il giudice Paolo Borsellino a e la scorta. “Mi trovavo a Roma, quando appresi dalla tv della strage – ha detto il testimone – mio padre (Vito Ciancimino ex sindaco di Palermo ndr) si sentiva, anche se indirettamente responsabile, dell’ennesima strage. ‘Se questo è capitato è anche colpa nostra’, mi disse mio padre”
Dopo la strage, secondo Ciancimino sarebbe ripresa la cosiddetta trattativa tra lo Stato e la mafia: “Mio padre mi disse che per riuscire a catturare Totò Riina i carabinieri avevano bisogno di Bernardo Provenzano [...] Alla luce dell’ennesima strage, quella di via D’Amelio e nel momento in cui si percepisce la ferocia di Cosa nostra, mio padre reputa interrotto qualsiasi tipo di rapporto con Salvatore Riina. Intorno al 22 agosto mio padre mi dice di riprendere i contatti con i carabinieri. L’incontro avviene nel suo appartamento di Roma tra il 25 e il 26 agosto, e ho un documento che ne prova il riscontro. Cambia totalmente l’oggetto del dialogo rispetto alla ‘prima’ trattativa. In quel caso, era una proposta iniziale delle istituzioni di possibili benefici verso i familiari, un atteggiamento più morbido verso i latitanti. Invece, si passa alla seconda fase che è più operativa. Dalla resa dei latitanti si passa alla volontà di volere catturare Salvatore Riina. Ovviamente si parla di catturare Riina e non Provenzano, perchè era un interlocutore privilegiato di mio padre e loro sapevano che per potere giungere a Riina avevano bisogno di mio padre”.
Il testimone ha proseguito: “Mio padre riteneva essenziale il coinvolgimento dell’on. Violante nella trattativa, perchè pensava che fosse l’unico a potergli garantire un trattamento di favore nel procedimento davanti alla sezione misure di prevenzione. Violante, insomma, essendo vicino ai giudici in qualche modo poteva garantirgli la salvezza del patrimonio”. Ciancimino ha raccontato anche, in cambio del suo ruolo di intermediario nella trattativa tra Stato e mafia, l’ex sindaco chiedeva appunto una garanzia relativa alla tutela del suo tesoro finito sotto sequestro. A questo fine Vito Ciancimino si era attivato anche autonomamente grazie ai suoi contatti con i giudici delle misure di prevenzione e aveva ottenuto la nomina di un perito “amico”, Di Miceli. “Il capitano De Donno, collaboratore di Mori – ha continuato il teste – rassicurò mio padre dicendo che anche lui avrebbe cercato di incidere sul procedimento di sequestro”.
Il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo ha svelato: “I carabinieri non ipotizzarono nemmeno la cattura di Provenzano perchè sapevano che grazie a lui sarebbero arrivato all’arresto di Riina”.
In quella situazione Bernardo Provenzano avrebbe dato allora ai Carabinieri, attraverso Vito Ciancimino, le indicazioni per catturare Riina. I carabinieri, secondo il racconto del testimone, avrebbero fatto avere a Vito Ciancimino “due tuboni gialli con documenti A3 contenenti le mappe di Palermo”. Massimo avrebbe portato le cartine a Provenzano le avrebbe “cerchiate con l’evidenziatore”. Sarebbe stato l’ex sindaco di Palermo, a “convincere Provenzano. Non fu facile, lui non amava il tradimento”.
Vito Ciancimino, quindi, poco prima dell’arresto di Riina “doveva incontrare all’estero il boss mafioso Provenzano [...] Mio padre chiese ai carabinieri di avere un passaporto valido per l’espatrio [...] Mio padre percepiva come il fatto stesso di avere dato indicazioni per la cattura di Riina, attraverso Bernardo Provenzano, necessitava di ulteriori cautele – ha detto ancora il testimome – Da qui la necessità di incontrare Provenzano all’estero”. Ma il 19 dicembre del 1992 Vito Ciancimino venne arrestato. “Per mio padre fu una trappola dei carabinieri che lo volevano togliere di mezzo” ha commentato il figlio dell’ex sindaco. “Dopo il suo arresto, a dicembre del ’92, mio padre si convinse che i carabinieri l’avevano tradito e che avevano un nuovo interlocutore, probabilmente con l’avallo di Provenzano. Anni dopo mi rivelò che, secondo lui, il nuovo referente istituzionale sia della mafia che dei soggetti che avevano condotto la trattativa fosse Marcello Dell’Utri”, ha spiegato il testimone .
Sullo stretto collaboratore ed amico di Berlusconi, condannato con sentenza passata in giudicato per frode fiscale e false fatture a 2 anni e 3 mesi di reclusione e processo ed in primo grado a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa, Ciancimino ha aggiunto: “Mio padre mi disse che c’erano rapporti diretti tra Bernardo Provenzano e Marcello Dell’Utri. Glielo riferì lo stesso Provenzano [...] Quando Provenzano scrive ‘Il nostro amico sen.’ si riferiva a Dell’Utri”, ha spiegato poi il figlio dell’ex sindaco.
Poi, il testimone, parlando del famoso pizzino in cui c’è scritto “ho spiegato che loro non possono fare questi provvedimenti con l’amnistia, quando governano loro”, ha spiegato che “l’amnistia era un’idea fissa di mio padre, lo aveva detto al ‘signor Franco’ (agente dei servizi segreti, ndr) e anche a Lo Verde (Provenzano, ndr), che certi provvedimenti di clemenza non potevano essere effettuati da un governo di destra, ma di sinistra: diceva che quelli di destra non acconsentivano a questo tipo di leggi”.
Il figlio dell’ex sindaco ha anche sostenuto l’esistenza di una pressione di Marcello Dell’Utri e dell’ex presidente della Regione siciliana, Salvatore Cuffaro, per un provvedimento di clemenza nei confronti dei detenuti mafiosi, in modo di aiutare anche Vito Ciancimino.
In un ‘pizzino’ scritto a Ciancimino da Provenzano c’è scritto: “Mi è stato detto dal nostro senatore e dal nostro presidente (secondo Ciancimino si riferirebbe a Dell’Utri e Cuffaro, ndr) che spingeranno la soluzione delle sue sofferenze”. Nel documento si fa riferimento anche ad un avvocato, che secondo Ciancimino sarebbe l’avv. Nino Mormino, poi eletto alla Camera nella file di Forza Italia. Il legale sarebbe stato tra i sostenitori del provvedimento legislativo.
La deposizione di Ciancimino si è conclusa e proseguirà all’udienza dell’8 febbraio.


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