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Dove va la Croazia

Autore: Repetto. Data: venerdì, 5 febbraio 2010Commenti (1)

Intervista a Giacomo Scotti, scrittore della minoranza italiana, sull’esito delle elezioni Presidenziali e le prospettive del Paese

Giacomo Scotti è uno degli scrittori e intellettuali più in vista della minoranza italiana in Croazia. Emigrato nella Jugoslavia di Tito, da Napoli, nel 1947 ha sempre mantenuto forti contatti col suo Paese d’origine rappresentando un ponte cultuale e umano fra le due parti dell’Adriatico. Con lui abbiamo voluto parlare della situazione politica in Croazia dopo le elezioni presidenziali di quindici giorni fa che hanno portato all’elezione del candidato della coalizione progressista e di sinistra Ivo Josipović.

Che giudizio dai sull’elezione di Ivo Josipović?
L’elezione di Ivo Josipović, uomo di cultura, giurista, compositore di musica classica, poliglotta, ricercatore scientifico, insomma un alto intellettuale, uomo di sinistra moderato, equilibrato, patriota che non urla il proprio patriottismo, antifascista dichiarato, impegnato a riportare ai più alti livelli la collaborazione fra i Paesi dell’ex Jugoslavia e con gli altri paesi confinanti, Italia compresa, è stata una vittoria non soltanto della parte più sana, democratica e pulita della Croazia, ma dell’intera Croazia e dell’Europa che fra qualche anno l’avrà nelle sue file. La sua elezione è stata al tempo stesso la sconfitta di quella chiassosa minoranza politica croata che finora e prosperata sul populismo, il nazionalismo; esacerbato e, soprattutto, sulla corruzione.
Josipović ha ribadito più volte questi sui obiettivi, tracciando i binari politici sui quali la Croazia dovrà viaggiare: la piena osservanza del diritto, lo sviluppo economico, l’avanzamento nel campo culturale, la lotta senza quartiere alla corruzione, l’aumento del tenore di vita dei lavoratori, il rafforzamento delle istituzioni che garantiscono la libertà dell’uomo e i diritti civili. L’ingresso nell’Unione Europea, secondo lui, è il presupposto dello sviluppo democratico ed economico del Paese.
Con Josipović, ne sono certo, la Croazia vivrà una profonda catarsi, lasciandosi forse per sempre alle spalle le brutture che hanno caratterizzato il suo cammino verso l’indipendenza, compreso il periodo della guerra interna, e quelle che caratterizzarono la “democratura” del regime di Tudjman fino all’anno 2000. Qualcuno ha scritto, ed io condivido, che con Josipović ha prevalso la Croazia colta, urbana, mitteleuropea, democratica, su quella rozza legata a “terra e sangue”, la Croazia della spazzatura turbo-folk, avvinazzata e bestemmiatrice anche quando porta il crocifisso al collo, legata ancora agli oscuri meandri di un fine-Ottocento nazionalistico e dell’ustascismo degli anni Quaranta del secolo scorso. Qualcuno, sempre parlando di Josipović, ha tirato in ballo il grande dalmata Tommaseo che sognava una Federazione delle libere repubbliche dell’Adriatico. Josipović sogna semplicemente una Croazia che sia “stella lucente” nel firmamento dell’Unione Europea. Ma l’Europa dovrà dare una mano a questa Croazia finora disaminata, e non star sempre là a guardare i crimini di guerra e le furfanterie commesse da alcuni generali croati nella storia più recente.
Per concludere: la sconfitta di Josipović, per la quale si sono battuti anche i più alti esponenti della chiesa cattolica croata, avrebbe portato la Croazia a fare duecento passi indietro; con la sua vittoria, ha fatto un grande passo in avanti. E lo stesso capo della chiesa cattolica croata, l’arcivescovo Bozanić, ha dovuto congratularsi col vincitore. Il giudizio sui passi indietro e avanti non è mio, ma è dello scrittore croato istriano Milan Rakovac espresso sulle pagine del giornale degli Italiani in Croazia, La Voce del Popolo, del quale è assiduo collaboratore.

I due presidenti che sono seguiti dopo la fine del regime, Mesić e Josipović, rappresentano una politica opposta a quella di Tudjman. E’ finito il tempo della “grande Croazia”?
Mesić è stato l’anti-Tudjman per eccellenza, il presidente che ha svelenato la Croazia avvelenata dalla guerra e dai cinque anni postbellici del regime del “Supremo”. E’ stato il presidente che nei suoi due mandati, in totale dieci anni, ha sostenuto e fatto avanzare l’antifascismo e la democrazia. Josipović farà ancora di più, considerato il suo programma: riappacificherà i Balcani. Con lui finisce il tempo della cosiddetta “Grande Croazia” sognata da Tudjman con la pretesa (e l’intesa con il serbo Milošević) di annettersi una fetta della Bosnia-Erzegovina. Continuerà però ad esistere una piccola “grande Croazia” che aspira a nuovi spazi di democrazia ed alla conquista di nuovi spazi culturali.

Il “competitor” di Josipović, Milan Bandić sindaco di Zagabria, lo ha accusato di filocomunismo e di anticlericalismo. Quando contano ancora in Croazia questi argomenti?
L’accusa di comunismo o di filocomunismo viene sempre sputata, anche in Occidente, da chi è a corto di argomenti politici per ingiuriare un avversario moralmente superiore, come lo era è lo è Josipović rispetto al voltagabbana Bandić che fino a quindici giorni prima delle elezioni militava nello stesso Partito socialdemocratico di Josipović. Il rinnegato è corso ad elemosinare il voto dell’estrema destra, dei clericali e di chiunque volesse sostenerlo; per ottenerli doveva per forza gettare del fango sull’avversario a lui superiore in tutto, dai comportamenti morali al livello culturale, e fino al vocabolario adoperato. Bandić si è dimostrato e resta un rozzo populista, un politico che voleva mettere insieme neoustascismo e chiesa cattolica, o meglio la parte peggiore dei cattolici nazionalisti croati, quelli che con la corona del rosario al collo, quale parte dell’uniforme, incendiarono cinquantamila abitazioni abbandonate dai serbi in fuga nella Krajina e massacrarono centinaia di vecchi che non erano riusciti a fuggire da quel territorio dopo l’”Operazione Tempesta” dell’agosto 1955, massacri che continuarono per due anni dopo la fine della guerra. Non a caso, nel suo staff elettorale si pavoneggiava un ex generale sul quale pende l’accusa di aver compiuto la strage di “Pakračka Poljana” in Slavonia, una strage di civili serbi. Bandić è l’uomo che ha rinnegato la socialdemocrazia dopo aver raggiunto, con il sostegno del suo partito, la prestigiosa carica di sindaco della capitale. La stragrande maggioranza dei cattolici croati lo ha definito “uomo spregevole” e non l’ha votato. Accusando Josipović di filo comunismo e anticlericalismo – anche in Croazia argomenti ormai svalutati, falsi – Bandić ha affossato le ultime speranze di salire alla massima carica dello Stato, ha dimostrato di essere un uomo di bassissima statura morale e politica; mentre Josipović ha dimostrato di essere, oltre che grande uomo di cultura e tutt’altro che comunista del tipo stalinista, un uomo aperto al colloquio con esponenti di tutte le religioni, compresa la cattolica, senza però abdicare al concetto della reciproca autonomia dello Stato e della Chiesa, senza interferenze. Josipović è un socialdemocratico (intanto ha sospeso la sua presenza in seno al partito che lo aveva candidato), uomo d’onore e uomo libero anche sul piano delle fedi religiose che rispetta, chiedendo però il rispetto di tutte le idee, anche degli agnostici, purché rispettose della tolleranza, della democrazia, della convivenza. Ed ha subito teso la mano, dopo l’elezione, anche al capo della chiesa cattolica Bozanić che pure lo aveva indicato come l’”uomo da non votare”. Bozanić, a sua volta, si è sinceramente congratulato col vincitore. Il quale in risposta ha ribadito l’auspicio di una collaborazione con e fra tutte le chiese operanti in Croazia, in primo luogo la cattolica, l’ortodossa e la musulmana.

L’elezione a presidente della Repubblica di un uomo della sinistra influenzerà le politiche governative?
Il potere e le competenze del Capo dello Stato in Croazia sono limitati. Egli può concedere onorificenze, tutelare la Costituzione, indirizzare l’operato dei servizi di sicurezza e delle forze armate delle quali è comandante supremo, concertare insieme al governo la politica estera e collaborare con il governo nella scelta degli ambasciatori, inviare al popolo messaggi sulle politiche economica, culturale, sociale e in altri campi, richiamare il governo su eventuali deviazioni della magistratura, della polizia eccetera. La sua influenza dipende comunque dall’autorità che sa conquistarsi presso il popolo con l’esempio della propria onestà, della propria preparazione politica, giuridica e culturale, dai risultati che saprà trarre dalle sue visite all’estero e dai contatti con i capi di stato stranieri, dal suo prestigio e dalla sua imparzialità. Credo che Josipović saprà farsi apprezzare in tutti i campi, perché  è ben preparato. Non a caso da oltre dieci anni opera anche quale membro della massima istituzione e scientifica del suo paese, l’Accademia delle Atti e delle Scienze. E poiché tutti sanno che è un uomo di sinistra moderato e conciliante, i suoi atteggiamenti non potranno non influenzare le politiche sociali governative oltre che le scelte nel campo della difesa nazionale e della politica estera. Si può dare per certo, in ogni caso, che la sua vittoria elettorale è stata il preannuncio di una vittoria del centro-sinistra alle prossime elezioni parlamentari fra un anno, o fra alcuni mesi se si dovesse arrivare al voto anticipato.

Come si muove oggi la maggioranza di governo?
L’attuale risicatissima maggioranza governativa, con alle spalle il partito Hdz allo sbando, si muove unicamente grazie all’appoggio del partiti contadino e liberale (che hanno appoggiato Josipović) ed al voi il parlamento dei cinque deputati delle minoranze etniche, compreso l’on. Radin, rappresentante degli italiani. Senza di essi, il governo crollerebbe subito. Ecco perché le uniche mosse riuscite del governo della bella, gentile ma energica signora Kosor sono state quelle dirette a combattere la corruzione, ad epurare le istituzioni governative e statali dai funzionari corrotti e, in politica estera, a migliorare i rapporti con i vicini, Slovenia in primis. Il governo dell’Hdz può cadere in qualsiasi momento (già il partito liberale che ne fa parte ha minacciato di uscirne) se non conseguisse alcuni dei risultati ripetutamente indicati dall’opposizione di centro-sinistra.

Nel suo lento avvicinarsi all’Europa, qual è, nel paese, il livello dei parametri economici richiesti per l’Unione Europea? E quello sui diritti, in particolare nei confronti del Tribunale dell’Aja?
La Croazia ha ormai superato quasi tutti gli ostacoli. E’ in dirittura di arrivo la redazione delle ultime leggi sulla magistratura e sull’agricoltura secondo i parametri europei. Con il Tribunale internazionale per i crimini di guerra dell’Aja la collaborazione è ottima, al di là del piccolo ma gonfiato problema della consegna dei “diari dell’artiglieria” relativi al cannoneggiamento della regione serba della Krajina durante l’Operazione Tempesta dell’agosto 1995. La Croazia ha consegnato a quei giudici tutti i generali sui quali pendono accuse di genocidio e d’altro, ma quei “diari” non si trovano. O non furono mai redatti o, se lo furono, andarono poi perduti o furono distrutti. Da un’irruzione compiuta dalle “teste di cuoio” della polizia croata, nelle ultime settimane di dicembre, nelle abitazioni di tutti i sospetti non fu nulla trovato. In quella guerra, sia annotato, Tudjman nominò generali, tra gli altri, un camionista, un attore di teatro, un ex capitano della Legione straniera francese (Gotovina), alcuni ultrasettantenni ustascia che erano stati ufficiali collaborazionisti con i tedeschi nella seconda guerra mondiale, perfino dei criminali comuni tirati fuori dai penitenziari. Le convenzioni di guerra vennero poco o nulla rispettate. La Croazia di oggi, dopo la morte di Tudjman, è tutt’altra cosa di quella che fece la guerra ai ribelli serbi della Krajina e comunque, a differenza della Serbia dove il generale Mladić è sempre uccel di bosco, la Croazia i suoi criminali o presunti tali li ha arrestati e consegnati tutti ai giudici dell’Aja. Per ultimo mi permetto di notare che in Croazia il livello dei parametri economici, e non solo economici, è da gran tempo molto più alto di quello della Romania, della Bulgaria e per fino dell’Ungheria che pure da anni fanno parte dell’Ue.
I tempi di ingresso nell’Ue per la Croazia si sono allungati a causa dei criminali di guerra e dei veti della Slovenia, con la quale ora è stata raggiunta un’intesa che ha messo da parte ogni opposizione di Lubiana; e prima o poi porterà alla soluzione dei contenziosi territoriali (Golfo di Pirano). Entro la fine del 2010 dovrebbero cadere gli ultimi ostacoli frapposti da pochi paesi europei e nel 2012 la Croazia sarà membro di pieno diritto dell’Europa unita. Non è nell’interesse dell’Europa mantenere quella macchia bianca tra la pianura pannonica e l’Adriatico, quel drago volante che raffigura la Croazia, una regione che sin dalla latinità fu e resta tuttora il cuore dell’Europa centro-orientale affacciata sul Mediterraneo.

Torneremo con un servizio specifico sul tema della minoranza italiana in Istria. Ti chiederei intanto di chiudere questa intervista con un breve cenno sull’argomento.
Il problema dello inserimento della Croazia nell’Unione europea si collega direttamente a quello della comunità degli italiani rimasti sui territori dell’Istria e del Quarnero. Al tempo della Jugoslavia essi vivevano ed operavano uniti in quello Stato federale. Con la nascita della Slovenia e della Croazia indipendenti, l’Istria è stata tagliata in due dal confine, da due differenti Stati, da legislazioni diverse eccetera.  Con grandi sforzi, essi sono riusciti a salvaguardare la loro unità dandosi un’organizzazione unitaria, l’Unione Italiana, attraverso la quale si adoperano quotidianamente per la salvaguardia della lingua, della cultura, delle scuole ad ogni livello, per la promozione dei propri istituti culturali e di ricerca, delle iniziative editoriali, per mantenere unitaria anche la creazione artistica e letteraria di quella Piccola Italia oltre confine. Soltanto con l’entrata della Croazia nell’Ue l’unitarietà della comunità nazionale italiana in Slovenia e Croazia potrà essere salvaguardata senza ostacoli, senza avvelenamenti, senza discriminazioni. Oggi è una stupidaggine considerare i trentamila italiani della Croazia degli extracomunitari! Con l’Ue, finalmente crollerà l’ultimo diaframma che li separa dalla nazione madre.
Quanto ai problemi specifici della vita comunitaria della minoranza dell’Istria-Quarnero che fra alcuni mesi rinnoverà l’Assemblea dell’Unione e tutte le cariche dirigenti di questo organismo unitario, approvando i nuovi programmi strategici, va subito detto che uno di essi sarà quasi certamente raggiunto quest’anno: il voto aggiuntivo, quello politico. Finora i nostri connazionali in Croazia potevano eleggere, in sedi proprie, il deputato al seggio specifico del parlamento, ma erano esclusi dal voto per i partiti politici. L’attuale governo croato, dopo lunghe e faticose trattative, si è detto finalmente favorevole al “doppio voto” per le minoranze con una presenza sul territorio dello Stato inferiore allo 0,5 per cento della popolazione complessiva. E’ il caso, appunto, degli italiani, degli ungheresi e di altri gruppi etnici, esclusi i serbi che sono molto numerosi nonostante la fuga di circa duecentocinquantamila loro connazionali al tempo della guerra. La porta all’approvazione del provvedimento legislativo è stata aperta a metà gennaio con un incontro di vertice. Quindi, c’è da sperare che fra qualche mese verrà messa la parola fine a una vicenda che ha visto l’Unione Italiana battersi tenacemente per venti anni.

Luigi Lusenti

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Commenti (1) »

  • marko ha detto:

    Noi croati e tutti i popoli dei balcani siamo gente normale e la classe politica dei balcani che ci ha distrutto la vita, stupidi noi che in anno 1991 gli abbiamo dato retta. Ora ci vuole tempo per riparare i danni. Il mio paese in particolare è stato completamente derubato e il popolo nuovamente ridotto in schiavitù. Ce lo siamo mertati. Ma purtroppo l’Europa intera non promette nulla di buono. Invece di creare una vera confederazione, tuttora vi sono antagonismi fra “nazioni”, anche l’Italia viene trattata male da parte dell’asse franco-prussiano e inglese in particolare.

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