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Italiani deportati dai libici

Autore: . Data: martedì, 16 febbraio 2010Commenti (0)

Una storia agghiacciante che parte dalla Svizzera.

Per paradosso, il Paese nel quale il governo Berlusconi deporta (violando qualunque legge internazionale) i migranti che cercano di raggiungere la penisola ha deciso di applicare lo stesso trattamento ai cittadini italiani.

Ieri la Libia ha sospeso tutti i visti di ingresso ai cittadini provenienti da Paesi europei. Così tre italiani e nove portoghesi sono stati fermati all’aeroporto e subito rimpatriati, mentre altri 22 nostri connazionali sono rimasti nello scalo di Tripoli in attesa di regolarizzare la propria posizione.

Secondo fonti del nostro ministero degli Esteri, adesso il governo denuncerà la situazione nella prossima riunione dei ministri degli Esteri dell’Ue in agenda il 22 febbraio prossimo.

Ma qual’è il motivo della decisione libica? La crisi è nata in Svizzera ed è molto seria.

InviatoSpeciale è stato tra i pochi giornali italiani che se ne sono occupati fin dal settembre dello scorso anno, quando il dipartimento degli esteri (Dfae) elvetico aveva deciso di non finanziare più i programmi umanitari in Libia.

La crisi era nata quando Hannibal Gheddafi, quinto figlio del Colonnello, e la moglie, in visita in Svizzera erano stati denunciati alle autorità da domestici che avevano dichiarato: “Essere al servizio di Hannibal vuol dire lavorare 22 ore al giorno quasi senza mangiare, cinghiate e sberle alla minima occasione, insulti e un salario da fame pagato una volta all’anno”.

I due ‘schiavi’ erano stati scoperti dal prestigioso quotidiano francese ‘Le Monde’ in un “centro medico segreto”, dopo che erano sfuggiti ai controlli dei servizi di sicurezza libici e si erano rivolti alla polizia. A seguito del reportage la polizia federale arrestò i coniugi Gheddafi, che dopo due giorni di prigione pagarono la cauzione e fuggirono in Libia.

Da Tripoli partì la vendetta e due uomini d’affari svizzeri in visita nel Paese africano furono subito arrestati e poi costretti a rifugiarsi nell’ambasciata elvetica per non subire più gravi conseguenze.

Il governo di Tripoli quindi tagliò le forniture di greggio verso la Svizzera e limitò i voli verso Berna. Da quel momento il contenzioso tra i due governi è cresciuto, mentre in Libia la madre di uno dei domestici fu arrestata e tenuta in prigione per un mese. Raggiunto il Marocco i medici di quel Paese certificarono che durante la prigionia era stata violentata, picchiata fino a perdere vari denti. Un fratello di uno dei due ex ‘schiavi’ del giovane Gheddafi invece è scomparso senza lasciar traccia. Forse assassinato.

Dal 19 luglio del 2008 i due svizzeri rifugiati nell’ambasciata non possono tornare a casa. Per questo il governo elvetico, esasperato, nello scorso mese di giugno ha reso più severe le condizioni per la concessione dei visti di Schengen ai cittadini libici. Gheddafi, che ritiene di essere al di sopra delle leggi, adesso ha inventato la sua risposta, anche perchè Berna lo ha inserito in un lista di ‘indesiderati’.

Inaccettabile l’atteggiamento della stampa italiana, che come il Tg3 ha definito “guerra fredda da operetta” l’ennesima violazione dei diritti umani da parte del governo di Tripoli.

Le violenze subite ed accertate nei confronti di due persone sul territorio svizzero commesse da familiari di Gheddafi, le torture ai danni di parenti delle vittime, un possibile assassinio e la situazione di due cittadini costretti da oltre un anno a mezzo a vivere in una ambasciata non bastano a sollevare critiche verso un governo che non rispetta i più elementari diritti umani.

Ma Gheddafi è un fornitore di petrolio e gas ed è complice delle deportazioni italiane di migranti. Merita ‘comprensione’.

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