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Berlusconi in trincea sta perdendo il controllo del partito

Autore: . Data: lunedì, 22 febbraio 2010Commenti (0)

Si è accorto che il  previsto trionfo di marzo è in pericolo. E non sa come reagire.
Inaspettatamente il quadro politico sembra cambiare. Mesi di propaganda, annunci, strumentalizzazioni e chiacchiere governative invece di ‘convincere’ gli italiani della grandiosità del progetto berlusconiano hanno prodotto effetti deversi.

Il bombardamento mediatico ha prodotto un inaspettato stato di ‘narcotico’ e i cittadini  hanno deciso di allontanarsi ancor di più dalla politica.

Il Paese in questo momento sembra saldamente nelle mani di una cultura di destra, se non reazionaria, almeno fortemente conservatrice. Ma questa caratteristica è trasversale agli schieramenti. Razzismo, xenofobia, moralismo bigotto, scarsa attenzione verso i diritti civili, nazionalismo, rifiuto della ‘modernità’ sono presenti, pur con sfumature molto diverse, sia nel centro destra che nel centro sinistra.

L’esercito dei berluscones, le falangi dei sotenitori del premier ad ogni costo, si sono come congelate, hanno raggiunto la massima espansione dopo l’aggressione di Milano ed adesso pur attivissime, non crescono più.

Il centro sinistra, senza idee e programma, non riesce a convincere, non dispone più delle reti militanti di un tempo e quindi non catalizza attenzioni sufficienti per allargare la propria base di consenso.

I ‘tifosi’ delle due fazioni non riescono, insomma, a centrare l’obiettivo di ‘convincere’ il corpo elettorale ‘dormiente’, la maggioranza degli italiani.

Osservando i sondaggi di  Ispo, Crespi ricerche, Euromedia Research, e Ipsos si scopre che la situazione è la seguente: se si votasse in questi giorni con grande probabilità Toscana, Emilia Romagna, Umbria, Marche e Basilicata andrebbero al centro sinistra, mentre Lombardia, Veneto, Campania e Calabria al centro destra.

Le altre, ovvero Piemonte, Liguria, Puglia e Lazio sono incerte.

Come prima, più di prima, tutto in stallo.

Il centro sinistra, pur in coma irreversibile, tiene le sue aree fortificate (il centro Italia) e se perde lo fa dove storicamente ha sempre contato poco o dove il voto di scambio ha sempre avuto un peso enorme (il Sud).

Per il Pdl invece sono dolori. Sulle quattro ‘roccaforti’ inespugnabili ben due (Lombardia e Veneto) sono dominate dalla Lega, alleato non del tutto affidabile, nonostante le dichiarazioni di facciata e per le Regioni in bilico il partito di Bossi sarà determinante (Piemonte e Liguria). Per Lazio e Puglia, infine, nella primo caso Polverini è una fedelissima del temutissimo Gianfranco Fini e nel secondo il candidato Rocco Palese è un clone del ministro Fitto, anche lui non completamente ‘omogeneo’ alla luogotenenza del Cavaliere.

La strategia del presidente del Consiglio, che ha bisogno di una vittoria personale travolgente per stabilizzare il suo regime, a questo punto è in crisi.

Il caso ‘Protezione civile’, accuratamente minimizzato dalle tv, in particolare dal Tg1, sembra aver scosso non moltissimo gli italiani, ma ha prodotto nel partito del premier un vero e proprio terremoto.

Sabato scorso Berlusconi, in una nota e non nella solita intervista ha caldo, ha fatto sapere: “Pur avendo in passato criticato il malvezzo dei giornali di attribuirmi virgolettati e pensieri mai espressi credo che la responsabilità non sia più solo della stampa, ma di chi la usa per giochi di potere personali, per cercare di indebolire chi, proprio come l’on. Verdini, si è speso e si spende giorno per giorno per costruire la struttura del Popolo della Libertà, lavoro storico e difficile, difendendolo con determinazione dagli attacchi esterni e, magari, interni”.

Ed ancora: “Per cercare di colpire un galantuomo come l’on. Verdini si rischia di incidere negativamente su un risultato elettorale che si annuncia in ogni caso come ampiamente positivo. Confermo quindi a Denis Verdini la mia amicizia e la mia piena fiducia”.

Persino un politico senza alcuna base elettorale alle spalle, il ministro per l’Attuazione del programma di governo, Gianfranco Rotondi, ex capo di un partito immaginario poi confluito nel Pdl, La Democrazia Cristiana per le Autonomie, è stato esplicito: “Berlusconi assume sempre su di sè le responsabilità. Sinceramente penso che non Verdini ma il Pdl si giochi tutto alle elezioni regionali. Se il Pdl perde voti sulle liste, il progetto va in crisi. Tra il risultato del Popolo della libertà e l’opposizione c’è una prateria di consenso e sarei disonesto se non dicessi che è possibile un’iniziativa politica nuova dopo le elezioni regionali”.

Il presunto complotto contro Verdini, ovviamente, non esiste. Quello che è accaduto è più complicato. Il Pdl, somma di mille piccoli potentati tenuti insieme dal Cavaliere, invece di diventare il regno di un capo indiscusso (Lui) si è trasformato in un basso impero, nel quale ognuno mette le mani nella marmellata come meglio crede. Il premier se ne è accorto all’improvviso con l’inchiesta dei magistrati fiorentini sulla Protezione civile ed adesso non sa bene come uscire dal tunnel.

Se il berlusconismo è maggioritario nel Paese, lo stesso non si può dire per la capacità di controllo del suo ispiratore nel Pdl. La ‘politica culturale’ del Capo ha sgominato gli avversari, ma ha anche lasciato campo libero a caporali, sergenti ed anche colonnelli, che usano la potenza di fuoco dell’armata per fare operazioni in proprio.

Nei giorni che mancano al voto potrebbero venir fuori altri elementi sulle inchieste per corruzione e qualche arresto ingombrante, per cui nelle regioni in bilico i pur sedati italiani, nonostante l’aiuto della televisione, potrebbero votare per il centro sinistra, vanificando un lavoro durato mesi per raggiunngere l’agognato ‘effetto cappotto’.

Non si illuda, però, il popolo antiberlusconiano. Il centro sinistra è in gran parte berlusconizzato, proprio per quella ‘egemonia culturale’ che permea gran parte della società civile nazionale. Il Pd di Bersani non ha alcuna linea unitaria su temi importanti, come la laicità, l’estenzione dei diritti civili, i temi etici, il modello di sviluppo, la questione morale. La sinistra ‘extraparlamentare’ uscirà comunque dalla scena dopo marzo, cancellata definitivamente col suo 2 per cento a patto lo raggiunga e Di pietro, infine, per quanti sforzi stia cercando di fare per elaborare un progetto complessivo non dispone nè di intelligenze, nè di competenze per inventare un modello in grado di elaborare una strategia riformatrice efficace.

Lo scenario è allora  più sconvolgente che mai, perchè su questa confusione pesa la gravità della crisi economica. Chi saprà affrontarla?

Roberto Barbera

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