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Requiem per il Pd

Autore: barbera. Data: martedì, 12 gennaio 2010Commenti (0)

Il partito è morto, non se ne è accorto e non lascia eredi.

dirigenti-pdIl cedimento del tessuto democratico nazionale è un fatto ed i progressisti prima o poi dovranno fare i conti con l’estinzione del Partito democratico. In un articolo ieri su ‘La Stampa’ Luigi La Spina ha scritto: “Il Pd è ingovernabile perché non ha una identità comune, cioè, non è un partito”.

La cosa è in realtà nota dal momento in cui il Pd fu fondato, perchè fin da quel giorno era chiaro come fosse impossibile tenere insieme teodem e laici, ex democristiani ed ex comunisti, ras locali e innovatori, blogger e funzionari di apparato.

La segreteria Veltroni diede subito il colpo mortale al nuovo nato, affossando l’esperienza già deludente del prodismo e lanciando la scelta dissennata dell’autosufficienza e del maggioritario a tutti i costi, del bipartitismo assoluto.

Nel Paese dei Comuni, in una nazione che non è capace per storia e cultura di tenere insieme neppure un condominio, la decisione di sostituire il proporzionalismo con un sistema elettorale diverso è stata la responsabile dell’avvio del caos attuale.

La politica, per sua natura, è la scienza del possibile e la democrazia il modo per trovare mediazioni in grado di far compiere a gruppi sociali e culturali disomogenei e diversi strade comuni, orientate verso il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro di tutti i cittadini.

In società molto frastagliate come quella italiana i partiti legano a sè cittadini concordi su una tesi generale e solo dopo averlo fatto sono in grado di trovare tra loro terreni di dibattito e confronto. L’idea di superare le differenze in modo burocratico, decidendo per dogma che non esistono, porta inevitabilmente a fallimenti e pericoli.

Nel centro destra si notano gli stessi sommovimenti interni del Pd, con una sola differenza: il collante che tiene insieme le diverse anime del Pdl non è democratico, ma legato ad interessi concreti e precisi, indirizzati alla salvaguardia di rendite e privilegi spesso personali o di clan. Il berlusconismo non è il regime di Berlusconi, ma un sistema autoritario nel quale il Cavaliere offre a poteri forti e diffusi dei quali è il rappresentante l’opportunità per continuare ad essere i proprietari del Paese, senza tollerare impedimenti, ostacoli o critiche.

Il maggioritario ha favorito la deriva di regime italiana, facilitando col bipartitismo la coesione dei gruppi di interesse nel Pdl. Se ancora il sistema fosse stato proporzionale avrebbe diviso in forze differenti le ‘famiglie interessate’, costringendole ad accordi più specifici ed in ultima analisi salvaguardando il confronto e la democrazia ed impedendo al Pdl di diventare il luogo di raccolta dei raiders.

Il Pd rappresenta un blocco fortemente popolare e per questo non coinvolge solo meri interessi di bottega, ma anche correnti ideali e morali. Tuttavia, si tratta di aree che solo su alcuni punti sono disponibili al dialogo e tra le quale è inimmaginabile una convivenza o un matrimonio.

Come potranno mai un laico razionalista o un credente dogmatico mettersi d’accordo su leggi che riguardano la ricerca sulle cellule staminali, gli interventi sul Dna, la cessazione dell’accanimento terapeutico, i matrimoni tra omosessuali?

Ed anche in campo più direttamente sociale ed economico le distanze sono infinite, perchè i sostegni alle famiglie piuttosto che ai singoli, alle scuole pubbliche piuttosto che a quelle private, alle nuove imprese piuttosto che a quelle già stabilizzate derivano da presupposti di tipo ideale per nulla conciliabili.

Nel suo articolo, La Spina ha aggiunto sul primo gruppo dirigente del Pd, quello legato a Veltroni: “Lancia l’idea, forse velleitaria e discutibile, ma affascinante, di un partito a vocazione maggioritaria, cioè che non debba subire i condizionamenti decisivi degli alleati nel governo del Paese. La sua pratica, però, contraddice subito le sue intenzioni: costruisce un’assemblea costituente fatta proprio di spezzoni dei vecchi partiti e presenta alle elezioni una coalizione che esclude un pezzo importante del riformismo italiano, il Partito radicale, e include un partito che non ne fa parte, quello di Di Pietro”.

Le parole del commentatore de ‘La Stampa’ confermano come il frullato misto derivato dalla fondazione del partito fosse destinato ad andare rapidamente in crisi. Poi il giornalista ha aggiunto: “Ma il congresso, nell’ottobre 2009, elegge il suo competitore interno, Pier Luigi Bersani, e l’alleata di corrente, Rosy Bindi, diventa presidente. Il nuovo leader ripudia il partito a vocazione maggioritaria di veltroniana memoria, stabilisce la necessità di alleanze con esponenti del centro moderato”.

Un altro Pd, insomma, radicalmente diverso dal primo, che cerca di cambiare strada, ma che non si accorge di viaggiare su un’auto col motore fuso. Ed infatti, ha concluso La Spina: “Passano solo due mesi e la confusione, nel Pd, è assoluta. In Puglia si verifica il caso più classico dell’opportunità di primarie: due candidati, con due ipotesi di alleanze diverse. Ma Bersani stabilisce di non farle, perché l’eventuale vittoria di Vendola non consentirebbe l’accordo con Casini”.

Il tentativo di avvicinamento all’Udc è l’ultimo e fatale errore dei Democratici. Invece di stigmatizzare l’inaffidabilità di una forza politica che a seconda delle convenienze si allea con centro destra e centro sinistra, Bersani e D’Alema hanno creduto di salvare il partito da una disfatta sicura alle prossime elezioni regionali dialogando con chi incarna il peggior opportunismo immaginabile. I due non hanno capito che il loro elettorato, già in crisi, non comprenderà questo ulteriore salto mortale e in gran numero potrebbe decidere di astenersi, isolando ancora di più l’intero schieramento di opposizione al regime in formazione voluto dai berlusconiani.

Per ‘La Stampa’ il problema oggi è quello di “di metter fine al marasma di contraddizioni politiche, di giravolte nelle alleanze, di lotte tra gruppi e dirigenti che si odiano e di prendere atto che la convivenza tra una cultura di governo e la testimonianza di antiberlusconismo è fallita. L’Italia ha bisogno di un’opposizione tale da non perpetuare, nella seconda repubblica, il vizio fondamentale della prima: l’impossibilità di un ricambio a Palazzo Chigi”.

Qui il giornalista mostra di non non sapere che nella prima repubblica il ricambio era permesso nei limiti consentiti dalle alleanze internazionali, perchè la guerra fredda non prevedeva l’accesso di un partito comunista (in Italia il secondo per numero di voti dopo la Dc) nella stanza dei bottoni. I cambiamenti avvenivano sulla base dei rapporti di forza tra i partiti di maggioranza (la Dc, il Psi, il Psdi, il Pri) e qualche altro a seconda delle situazioni, che in virtù delle loro differenze trovavano mediazioni più o meno progressiste, interpretando anche alcune delle indicazioni che arrivavano dall’escluso ‘per forza’, il Pci.

Infatti, La Spina ha insistito: “Una volta, tra Dc e Pci, almeno, c’era il riconoscimento di una comune partecipazione alla costruzione dello Stato repubblicano e la condivisione delle sue regole. Un patrimonio sul quale, oggi, non possiamo neppure contare con certezza”.

Quel comune progetto adesso non esiste più perchè non esistono più partiti in grado di rappresentare i cittadini, ma sono stati realizzati agglomerati finalizzati alla difesa di interessi variegati.

La morte del Pd è nei fatti, ma ancora nessuno ha la forza per chiedere una riforma strutturale del meccanismo democratico nazionale. E forse non c’è più tempo per farlo, perchè il berlusconismo è penetrato a fondo nella coscienza diffusa del Paese, ‘contagiando’ anche settori del centro e della sinistra.

L’esito di questa debacle è la nascita del regime, che già ha gambe solide sulla quali camminare. E solo gli illusi possono pensare che la caduta di Berlusconi possa arrestare il processo, perchè dietro al Cavaliere ci sono quelli che con lui vogliono continuare a tenere in pugno il Paese e, quando sarà il momento, sapranno trovare un successore. Senza troppa fatica.

Mentre l’opposizione sarà probabilmente agonizzante e, dopo la sbornia superunitaria, frazionata in mille piccole formazioni alla ricerca delle identità perdute.

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