Caso Morgan: il moralismo colpevole
Il musicista a Porta a Porta, l’esclusione da Sanremo e la droga.
Marco Castoldi, in arte Morgan, è nato a Milano nel 1972 ed è figlio di una epoca molto diversa da quella che ha nutrito il ‘grande rock’ degli anni ’60 e ’70. La sua infanzia non si è nutrita con Woodstock, la Summer of Love, la guerra del Vietnam, l’epopea dello ‘scontro’ tra Beatles e Rolling Stones, le suggestioni della letteratura di Kerouac, Ginsberg, Ferlinghetti, Corso, Orlovsky o le teorie di Timothy Leary.
Da ragazzo ha subito, piuttosto, l’ambiente provinciale del craxismo meneghino, le oscenità dei “nani” e delle “ballerine”, la cocaina di moda dei broker d’assalto, dei pubblicitari mediocri, dei giornalisti o dei ‘vip’ televisivi nei privè di discoteche per parvenue.
Il musicista ha detto, tra molte altre cose, al settimanale ‘Max’: “Faccio un uso quotidiano e regolare di crack”. Ed ha aggiunto di usare droga per curare una “depressione” nata dopo la scomparsa di suo padre, morto suicida.
Oltre alle ‘dichiarazioni’ sugli stupefacenti l’ex cantante dei Bluvertigo aveva espresso anche qualche parere sulla televisione italiana, che considerava un luogo pieno di cattiveria e intriso di “sete di potere, di numeri, di soldi e pubblicità . Un capitalismo sfrenato che ha perso di vista qualsiasi senso dell’esistere”, prendendosela anche con Maria De Filippi: “Ha fatto cose cattive anche contro di me. Ora che Berlusconi ha infarcito la Rai di scagnozzi, la De Filippi comanda pure lì”. E’ quindi aveva annunciato il suo addio a X-Factor: “A meno che accettino la mia richiesta di essere sia giudice che direttore artistico. Ma credo che sia una proposta a perdere. Io sono un artista, e quindi ingestibile. Loro non vogliono artisti. Sono gente di potere”.
La ‘confessione’ di Castoldi ha scatenato un putiferio nel quale si è subito infilata la politica, ma i fatti sono noti ed è superfluo riassumerli. Il punto centrale è che per il cantante si sono chiuse le porte di Sanremo, da alcuni considerato un grande evento musicale, ma per un qualunque semplice osservatore di cose canore la più avvilente passerella europea di note mediocri se non stonate.
E successo che Alessandra Mussolini, certa dell’eroismo del proprio nonno (diretto responsabile insieme al suo amico Adolf Hitler della morte di oltre 56 milioni di persone), ha chiesto un test antidroga per tutti i cantanti. Gasparri e La Russa hanno intimato l’esilio dal comune ligure per il malcapitato e il celtico-padano Castelli ha sentenziato: “Morgan è complice della mafia perché tutti i drogati sono complici della mafia”.
Bruno Vespa, sempre sulla notizia, ha organizzato subito un processino in tv nel quale il reprobo è stato sottoposto ad un lavacro catodico e si è pubblicamente umiliato, spiegando: “Ci tenevo tanto, al Festival, la canzone mi piaceva molto, ma a questo punto chi se ne frega di Sanremo”, fino a parlare di sua figlia (avuta con l’attrice Asia Argento): “Non voglio che subisca la presenza di un padre depresso che le trasmette tristezza. Qualche anno fa ho avuto l’affidamento congiunto che ho ancora. Mia figlia stava con me ma poi sono caduto in disperazione e con immenso dolore ho preferito stesse con la mamma che viveva un momento migliore”.
Il povero Castoldi, insomma, più che il musicista con l’immagine ‘maledetta’ costruita in anni di onorato servizio, sembrava un nuovo sciagurato imputato (senza plastico di Cogne, bicicletta di Garlasco o coltellini di Perugia) sottoposto al giudizio del programma più incomprensibile dell’etere mondiale.
Durante lo show la giurata del Pd, Livia Turco, ha auspicato la “redenzione” per il tossico, il ministro Meloni sottolineato “l’approccio troppo leggero” di Morgan verso “un tema pesante”, il prete televisivo, Antonio Mazzi, ha analizzato la “vicenda umana” e promesso che “se vorrà ” lui sarà sempre disponibile a stargli sempre accanto.
Insomma, l’Italia, prima in Europa per uso e consumo di cocaina, ha scoperto che un cantante si droga, lo ha messo alla gogna, lui si è trasformato in un caso umano, ha chiesto scusa e si è strappato le vesti.
I Velvet Undergound, scoperti da Andy Warhol e autori di ‘The Velvet Underground & Nico’, una delle pietre miliari del rock di tutti i tempi, inserirono nel 1967 in quell’Lp straordinario una canzone, Heroin, eroina. Le parole (scritte da Lou Reed molti anni prima, nel 1964) raccontavano la disperazione della gioventù americana travolta dallo sterminio in Indocina, la voglia di cambiare e la solitudine. Testimoniano ancora oggi i fatti della vita con immagini impietoso e lucide: “Io ho preso una decisione fondamentale / Proverò ad annullare la mia vita / Perché quando il sangue inizia a fluire / Quando sale lo stantuffo della siringa / Quando mi sto avvicinando alla morte / E non potete aiutarmi, certo non voi, ragazzi / Né voi, dolci ragazze con le vostre dolci parole / Potete andarvene tutti via / Ammetto che non so proprio nulla / E ammetto che non so proprio niente / Eroina che tu sia la mia morte / Eroina è mia moglie, è la mia vita / Perché un ago in vena / Mi guida al centro del mio cervello / E sto meglio che se fossi morto / Perché quando la roba comincia ad entrare in circolo / Non me ne frega più nulla / Di voi gente qualunque di questa città / E di tutti i politici che schiamazzano come pazzi / E di quelli che insultano chiunque gli capiti / E di tutti i morti ammucchiati gli uni sugli altri / Perché quando inizio a percepire il suo bacio / Allora non m’ importa proprio più di niente / Perché quando l’eroina è nel mio sangue / E il sangue è nella mia testa / Ringrazio Dio, sto meglio che se fossi morto! / Ringrazio il tuo Dio che non sono cosciente / Ringrazio Dio che non me ne frega più niente / E ammetto che non so proprio nulla / E ammetto che non so proprio niente”.
Il grande jazz, già prima degli anni ’60, aveva sedotto milioni di persone con le note di Charlie Parker, Miles Davis, Bud Powell, John Coltrane, Oscar Pettiford, Eric Dolphy, Lee Morgan, Doug Watkins, Fats Navarro, Charlie Christian, Clifford Brown, Jimmy Blanton, tutti drammaticamente tossicomani.
Ed ancora Caravaggio, Pollock, Baudelaire, Pound, Verlaine, Schubert, Shelley, per citarne solo alcuni, fecero nella vita uso di droga. Nel rock gli stupefacenti, con brutalità e ‘fascinazione’, avevano coinvolto Donovan, Pink Floyd, Moody Blues e Soft Machine, Beatles, Rolling Stones, Jefferson Airplane, Led Zeppelin ed i Cream o geni come Jimi Hendrix, Syd Barrett, Jim Morrison, Janis Joplin, Brian Jones.
Il male di vivere era entrato anche nella vita di Sigmund Freud. Nel 1883 il dottor Theodor Aschenbrandt acquistò una fornitura di cocaina e la inviò ai soldati della Bavaria, durante le manovre d’autunno e notò che essa produceva dei benefici effetti nella sopportazione della fatica.
A quel tempo Freud, giovanissimo, soffriva di depressione, fatica cronica ed altri sintomi nevrotici e scrisse alla fidanzata, Martha Bernays, il 21 aprile del 1884: “Ho letto della cocaina, il componente principale delle foglie di coca, che alcune tribù indiane masticano per riuscire a resistere alle privazioni e alle difficoltà ”. “Me ne sto procurando un po’ per me e poi vorrei provarlo per curare le malattie cardiache e gli esaurimenti nervosi…”
Ernest Jones, suo biografo, ha raccontato che l’inventore della psicoanalisi provò l’effetto di 50 milligrammi di cocaina, ricavandone l”impressione che la sostanza scacciasse il cattivo umore e facesse tornare l’allegria”. Freud divenne cocainomane e offrì la sostanza anche al suo amico e collega, il Dr. Ernst von Fleischl-Marxow, che soffriva di dolorosi disturbi al sistema nervoso (che poi gli furono fatali) e che per questo faceva uso di morfina.
Freud prescrisse la cocaina anche ad un suo paziente che soffriva di catarro gastrico e scrisse alla fidanzata: “Se tutto va bene scriverò un saggio su questa sostanza, che mi aspetto avrà molto successo e troverà posto nelle terapie che oggi fanno uso di morfina. Ho anche altre speranze e progetti su questa cosa. Ne prendo piccolissime dosi per curare la depressione e le indigestioni”. Lo psichiatra somministrò la polvere bianca alla fidanzata “per renderla più forte e per farle venire le guance di colore rosso”.
Solo nel 1885 lo specialista in dipendenze da morfina, Albrecht Erlenmeyer, lanciò la prima serie di attacchi alla cocaina perchè procurava assuefazione. Nel gennaio del 1886 un altro cocainomane e amico di Freud, tale Obersteiner, rilevò che quella droga poteva dare dei disturbi simili a quelli del delirium tremens. Lo psicoanalista continuò lo stesso ad assumere la sostanza fino al 1887, quando pubblicò uno scritto difensivo sulla cocaina, ma subito dopo cominciò a diminuirne l’uso, sia a livello personale che professionale. Ne aveva fatto uso per tre anni e fu accusato di aver scatenato sull’umanità il ‘terzo flagello’, la cocainomania (gli altri due erano l’alcolismo e il morfinismo).
Come si vede il problema della droga in generale e dell’uso di cocaina, eroina, crack, oppio o prodotti sintetici è antichissimo. Oggi è diventato devastante, perchè ha assunto caratteristiche di massa, uccide migliaia di persone nel mondo e la produzione di queste sostanze foraggia guerre, arricchisce le mafie, induce problemi sociali drammatici.
Il ‘caso Morgan’ quindi è ben più complicato delle amene chiacchiere che hanno coinvolto i ‘censori’ da Festival, gli incolti ‘opinionisti’ televisivi, i politici alla ricerca di voti, i moralisti pubblici che a volte sono consumatori privati.
Il dibattito di questi giorni ha ancora una volta mostrato il degrado della qualità dei media nazionali e le ingerenze strumentali dei partiti in questioni di straordinario impatto sociale. Tutto si è risolto nel pentimento del cantante, nelle inquisizioni da tubo catodico tra ‘Porta a Porta’ e ‘L’Arena’ e nella ‘squalifica’ di Morgan da Sanremo.
I consumatori però continueranno a consumare e nelle feste dei vip i vassoietti d’argento per la cocaina gireranno come sempre. Ma è l’Italia, il Paese delle apparenze e degli “utenti finali”. Basta che la polvere stia sotto il tappeto.


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