Brunetta e il ministero poco trasparente
Nessuna sanzione a palazzo Chigi e dipartimenti annessi in caso di mancata applicazione del famigerato decreto sull’efficienza
Quando venne varato, lo scorso maggio, il cosiddetto “decreto Brunetta” sulla trasparenza e l’efficienza nella pubblica amministrazione venne festeggiato dall’omonimo ministro come “una rivoluzione copernicana al servizio del cittadino”. Se fino al giorno prima “valutazione, contrattazione, dirigenza, “class action” sembravano “cose lunari, invece oggi sono legge dello Stato”.
La gioia fu incontenibile: il decreto avrebbe portato tra l’altro “il merito, un nuovo tipo di contrattazione, l’azione collettiva nelle mani dei cittadini per controllare l’operato della pubblica amministrazione”. Il ministro tirò dritto di fronte alle scontate critiche della sinistra e della Cgil e anche al cospetto della dura protesta dei sindacati di polizia, che imputarono a Brunetta la volontà di intervenire malamente acuendo i problemi del settore.
Ora che l’operazione “trasparenza” entra nel vivo, cominciano i distinguo di comodo. Qualcuno dirà: fatta la legge, trovato l’inganno. Ieri si è infatti appreso che non è prevista alcuna sanzione per il ministero della Funzione pubblica nel caso decidesse di non applicare quelle stesse regole da esso varate a proposito delle retribuzioni e dei curricula dei dirigenti e in merito alla pubblicazione delle assenze del personale.
Lo prevede una circolare della Funzione pubblica (la numero 1 del 2010) che esclude la presidenza del Consiglio e dunque, in quanto suo dipartimento, anche il dicastero guidato dal fustigatore dei “fannulloni”, dall’applicazione delle sanzioni.
Dunque la strombazzata “rivoluzione copernicana” non varca la soglia di palazzo Vidoni, oltre a non affacciarsi nemmeno dalle parti di palazzo Chigi. E sarà compito dei successivi decreti della presidenza del Consiglio determinare limiti e modalità di applicazione delle disposizioni “anche inderogabili” di palazzo Chigi contenute nella riforma.
La Presidenza del Consiglio e i suoi dipartimenti (compresa la Protezione civile) mantengono l’obbligo di pubblicazione sul proprio sito dei dati sulle retribuzioni dei manager e sui tassi di assenza del personale ma, come detto, non saranno sanzionati in caso di inadempienza.
Così, alle critiche già rivolte al ministro in passato, se ne aggiunge inevitabilmente un’altra: come ci si può ergere a moralizzatori in casa degli altri se non si ha il coraggio di pretendere altrettanto all’interno delle proprie mura? E’ accettabile, ad esempio, assistere da un lato all’accanimento nei confronti degli insegnanti in malattia per qualche giorno, cui vengono detratte quote di salario, e dall’altro ad applicazioni “soft” delle regole sulla trasparenza nelle stanze dei bottoni?
“Appena entrato in ruolo ho cominciato a sentirmi dare ufficialmente anche del fannullone; e non da chi mi conoscesse in qualche modo (perché, in tal caso, tale nomea non l’avrei certo acquisita), ma da Lei, Signor Ministro, e da una certa opinione pubblica, perfettamente allineata ai Suoi pregiudizi e ai Suoi provvedimenti”.
Lo ha scritto recentemente il professor Pietro Ratto, docente di Filosofia e Storia presso il Liceo Baldessano Roccati di Carmagnola, in provincia di Torino, in una lettera aperta disponibile sul web.
Ratto ha così proseguito: “Sono rimasto letteralmente indignato, e nel contempo fortemente stupito, constatando come una legge che ‘punisce la malattia’ di un dipendente dello Stato sottraendogli una parte di stipendio per ogni giorno di assenza dal lavoro, sia stata approvata dal nostro Parlamento, avvallando di fatto una manifesta disparità di trattamento rispetto ai lavoratori del settore privato e, contemporaneamente, costituendo una grave ed offensiva presunzione di malafede nei confronti di tutti i dipendenti pubblici. Ancor più rimango incredulo di fronte al fatto che un tale provvedimento sia stato accolto dall’opinione pubblica nazionale senza grandi obiezioni ma, anzi, quasi con soddisfazione e senso di rivalsa”.
Il professore ha affermato poi di non negare di essersi “imbattuto in dipendenti pubblici fannulloni; non nego di aver subito direttamente l’ozio e l’inerzia di chi sta al telefono dietro a uno sportello facendo aspettare code interminabili di cittadini. Le Sue regole, però, le Sue ritenute sullo stipendio di chi si è assentato per malattia, i Suoi periodici ritocchi alle fasce di reperibilità relative ai dipendenti pubblici malati, ricadono grossolanamente su tutti, fannulloni o meno, furbi o zelanti, suonando fortemente offensivi e lesivi della dignità di chi lavora ogni giorno con onestà e passione. Davanti ai nostri alunni, Signor Ministro, passiamo quotidianamente per impiegati ignoranti, dallo stipendio modesto e dalle armi spuntate; facilmente aggredibili, impunemente offendibili e, da qualche tempo, anche vergognosamente fannulloni”.
Quando la nevrosi da influenza A contagiò mezzo Paese, ovviamente il professor Ratto non ne rimase indenne: “Ho dovuto leggere in classe l’ennesima circolare ministeriale che invita tutti ad attenersi alle norme igieniche necessarie per fronteggiare la tanto declamata (e recentemente sminuita) emergenza virus A H1N1. Ho dovuto spiegare a tutti come ci si soffia il naso, come ci si copre la bocca quando si tossisce, ecc. Ho letto a voce alta, al cospetto di decine e decine di ragazzi, che chiunque venga contagiato da influenza è tenuto a restare a casa tutto il tempo necessario ad evitare ulteriori contagi. Io, però, non potrò assolutamente seguire queste disposizioni, Signor Ministro. Nei limiti del possibile non obbedirò alle cinque regole del vostro Topo Gigio. A costo di trascinarmi e di svenire sulla cattedra, io andrò a scuola”.
Pur promettendo di “cercare di ‘controllare le mie secrezioni’, così come le circolari del Ministero ed il buon topo di plastica raccomandano, ma non sarà certo mia responsabilità se qualcuno si beccherà il virus da me. Ho una famiglia e, a quanto dicono, vivo in un tempo di grave crisi. Non posso permettermi di perdere anche solo dieci euro al giorno perché ho la febbre. Soprattutto, Signor Ministro, non posso permettermi di alimentare, con una mia eventuale assenza, questo Suo offensivo stereotipo dell’insegnante fannullone”.
C’è da scommettere che l’indignato professore si comporterà allo stesso modo nelle prossime settimane, se capiterà una nuova ondata influenzale di stagione. Cercando di non perdere salario. Nella massima trasparenza.
Paolo Repetto


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