Bertolaso all’arrembaggio
Il Capo della Protezione civile esterna senza freni.
Da quando l’inchiesta di Firenze ha aperto una finestra sulla Protezione civile il ‘superman della sciagura’ ha smesso i panni del “servitore dello Stato” ed indossato quelli del politico. E’ a tempo indeterminato in televisione e quando sta in pausa si impegna in conferenze stampa prontamente riprese dai telegiornali.
Ieri Bertolaso ha commentato la protesta che da due domeniche vede numerosi cittadini dell’Aquila contestare l’intero piano di soccorso pensato per le zone dell’Abruzzo colpite del sisma.
Ha detto il sottosegretario e capo della Protezione civile: “Una protesta un po’ singolare, forse perchè siamo quasi in campagna elettorale”, suggerendo che dietro l’iniziativa ci sia lo ‘zampino’ di qualcuno.
Poi ha spiegato: “Noi le chiavi delle casette antisismiche, delle villette di legno, delle scuole e del conservatorio le abbiamo consegnate. Le chiavi che sono state mostrate nel corso della protesta di ieri sono quelle delle case che gli aquilani devono ricostruire. Noi abbiamo evitato che loro andassero in container, o in scatole di sardine, come è successo nei terremoti precedenti e li abbiamo collocati in situazioni abbastanza confortevoli”, sorvolando sul fatto che l’intero centro storico dell’Aquila è ancora chiuso e coperto di macerie e che diverse migliaia di sfollati sono ancora ospitati in alberghi lontani decine di chilometri dalla città.
Quindi Bertolaso ha reso noto un fatto sconosciuto fino a ieri agli italiani, ma secondo lui chiarissimo: “La ricostruzione, lo abbiamo sempre detto e lo sanno anche in Cina, non è competenza né della Protezione civile nazionale né del governo. C’è stato un decreto legge che dal primo febbraio ha trasferito tutte le responsabilità in questo senso agli enti locali. Adesso sono loro che devono andare avanti, mantenere gli impegni e tranquillizzare gli abitanti. Mi sembra abbastanza scontato che i problemi del centro storico dell’Aquila vadano affrontati in un arco temporale di quattro-cinque anni. Che gli abitanti pretendano dopo tre settimane di potere tornare nelle loro case mentre stanno entrando in quelle antisismiche mi pare un po’ eccessivo”. Quindi ha concluso: “Per dieci mesi abbiamo lavorato alla rimozione delle macerie e per dieci mesi i sindaci ci hanno detto che dovevano essere loro a fare questo lavoro. Il 29 gennaio, due giorni prima che io lasciassi l’incarico, sui giornali dell’Abruzzo si è chiesto l’aiuto di Bertolaso per rimuovere le macerie. Forse, a questo punto, era un po’ troppo tardi”.
Ora, si scopre che la Protezione civile ed il governo non hanno titolo nella ricostruzione, ma allora perchè solo dal primo febbraio si sono trasferite le deleghe? E le ‘casette’ costruite sono da ritenersi temporanee, da abbattersi via via che gli sfollati torneranno, quando potranno, nelle loro abitazioni ‘restaurate’?
Il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, subito dopo la manifestazione di domenica scorsa, aveva detto sulle macerie: “Noi sindaci da soli non ce la possiamo fare, non è possibile smaltire 4 milioni di tonnellate di macerie come se fossero sacchetti di immondizie. Neanche la Protezione civile è stata in grado di risolvere il problema, ma se non si rimuovono le macerie non è possibile la ricostruzione e ci sembra sempre di rivivere quei terribili giorni”.
Ma dall’aprile dello scorso anno ad oggi sono passati mesi. L’uomo del fare, il superesperto di catastrofi, il commissario con pieni poteri non si è accorto di nulla? Degli sfollati negli alberghi, della crisi del tessuto produttivo dell’area, dell’insufficienza del numero di abitazioni costruite per ospitare i terremotati, della mancanza di un piano credibile per le macerie?
Cialente, esponente del Pd ma sostenitore di Bertolaso, ha continuato: “Gli aquilani esprimono la loro rabbia ed hanno ragione: c’è una preoccupazione crescente per i ritardi, l’indeterminatezza della situazione… Pensiamo anche che nulla è stato fatto per affrontare il problema del lavoro”.
A dieci mesi dal sisma tutto è fermo all’Aquila e neppure si sa perchè. E’ l’Italia ‘positiva’ di Berlusconi, quella della “strategia del fare” che non produce nulla.


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