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Haiti e il gossip sull’emergenza

Autore: . Data: lunedì, 1 febbraio 2010Commenti (0)

Serviranno anni per tornare alla “normalità”. Lo spiega la Croce Rossa, mentre i media divagano descrivendo le squallide foto dei medici portoricani

Mentre tanti mass media italiani si trastullano con i dispacci di agenzia i quali riferiscono di medici portoricani immortalati in squallidissime foto-ricordo (che li ritraggono vicini ad alcune vittime o addirittura con in mano dei fucili) le notizie più importanti che giungono dall’isola di Hispaniola vengono omesse o sottostimate.

Onore al merito del circuito radiofonico Cnr, che ha diffuso le allarmanti dichiarazioni del presidente della Croce Rossa Internazionale, Massimo Barra: “Sicuramente ci sono ancora centinaia di migliaia di persone che hanno bisogno di cibo o di un riparo; servono migliaia di fornelletti per poter cuocere riso e fagioli; c’è stato qualche caso di tetano e questo comporta una campagna vaccinale; e c’è stato un aumento di casi di diarrea che determinano un’allerta sanitaria; riaprono i negozi anche se ci sono problemi di rifornimento, perché tutto è destinato agli aiuti. Lunedì (oggi, ndr) riapriranno le scuole nelle zone non colpite dal sisma. Si tenta, insomma, di tornare lentamente alla normalità, anche se questa parola per anni rimarrà inattuata”.

Lo immaginavano tutti i cittadini dotati buon senso: una tragedia come il terremoto che ha sconvolto Haiti lo scorso 12 gennaio richiederà tempi lunghissimi per poter immaginare il ritorno alla cosiddetta “normalità”, vale a dire alle usuali condizioni di vita che caratterizzano un Paese in gravissima difficoltà socio-economica.

Evidentemente, però, le constatazioni più elementari non sono divenute patrimonio comune e non hanno sollecitato tanta parte dei media a mantenere un osservatorio permanente sulla tragedia che ha colpito Haiti. Altrimenti come spiegarsi la leggerezza con cui, alle conseguenze quotidiane del dramma, si affiancano annotazioni tanto “leggere” attribuendo a queste ultime maggior peso nella gerarchia delle notizie?

Alla banalità del male ci si abitua in fretta nel nostro Paese, ancor di più se la tragedia del giorno colpisce un mondo lontano, distante anni luce dal “processo breve” e dalla neve che ha semisepolto la città di Parma.

Suscita più scalpore il fatto che le tante ramificazioni del “quarto potere”, a cominciare da quelle avvezze a fare le pulci ad ogni dichiarazione carpita a margine delle riunioni di palazzo Chigi, abbiano consentito al governo di spargere a mezzo stampa iniezioni di ottimismo (che è eufemistico definire incaute) sugli aiuti agli abitanti di Haiti.

I cittadini, ad esempio, sono stati resi partecipi della volontà del governo (manifestata nel corso del Consiglio dei ministri del 22 gennaio) di accelerare le procedure di adozioni internazionale con il Paese caraibico, grazie all’apertura di un presunto “canale preferenziale” (qui si trovano ulteriori dettagli).

Sarebbe stato quanto meno opportuno che qualche giornale (più illustre e diffuso di InviatoSpeciale) chiedesse lumi al governo sulla procedura in questione. Ad esempio: come sarà possibile organizzare l’uscita dal Paese caraibico di un numero imprecisato di minori in difficoltà, stante la fase di assoluta emergenza (che durerà anni, come ha spiegato la Croce Rossa), considerando che l’Italia aderisce alla Convenzione dell’Aja?

Come conciliare dunque l’avvio della corsia ad hoc sulle adozioni con le norme internazionali che definiscono “adottabile” un bambino soltanto se è stato accertato  innanzitutto lo “status” di orfano e poi anche l’impossibilità di essere adottato in patria? Come verificare tutto ciò in Paese che era sprovvisto di adeguati servizi di anagrafe anche prima delle immani distruzioni causate dal terremoto?

Come mai nessuno si è chiesto il motivo per cui un solo Ente italiano (sui settanta accreditati presso il Ministero degli Esteri per le procedure di adozione) si trovava nelle condizioni (prima del sisma, ovviamente) di poter lavorare sul territorio haitiano?

Com’è che nessuno si è chiesto perché mai quell’Ente abbia potuto concludere soltanto 39 abbinamenti con bambini di quel Paese dal 2002 al 2009? Come è stato possibile, infine, che nessuno si sia domandato il motivo che ha spinto quella stessa associazione a chiudere immediatamente il “canale” di Haiti (già scarsamente funzionante) in seguito al dramma?

Neanche i solerti avversari del premier hanno provato a cimentarsi con qualche risposta. Eppure la spregiudicatezza con cui certe istituzioni si sono rapportate ai cittadini più sensibili – agitando la corda dell’emotività e appuntando preventivamente galloni al bavero di qualche giacca – è piuttosto evidente e non poco inquietante.

Più che di galloni trattasi però di patacche, che permangono sui giornali una sola giornata: il tempo necessario per strappare una lacrima, un sorriso, un sms da due euro.

Allo stesso modo, per sole ventiquattr’ore resterà di dominio pubblico la notizia, diffusa ieri, dell’arresto di dieci cittadini statunitensi, sospettati (guarda caso) di traffico di bambini. Gli accusati fanno parte di un’associazione “benefica” che aveva messo in piedi un rifugio per un centinaio di minori, vittime del sisma, in un hotel nella Repubblica Dominicana e che stava cercando di trasferire i minori fuori da Haiti.

Sullo sfondo resta dunque la tragedia di un popolo. Milioni di uomini incolpevoli, sfruttati e impoveriti dall’Occidente lungo i secoli, costretti a guardare verso l’alto aspettando che dagli elicotteri vengano lanciati i pacchi di riso. Ignari del motivo per cui le tende da campeggio restano nei magazzini.

Mentre noi facciamo i conti con la penosa inadeguatezza etica, prima che politica, dei ripetitori di proclami pseudo-solidaristici, consapevoli del loro cinismo. Inutili alla causa dei poveri e stomachevoli agli occhi di chi vorrebbe davvero “fare qualcosa”.

Paolo Repetto

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