Basaglia, la tv e i matti da slegare
Fiction riuscita sulla lezione di un grande psichiatra
“Avevate mai visto in tv che cos’è l’elettroshock?”. La domanda appartiene a Concita De Gregorio (sull’“Unità” di ieri) e per avere qualche risposta bisognerebbe interpellare i cinque milioni e 442mila telespettatori che hanno preferito sintonizzarsi sulla lezione culturale, umana e scientifica di un grande psichiatra come Franco Basaglia piuttosto che ripiegare sugli “Amici” di Maria De Filippi.
Ma il quesito della giornalista contiene già indicazioni di grande interesse: il cittadino “normale” si guarda intorno, è spesso interessato a capire i complessi meccanismi della società, apprende dal passato e talvolta vorrebbe approfondire. Se non scattano ulteriori meccanismi di consapevolezza lo si deve largamente al vuoto cosmico, etico e intellettuale, che troppo spesso lo circonda.
Ha suonato dunque piacevolmente stonata, rispetto agli standard, l’orchestra che ci ha condotti dentro le mura dei manicomi di Gorizia e Trieste. Là dove Basaglia ha messo in pratica le sue teorie elaborate qualche tempo prima, guarda caso nel 1968: “La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d’essere”.
Spezzare le catene della segregazione dei “matti” era impresa ardua: benché Basaglia fosse uomo di sinistra non poteva contare in partenza sull’appoggio del Partito Comunista, per certi versi conservatore e non incline “naturalmente” a mettersi in contrasto con il “senso comune” della classe operaia. Nello stesso tempo, il perbenismo interclassista della Democrazia Cristiana non collimava certo con le istanze libertarie e di civiltà frutto dell’esperienza di un grande medico italiano nell’incontro con scuole psichiatriche anglosassoni.
Si trattava dunque di avviare una grande rivoluzione al buio, “sfruttando” un clima favorevole alle grandi trasformazioni sociali con l’obiettivo di restituire la dignità di persone a manichini sofferenti, inebetiti da ogni forma di tortura spacciata per terapia.
Non deve essere stato per nulla semplice ricostruire per il piccolo schermo il groviglio di emozioni, di storie e di cenni biografici su alcuni personaggi che hanno contribuito significativamente alla storia del Novecento italiano (a cominciare da Franca Ongaro, la straordinaria moglie di Basaglia), ma il regista Marco Turco ha saputo districarsi bene, tratteggiando “C’era una volta la città dei matti” (per due serate su RaiUno) insieme a personaggi di spessore, appassionando e commuovendo lo spettatore.
Tornando alla domanda iniziale, chiunque fosse ignaro della pratica dell’elettroshock ha visto un medico all’opera sulle tempie di “Margherita” (Vittoria Puccini), internata nel manicomio di Gorizia e poi ancora a Trieste a causa delle sue passioni amorose e delle drammatiche paure della madre, divenuta prima carnefice e poi a sua volta “matta” in seguito alla caduta in disgrazia economica. Ha visto anche la mirabile recitazione di Fabrizio Gifuni, Branco Djuric e Thomas Trabacchi: il primo ha aperto i cuori con i sorrisi e gli sguardi di Basaglia, “straordinario nel dare anima a un corpo”, come ha scritto ancora De Gregorio; il secondo ha interpretato “Boris”, un omone jugoslavo, orfano di guerra e legato per quindici anni ad un letto prima che il grande psichiatra potesse riesumarne la straordinaria vena pittorica; il terzo ha vestito i panni di “Lampo”, uomo di carattere, allucinato e coraggioso.
La libertà è più forte della “follia”, così come il cavallo blu di cartapesta (la cui pancia è stata prima riempita con i concreti sogni degli ex reclusi) ha abbattuto la porta del manicomio per entrare finalmente nella città, attraversata dai fermenti post-sessantottini e anche dalle paure dei cittadini “normali”.
Paure descritte con le parole degli abitanti del quartiere triestino che ha ospitato il primo centro di salute mentale (una sorta di casa famiglia post-manicomiale inaugurata nel film dai discepoli di Basaglia): chi si fida più ad uscire la sera nel quartiere? Eppoi la presenza dei “matti” abbatte il valore degli immobili, acquistati con tanti sacrifici…
Dalla fiction si evince che la città non è rimasta insensibile al richiamo della condivisione e della solidarietà più profonda, e in parte la descrizione corrisponde alla realtà. Ma la visione romantica rappresenta anche il limite della finzione cinematografica di Turco, che non ha lasciato trasparire anche l’altra faccia della verità, quella più scomoda e che ha segnato la vita di tantissime famiglie negli ultimi decenni. La mancata applicazione, in molte realtà, della legge 180 del 1978 ha infatti costretto troppi familiari di ex degenti ad accollarsi quasi interamente il peso delle loro vite sofferenti a causa dell’inadeguatezza cronica dei servizi pubblici. Di tutto ciò nel film non vi è traccia, eppure la coscienza comune giudica oggi la grande lezione di Basaglia con le lenti distorte degli effetti concreti della burocrazia nella vita e nei drammi delle persone in carne ed ossa.
Non può dunque destare stupore la diffusione di una tendenza “culturale” favorevole alla riapertura dei manicomi, complice il più generale riflusso che si abbatte parallelamente su “clandestini”, “zingari” o “froci” che dir si voglia. Esistono però altri modelli sociali: talvolta, per nostra fortuna, finiscono addirittura in prima serata.
Paolo Repetto


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