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A scuola di ignoranza

Autore: . Data: martedì, 16 febbraio 2010Commenti (0)

Il mondo dell’istruzione allo sfascio. La protesta corre sul web

La trasmissione di RaiTre “Presa diretta” ha dato voce, l’altra sera, al disagio e alla rabbia degli insegnanti precari. Le telecamere hanno portato nelle case la disperazione di chi è costretto a sopravvivere facendo i conti ogni giorno con la precarietà.

Niente di nuovo sotto il cielo plumbeo. Drammi consolidati che, nelle maglie della crisi che annichilisce il Paese, rischiano di scolorire, se non fosse che ogni tanto la tv li schiaffa in prima serata davanti alle stesse vittime.

Eppure, l’emotività suscitata da quelle sensazioni rappresenta anche il limite della “testimonianza” attraverso il video: le immagini passano, danno di che riflettere e scorrono via. Sempre più frequentemente accade però che le sensazioni fugaci invadano il web e, talvolta, arrivino nelle piazze.

La preoccupazione ieri si è propagata sulla Rete, mostrando la faccia migliore di questo Paese. Ieri ad esempio il blogger Gianluca Albanese ha ben riassunto il clima del telespettatore coinvolto dai tagli nel mondo della scuola: “Io non sono riuscito – ha scritto – ad arrivare fino alla fine (della trasmissione, ndr) e non per la qualità del programma, sempre eccellente. A un certo punto, la mia indignazione ha sovrastato la curiosità del telespettatore. Il quadro che ne è venuto fuori getta ombre cupe sul futuro delle nuove generazioni, e chi ha ancora un filo di buonsenso non può che indignarsi di fronte ai bambini palermitani che fanno lezione coi cappelli di lana e i giacconi, perché il riscaldamento non funziona. M’indigno quando vedo i genitori degli alunni di una scuola pubblica di Milano passare il sabato mattina a imbiancare, a loro spese, i muri dell’istituto, perché il ministero di ‘Beata Ignoranza’ Maria Stella Gelmini non eroga più i fondi necessari”.

Nella scuola pubblica “non c’è più niente – aggiunge Albanese, costernato – neanche al Nord. Mancano i pennarelli, le strutture, i soldi per le spese correnti e per le supplenze. E i disagi li pagano tutti: alunni, genitori, dirigenti e soprattutto gli insegnanti. Quelli che aspettano da una vita di diventare ‘di ruolo’ e che si fanno da un capo all’altro dell’Italia per poter lavorare dieci giorni da supplenti. Poi, scopri che la Regione Lombardia, retta dal verginello Formigoni, eroga un sacco di soldi a chi, già ricco di suo, manda i figli alle scuole private. Quelle, per intenderci, rette dai gesuiti o da Comunione e Liberazione. Quelle nelle quali i ragazzi vanno accompagnati a bordo di Suv, Porsche e ammiraglie varie”.

L’autore ha provato ad immaginare, da grandi, “quei bambini delle scuole chic che vanno a lezione con la cravatta: diventeranno come quel cretino che conobbi una dozzina di anni fa, quello che usciva dalla Bocconi e si vantava di essere raccomandato; quello che rideva con la sua mascellona che faceva pendant coi suoi ‘piedi di gallina’ quando gli dissi che dopo dieci anni di lavoro facevo fatica a pagare le tasse nella ‘mia’ università pubblica, per la quale studiavo dopo le canoniche otto ore di lavoro giornaliere. In quelle scuole, quelle dei ricchi, quelle che la Regione Lombardia finanzia, non accettano chi non appartiene a ‘certi giri’. Non accettano, e hanno la faccia tosta di dirlo, i bambini diversamente abili, figurati i figli dei poveri o degli extracomunitari. Quelli no, li lasciano nelle scuole pubbliche dei quartieri popolari, nei quali una rissa degenera in rivolta e dopo le otto di sera la gente ha paura ad uscire”.

Al contrario, “i figli dei colletti bianchi della ‘ndrangheta, invece, che da decenni è la vera padrona di Milano, e che si è inserita brillantemente nei gangli della fu ‘capitale morale’, saranno sicuramente ben accetti. Ci sarà il paparino col cognome scomodo e con l’accento non più calabrese che li accompagnerà a scuola col macchinone, perché la borghesia meneghina è fatta anche e soprattutto da loro. Ho pensato alle scuole (rigorosamente pubbliche) che ho frequentato io. Erano altri tempi, è vero. Ma l’inclusione sociale era una realtà compiuta. Soprattutto negli anni, bellissimi per me, dell’istituto tecnico commerciale ‘Guglielmo Marconi’ di Siderno. Nelle scuole bilingue dei bambini fighetti di Milano imparano le materie sia in italiano che in inglese. Io a scuola imparai il dialetto calabrese, quello che a casa non ho mai parlato. Conobbi tanti amici di paesi piccoli e sconosciuti, le sfumature diverse del dialetto e imparai a rispettare tutte le diversità sociali, costruendo delle amicizie che hanno resistito all’usura del tempo”.

Gianluca, scavando nella sua memoria, ha ritrovato “una scuola democratica, seppur nel vuoto culturale del decennio degli anni ‘80. Mi piace pensare che sia ancora così. Penso alla bandiera tricolore dalla quale oltre sessant’anni fa tagliammo via lo stemma dei Savoia, contenti di averlo fatto. Oggi, quasi senza accorgercene, le abbiamo cucito addosso il biscione della Fininvest. Oggi Dell’Utri viene considerato un fine intellettuale, e i Dell’Utri del futuro sono tutti là, nelle scuole fighette del centro di qualche grande città. Perché negli ultimi decenni le ingiustizie sono aumentate e le differenze sociali si sono acuite. E molti hanno perso anche la capacità d’indignarsi, pensando a indebitarsi fino al collo per inseguire modelli sociali irraggiungibili. Oggi siamo un Paese di merda. Oggi più di ieri. Mi chiedo come, quando e se si potrà invertire questa tendenza. Scusate lo sfogo”.

Più che uno sfogo, l’analisi (certamente partigiana) è lucidissima e descrive bene un comune sentire, una rabbia diffusa, la paura in un futuro che appare sempre più incerto. Una domanda prevale sulle altre: quali prospettive esistono per le nuove generazioni? Le risposte appaiono assai poco rassicuranti e viaggiano virtualmente dappertutto, senza lambire (se non marginalmente) i palazzi della politica.

Paolo Repetto

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