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Yemen, tra Bin Laden e la regina di Saba

Autore: Repetto. Data: giovedì, 14 gennaio 2010Commenti (0)

C’era una volta l’Oriente islamico che faceva sognare. Un articolo per “Tu Inviato”

YemenFotoSpataroSi andava per deserti sconfinati, sotto cieli di vivide stelle, alla scoperta di luoghi e città favolose per abbeverarsi alle fonti della sapienza antica, alla ricerca di emozioni forti e nuovi stili di vita o di “qualcosa” d’indefinito, di magico, ch’era vano cercare in Occidente. Bagdad, Damasco, Beirut, Gerusalemme, il Cairo, Tripoli, Alessandria, Istanbul, Aden, Sana’a, erano le gemme più preziose di questo mirabolante Oriente.

Oggi, l’Oriente è in fiamme e queste favolose metropoli ci vengono propinate come “nemiche”, soltanto come ricetto di truci dittature e d’intrighi menzogneri, evocatrici di odio e di vendette e stragi sanguinose, di miserie e lussi scandalosi. Immagini ripugnanti che si vorrebbero cancellare con una lunga serie di guerre “preventive”. Non resta che andare in massa a Sharm el Sheikh, a Hurghada… ovvero due lembi di costa romagnola trapiantata sulle rive del Mar Rosso.

Le guerre e i fondamentalismi di tutte le risme stanno deteriorando i rapporti fra Occidente e mondo arabo e deformando l’idea che nell’immaginario collettivo si aveva  degli arabi e dei loro paesi. E viceversa. Se in Occidente cresce una forma ottusa di arabofobia che mira a rimuovere l’Arabia dai nostri orizzonti, fra gli arabi si sta diffondendo un antioccidentalismo cieco, astioso, ideologico.Tutto ciò, mentre sullo sfondo si sente aleggiare la minaccia più grave: la cosiddetta “guerra fra civiltà”, propugnata ( e fors’anche programmata) dagli sciovinisti d’entrambi le parti.

Perciò, il viaggio nelle terre d’Arabia, un tempo tappa obbligata per introdursi nei meandri di un Oriente fascinoso, esoterico, oggi sta perdendo molto della sua attrattiva poiché è considerato rischioso e, da taluni, perfino antipatriottico. Anche nel caso di un Paese bellissimo e gentile qual è lo Yemen riunificato: un piccolo mondo a se stante, incuneato fra l’Oceano Indiano, il mar Rosso e l’infuocato deserto del Rab-Al Khali o “Quarto vuoto” su cui si propaga l’Arabia dei Saud, il più ricco stato petrolifero del Pianeta.

Purtroppo, dello Yemen si parla e si scrive assai di rado e solo in occasione di qualche “rapimento” di turisti un po’ avventati e di qualche attentato magari avvenuto a migliaia di chilometri per accreditare l’idea di un paese non più erede del regno della favolosa regina di Saba, ma feudo di Bin Laden, l’ineffabile capo di Al Qaeda, la cui famiglia ha origini yemenite. Se questa idea dovesse passare si correrà il pericolo di aprire un nuovo fronte di guerra in Medio Oriente e di distruggere un Paese da favola, una civiltà, sapiente e raffinata, patrimonio dell’intera umanità.

Non è ammissibile che per favorire la vendita di nuovi sistemi d’arma e/o di costose tecnologie antiterrorismo e per giustificare l’impotenza di governi e di una miriade di servizi d’intelligence (deviati o incapaci?) nella caccia ad un “fantasma” ubiquatario da loro stessi creato ed armato, si debba distruggere un altro Paese, massacrare un altro popolo. Dopo Iraq, Afghanistan, Pakistan, potrebbe essere, infatti, il turno dello Yemen. Per non dire della tremenda tragedia (da 60 anni insoluta) del popolo martire di Palestina.

Peccato, davvero, poiché “Lo Yemen – scrive Pier Paolo Pasolini (in “Corpi e luoghi”, 1981) – architettonicamente, è il più bel Paese del mondo. Lo stile yemenita, un enigma solo parzialmente risolto, o di cui solo pochi sanno, se c’è, la soluzione”. Visitandolo si prova la gradevole sensazione di viaggiare dentro la favola di un Oriente mitico che, nonostante tutto, resiste alle tentazioni del falso modernismo e si propone come soggetto del dialogo fra le  civiltà.

Il viaggio nello Yemen è come un cammino a ritroso nel tempo, dentro un medioevo islamico che sopravvive, isolato, a contatto con una natura aspra e incontaminata, aggrappato a città e villaggi popolati di gente fiera ed ospitale, di torri e minareti e palazzi carichi di storia.

Lo Yemen è come un grande scrigno che contiene i tesori più pregiati di tutta l’Arabia: da Sana ‘a, la capitale, con i suoi famosi “grattacieli” ad Aden il grande porto coloniale (un tempo importante quanto quello di New York); da Mareb, con i ruderi della grande diga (costruita 3700 anni fa) e i templi di Bilqis, la celebrata regina di Saba a Taiz coi palazzi- fortezza degli ultimi folli Imams (sovrani il cui potere millenario fu abbattuto da un golpe militare nel 1962); da Zabid,  nel cuore della Tihama, dove Pasolini girò il film “Il fiore delle mille e una notte” a Mokka il porto da dove partì il primo carico di caffè verso le corti di Vienna e di Parigi; da Jiblah, città-presepe dominante la montagna yemenita, già capitale dei regni medievali di altre due celebri regine, Asma e Arwa, al deserto infinito che da Sa’da scende fino al porto di Mukallà, passando per la vasta distesa dell’Hadramaut, fino al confine con l’Oman.

Nomi e luoghi che illuminano di luce smagliante i superbi resti di una fra le più antiche e celebrate civiltà che, ancor oggi, emana un magnetismo esotico a cui è difficile sfuggire.

Oggi, tutto questo è soltanto un intimo ricordo di pochi appassionati, giacché l’islam zaidita (la confessione sciita dominante nello Yemen) non ammette che una donna avesse potuto creare e governare un regno così potente e rinomato. Quasi che Bilqis fosse stata Satana in persona nelle sembianze di una bellissima regina.

Agostino Spataro

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