Ciancimino: attacco durissimo a Berlusconi
Terribili dichiarazioni al processo di Palermo.
Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso del capoluogo siciliano, ha continuato a parlare ed i suoi racconti, già drammatici nelle precedenti udienze, ieri sono diventati agghiaccianti.
Il testimone non è un pentito ‘qualunque’ e, sebbene le sue ricostruzioni dovranno essere ben verificate dai magistrati, fino ad oggi ha presentato numerosi documenti a conforto delle sue parole.
Per provare i presunti rapporti intrattenuti per anni con settori dei servizi segreti durante quella che è stata definita la ‘trattativa’ tra lo Stato e la mafia, Ciancimino ha consegnato alla Corte il passaporto del figlio Vito Andrea, rilasciato pochi giorni dopo la sua nascita ed una lettera del padre per Berlusconi dai contenuti oscuri.
Secondo il teste il passaporto per il figlioletto di pochi mesi sarebbe stato rilasciato dalla Questura di Roma, grazie alla mediazione del ‘signor Franco’, un agente dei servizi. Poi si è ascoltata in aula l’accusa più grave che fino ad oggi ha coinvolto il presidente del Consiglio ed il suo partito. (ascolta una parte della testimonianza di Massimo Ciancimino)
“Forza Italia è il frutto della trattativa” ha detto il figlio dell’ex sindaco di Palermo, aggiungendo che fu proprio il padre a metterlo al corrente dei fatti. Descrivendo il sognificato di uno degli appunti di Provenzano, un cosiddetto ‘pizzino’, Massimo Ciancimino ha affermato che era un messaggio inviato dl capomafia a Berlusconi ed al suo amico Dell’Utri.
Nel pro memoria del capomafia si accennerebbe ad una eventuale ritorsione nei confronti del figlio del premier, Piersilvio. Nel ‘pizzino’ è scritto: “Intendo portare il mio contributo che non sarà di poco conto perché questo triste evento non si verifichi (l’atto nei conronti del ragazzo, ndr). Sono convinto che Berlusconi potrà mettere a disposizione le sue reti televisive”.
Ciancimino è stato chiaro: “Mio padre mi disse che questo documento, insieme all’immunità di cui aveva goduto Provenzano e alla mancata perquisizione del covo di Riina, era il frutto di un’unica trattativa che andava avanti da anni. L’obiettivo della lettera sarebbe stato quello di invitare Berlusconi “come entità politica, non come individuo” a “tornare sui suoi passi” ed a rispettare gli impegni già presi. Vito Ciancimino, ha detto il figlio, voleva una rete tv “per dire la sua”. All’ex sindaco l’idea sarebbe venuta dopo aver letto una intervista rilasciata dal premier a ‘la Repubblica’ nella quale il Cavaliere affermava che “se un suo amico fosse sceso in politica gli avrebbe messo a disposizione una rete tv”.
Col suo “contributo” Provenzano avrebbe richiamato Forza Italia, nata “anche grazie alla trattativa”, a tornare sui suoi passi e a “non scordarsi che lo stesso Berlusconi era frutto dell’accordo”, ha chiarito il testimone.
Si deve tener conto che il senatore Dell’Utri è stato condannato in primo grado nel dicembre 2004 a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa, in via definitiva a 2 anni per frode fiscale e false fatturazioni a Torino, a sei 6 mesi patteggiati a Milano per altre false fatture di Publitalia, ma soprattutto nel 2007 a 2 anni di reclusione per
tentata estorsione aggravata insieme a Vincenzo Virga, un capo di Cosa nostra a Trapani e braccio destro proprio di Provenzano.
Per Ciancimino, poi, tra il 2001 e il 2002 Provenzano “ha riparlato con Marcello dell’Utri. Me lo disse mio padre” perchè la mafia stava ‘lavorando’ per ottenere dalla politica “rassicurazioni” su provvedimenti da emanare a favore dei capi in stato di reclusione, come “l’amnistia e l’indulto”.
Cenni di rapporti tra la mafia e il Dell’Utri politico nel periodo delle stragi si trovano anche nella sentenza emessa dal tribunale di Palermo nel 2004, che ha condannato il braccio destro di Berlusconi e principale protagonista della fondazione di Forza Italia.
Scrissero allora i giudici che per Dell’Utri “si connota negativamente la sua disponibilità verso l’organizzazione mafiosa attinente al campo della politica, in un periodo storico in cui Cosa nostra aveva dimostrato la sua efferatezza criminale attraverso la commissione di stragi gravissime, espressioni di un disegno eversivo contro lo Stato, e, inoltre, quando la sua figura di uomo pubblico e le responsabilità connesse agli incarichi istituzionali assunti, avrebbero dovuto imporgli ancora maggiore accortezza rigore morale, inducendolo ad evitare ogni contaminazione con quell’ambiente mafioso le cui dinamiche egli conosceva assai bene per tutta la storia pregressa legata all’esercizio delle sue attività manageriali di alto livello”.
Ciancimino ha aggiunto: “Dopo che venne resa nota una mia intervista dalla quale in qualche modo emergeva il mio ruolo nella cattura di Riina, l’agente dei Servizi, che io conoscevo col nome di ‘Franco’, mi invitò a non parlare più di certe vicende perchè tanto io non sarei mai stato coinvolto e non sarei mai stato chiamato a deporre. Cosa che avvenne, visto che fino al 2008, quando decisi di collaborare con i magistrati, nessuno mi interrogò mai”. Per il teste, il capitano dei carabinieri e braccio destro di Mori, Giuseppe De Donno, in più occasioni lo rassicurò che nessuno lo avrebbe sentito sulla vicenda relativa alla cattura di Riina sulla quale sarebbe stato anche apposto il segreto di Stato.
Poi il teste ha continuato: “Quando ero agli arresti domiciliari nel 2006 (perchè indagato per riciclaggio, ndr) una persona dei Servizi segreti mi disse di non parlare della trattativa e dei rapporti con Berlusconi. Io replicai che c’erano documenti, prove su tutte quelle vicende e che non avrei potuto sottrarmi, ma lui mi rassicurò che nessuno mi avrebbe chiesto niente”. L’agente segreto era “accompagnato da due sottufficiali dell’Arma”. Quindi Ciancimino ha riferito di avere ricevuto, sempre nello stesso periodo, pressioni “dall’allora vice procuratore nazionale antimafia Giusto Sciacchitano a non coinvolgere la società Gas nell’indagine sul riciclaggio, perchè così ne avremmo tratto beneficio, visto che lo stesso Sciacchitano era in buoni rapporti con la procura di Palermo che conduceva l’inchiesta”.
Un fatto singolare è emerso durante la deposizione. Servizi segreti e carabinieri sarebbero stati a conoscenza del foglietto scritto a Berlusconi da Provenzano e pensavano fosse in una cassaforte nascosta nella villa dell’Addaura nella quale Ciancimino era agli arresti domiciliari. Ma la perquisizione dell’immobile non portò al ritrovamento del forziere, che però è stato individuato in seguito, nel luglio scorso, e fotografato dalla Dia. Nel vedere le immagini della sua casa il teste si è molto turbato e l’udienza è stata interrotta temporaneamente.
Il teste, infine. Ha reso noto di essere stato minacciato di recente: “La settimana scorsa sul parabrezza dell’auto blindata la mia scorta ha trovato una lettera minatoria in cui si diceva che nessuno, neppure i magistrati di Palermo con cui sto collaborando, sarebbero riusciti a salvarmi”.


Lascia un commento