Haiti, l’emergenza c’è ma non si vede
Non giunge in Italia l’eco dei mass media esteri: 440mila orfani ed è in arrivo la stagione delle piogge. Stasera un’iniziativa a Roma
Per verificare il tasso di dissolvimento dell’emozione attorno al dramma di Haiti (in seguito al devastante terremoto dello scorso 12 gennaio) è sufficiente accostare, su un motore di ricerca, il nome del Paese alla parola “orfani”: i lettori scopriranno che tutte le notizie risalgono ad un mese fa.
In altri termini, gli italiani (compresi coloro che inondarono di sms a pagamento le associazioni umanitarie) non sanno più nulla di quanto stia accadendo da quelle parti e nessuno si prende la briga di informarli sullo stato di ordinaria emergenza che regna sull’isola di Hispaniola.
“Ordinaria” perché già prima del sisma – come ha spiegato qualche giorno fa al quotidiano francese ‘Le Monde’ José Sergio Abreu, responsabile dell’Organizzazione non governativa ‘World Vision’, che opera ad Haiti da trent’anni con progetti a sostegno dell’infanzia – erano stati censiti come orfani abbandonati ben 380mila bambini. Ad un mese e mezzo di distanza dalla tragedia, secondo Abreu, “dovrebbero essere almeno 440mila”.
Ovviamente, in una situazione del genere, il rischio che cresca a dismisura il traffico di minori è altissimo. Negli ultimi anni, stando a quanto riporta un’indagine dell’Organizzazione Onu per i migranti (OMI), sarebbero stati 2.500 quelli “coinvolti ogni anno nelle reti dei trafficanti per sfruttamento lavorativo, prostituzione infantile, traffico d’organi. Con cinque dollari i trafficanti vendevano un bambino haitiano al miglior offerente”.
A confermare il drammatico scenario, sempre dalle colonne del giornale francese, ci ha pensato il padre gesuita Regino Martine, che dirige i progetti per l’infanzia dell’Organizzazione non Governativa ‘Solidarité frontalière’: “I traffici di minori sono cresciuti dopo il terremoto, molti bambini che vagano per strada vengono sottratti dai trafficanti con il ‘Motoconcho’ (le motociclette, ndr) che approfittano del caos per alimentare la tratta di minori. I militari chiudono gli occhi, la corruzione è dilagante”.
Dei terribili mercimoni sulla pelle dei bambini (così come della più generale evoluzione del dramma haitiano) è giunta in Italia un’impercettibile eco. Pochi giorni fa l’agenzia di stampa americana Associated Press ha reso noto che “i 33 bambini haitiani che un gruppo di missionari americani membri della Chiesa battista dell’Ohio aveva cercato di portare illegalmente fuori da Haiti, in realtà non sono orfani”.
I cronisti di Ap lo hanno scoperto svolgendo un’inchiesta nei centri dove abitano le famiglie dei bambini, Citron e Callabas, due cittadine pesantemente colpite dalle scosse. A Citron vivevano 13 dei 33 minori e i loro genitori hanno spiegato di averli affidati al gruppo di missionari americani volontariamente poiché preoccupati per la loro salute. Non dissimili le argomentazioni degli altri venti padri e madri residenti a Callabas, località nei pressi di Port-au-Prince: il 3 febbraio avrebbero consegnato i loro piccoli al gruppo di americani perché spinti dalla disperazione.
Quanto ci sia di vero nelle testimonianze dei parenti dei bimbi è difficile dirlo. Se non altro poiché la responsabile del gruppo che aveva preso in consegna i 33 bambini, Laura Silsby (tuttora agli arresti), aveva dichiarato che i bambini erano orfani.
Va aggiunto che il governo italiano ci aveva messo del suo per spargere facili illusioni sul possibile gioioso destino, nel nostro Paese, delle piccole vittime del terremoto. Nel comunicato successivo alla riunione del Consiglio dei ministri del 22 gennaio scorso, il governo rese noto che “nella dolorosa e drammatica vicenda del sisma di Haiti, il CdM ha discusso e concordato circa l’opportunità di semplificare ed accelerare le procedure di autorizzazione alle adozioni internazionali ed ha dato mandato in tal senso al ministro per le Pari opportunità, Mara Carfagna, ed al sottosegretario di Stato delegato alle politiche per la famiglia, Carlo Giovanardi” (InviatoSpeciale si è già occupato della vicenda nell’articolo leggibile qui). Da quella sera, i siti web furono letteralmente invasi da richieste di disponibilità all’adozione da parte di coppie (e anche di single) sensibili al tema dell’abbandono di minori.
Nessuno spiegò loro che l’iter per poter adottare bambini stranieri è molto complesso e passa attraverso una procedura che inizia con una domanda depositata presso il competente Tribunale dei minorenni, transita attraverso un apposito ufficio della Asl di zona (dove le coppie richiedenti vengono sottoposte ad accertamenti clinici e psicologici atti a verificare l’eventuale idoneità al percorso adottivo) e termina presso uno dei 70 enti accreditati al Ministero degli Esteri. Il quale (a pagamento) fornirà o meno la disponibilità ad “accompagnare” la coppia nell’iter. Sommando le varie tappe, è prevedibile il completamento dell’intero percorso in due-quattro anni (a seconda della fascia di età del bambino per cui si è ritenuti idonei, del Paese prescelto, mettendo nel conto ulteriori, eventuali intoppi burocratici).
Oltretutto, la Convenzione internazionale dell’Aja (alla quale aderisce l’Italia e ai cui princìpi si ispirano quasi tutti gli enti accreditati) contiene elementi di forte rigidità, a tutela del minore e proprio per ridurre al minimo i rischi di “tratte” sulla loro pelle: non è possibile infatti considerare “adottabili” bambini non certamente “orfani” ed è inoltre ipotizzabile l’espatrio in seguito ad eventuali abbinamenti con coppie italiane soltanto se non sia stato possibile concluderne uno in patria.
Non a caso, con Haiti (Paese dove l’anagrafe funzionava poco e male già prima del sisma) opera un solo Ente italiano, costretto – in seguito all’emergenza in atto chissà per quanto tempo – a chiudere addirittura il canale adottivo a tempo indeterminato. Come stupirsi, dunque, che della “semplificazione” e “accelerazione” promesse dalla coppia Giovanardi-Carfagna non si sia saputo più nulla?
Nel frattempo, sempre nel sostanziale disinteresse dei nostri mass media, si avvicina ad Hispaniola la stagione delle piogge, che ogni anno colpisce l’isola a marzo. Le conseguenze del maltempo sono immaginabili, dovunque centinaia di migliaia di disperati siano costretti a sbarcare il lunario sotto le tende, tra epidemie e malnutrizione.
Se è calato il sipario sul dramma haitiano, a maggior ragione meritano un plauso le lodevoli eccezioni. Stasera, dalle ore 19.30 in poi a Roma (presso il Circolo dei Piemontesi, in via Aldrovandi 16/b) si svolgerà la serata organizzata dal gruppo “Adotta anche tu una legge per i bambini di Haiti”, nato spontaneamente su Facebook a seguito della tragedia (maggiori informazioni si trovano qui).
“La calamità che ha lasciato migliaia di bambini senza una famiglia – hanno denunciato i promotori, guidati dall’avvocato Fulvio Sarzana e dall’agente di viaggi Raoul Viola, da settimane impegnati ad organizzare l’evento – ha portato ancora una volta in evidenza le lungaggini burocratiche e le carenze degli attuali strumenti legislativi che affliggono chi decide di ricorrere a questo prezioso strumento di aiuto. Ne parleremo domani (stasera, ndr): abbiamo raccolto l’adesione di almeno duecento cittadini”.
Un pool di giuristi, hanno spiegato ancora Sarzana e Viola, sta mettendo a punto una proposta di legge mirata a facilitare, a certe condizioni, le procedure di adozione nei Paesi colpiti da tragedie: verrà illustrata nel corso della serata, alla quale parteciperà anche un esponente della comunità haitiana a Roma.
Paolo Repetto


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