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Costerà caro l’arresto illegittimo

Autore: . Data: lunedì, 15 febbraio 2010Commenti (0)

Più di 200 euro a notte, secondo la Cassazione.

Se l’arresto si rivela illegittimo, la vittima del ‘disguido’ ha diritto a più di 200 euro di indennizzo, almeno secondo la IV sezione penale della Corte di Cassazione. La sentenza è stata emessa al termine di un processo intentato da un imprenditore marchigiano di 71 anni, Renato Raimondi, finito in galera il 9 giugno del 2008.

Per l’accusa Raimondi era responsabile di truffa legata alla tentata esportazione di opere d’arte, delle quali alcune false ed attribuite addirittura al Parmigianino, Rubens e Leonardo da Vinci.

Il provvedimento di arresto cautelare era stato emesso della procura di Macerata, dopo indagini svolte dai Carabinieri del Nucleo tutela patrimonio artistico di Ancona e della Polizia. Il gip, però, aveva considerato l’arresto illegittimo e l’imprenditore per altro era incensurato.

L’inchiesta, che coinvolge sei persone, è ancora in corso, ma il difensore di Raimondi, Giampaolo Cicconi, aveva lo stesso sollecitato un indennizzo adeguato a causa delle “gravi conseguenze familiari e personali subite” dal suo cliente a causa della incarcerazione, durata una sola notte.

Il 3 febbraio 2009 la corte di Appello di Ancona aveva deciso di risarcire Raimondi con 200 euro. L’indennizzo era stato considerato ridicolo dall’avvocato che aveva presentato ricorso.

Adesso i giudici di Cassazione gli hanno dato ragione, nonostante il parere negativo del pg. Adesso la corte d’Appello dovrà stabilire un nuovo importo, che tenga conto del disagio subito da Raimondi, “privato della propria libertà personale, anche se per un solo giorno”.

Per definirlo, secondo il difensore, si dovranno tenere nel giusto conto “i gravi danni esistenziali e psicologici derivanti dal clamore suscitato dalla notizia dell’arresto e dal trauma subito al momento dell’ingresso in carcere, con l’imprenditore schedato, fotografato, e costretto a lasciare le impronte digitali”. Ed anche “il disagio e lo stress di dover condividere la cella (con un solo bagno) con altri detenuti” e “un malessere diffuso persistente anche dopo la scarcerazione, con conseguente assunzione di farmaci”.

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